Letteratura
Un giurista finissimo letterato
Un romanzo del 1927 rimasto ingiustamente inedito per per più di cinquant’anni
Particolari e fortunose sono state le vicende che hanno portato alla pubblicazione del romanzo La veranda, scritto dal giovane avvocato Salvatore Satta da poco dimesso da un sanatorio di Merano, dopo un’inattesa diagnosi di tubercolosi. Presentato al Premio Viareggio del 1928, il libro aveva incontrato il giudizio entusiastico di Marino Moretti, che ebbe a definirlo “la controparte italiana de La montagna incantata di Thomas Mann” per la sua struggente e sensibile finezza. Ma a causa dell’atmosfera malinconica e malata che vi aleggiava, risultò inadatto al pubblico dell’ardente decennio fascista, e non entrò nella rosa dei candidati restando inedito fino al 1981, quando venne recuperato dai familiari dell’autore in una cartella contenente documenti legali, quindi pubblicato nello stesso anno da Adelphi. Salvatore Satta (Nuoro 1902-Roma 1975) è stato un insigne giurista, oltreché docente universitario e Accademico dei Lincei, autore di un monumentale Commentario al codice di procedura civile in sette volumi, di importanti manuali di diritto processuale e di diritto fallimentare, tuttora adottati come libri di testo nelle facoltà di legge. Deve la sua fama di narratore all’iniziativa della moglie, che dopo la sua morte scoprì tra gli appunti processuali il dattiloscritto de Il giorno del giudizio, possente saga familiare ambientata nel nuorese. Pubblicato postumo nel 1977 dalla casa editrice Cedam e inizialmente ignorato, il romanzo diventò un caso letterario dopo l’edizione adelphiana del 1979, tradotto in venti lingue e lodato addirittura da George Steiner sul New Yorker come “uno dei capolavori della solitudine e della letteratura moderna”.
La veranda, scritto quarant’anni prima, ha la struttura monologante e riflessiva di una sofferta confessione personale, più che dell’affresco sociale del celebrato capolavoro. Ma già ne preannuncia il valore, con l’eleganza pacata dello stile e con l’acuta descrizione psicologica dei personaggi e degli ambienti in cui si muovono. Il sanatorio si presenta qui come un microcosmo di figure e storie individuali che si intrecciano a quelle del protagonista, l’avvocatino compito e silenzioso che osserva partecipe i caratteri e i comportamenti degli altri malati, condividendone dolori, paure, rabbie. Intorno a lui un campionario di infermi perlopiù di estrazione popolare, aggrappati tenacemente alla vita e terrorizzati dall’incipienza della fine, che trascorrono le giornate sulla veranda del sanatorio sdraiati su scomode sdraio, coperti dalla testa ai piedi per difendersi dal gelo dell’aria risanatrice, confrontando tra loro in maniera ossessiva le linee di febbre, l’aumento o il calo del peso, pallore e rossore del viso, consistenza e frequenza dei colpi di tosse. Non si chiamano per nome ma indicando la città di provenienza (Como, Pavia, Verona, Vigevano…), con una volontà di spersonalizzazione meno coinvolgente di ogni precario rapporto d’amicizia. Per lo stesso motivo utilizzano un vocabolario sarcastico nel definire con minore sofferenza la malattia e ciò che la riguarda: la tubercolosi è “tuba”, il termometro “pipa”, gli sbocchi di sangue “garibaldini”, la sputacchiera “bomboniera”. Modi per esorcizzare il timore della fine e rafforzare l’istinto di conservazione. Ai degenti viene raccomandato silenzio e riposo, ma improvvisi scoppiano violenti alterchi, bestemmie, risa sguaiate, scherni contro i più deboli. Al punto che uno di loro, chiamato ironicamente Baccalà, si uccide gettandosi dalla finestra, mentre altri tentano di difendersi dalle cattiverie reciproche isolandosi nel mutismo, come il protagonista narrante, riservato e immerso nella riflessione o nella lettura: anche lui sbeffeggiato col soprannome di “mummia”.
All’esterno del sanatorio si improvvisano piccoli commerci di cianfrusaglie e prodotti agricoli, stazionano mendicanti e ladruncoli e una prostituta accoglie i pazienti scappati di notte dalle loro stanze. L’imposta castità rende infatti i due reparti maschili e femminili tormentati da desideri sessuali, evidenti nelle rare occasioni di promiscuità: la notte di Natale o la messa della domenica, quando qualsiasi tentativo di approccio è comunque destinato a rimanere insoddisfatto. Ma l’attenzione di Salvatore Satta verso l’universo che si trova fuori dal perimetro ospedaliero, nel mondo dei sani e della bellezza, si conserva pura e non toccata dal male, come si evidenzia dalle delicate descrizioni della natura osservata con nostalgia dal luogo di costrizione: ““La terra era senza meriggio, e il cielo covava nelle nubi basse l’imminente letargo”, “Qualche foglia si staccava con dolore dagli alberi del viale davanti. Sperava ancora un poco, librandosi nell’aria. Poi, scendeva a ingrossare la misera pompa del tappeto autunnale”, “Gli alberi, accanto, hanno anch’essi un loro nimbo di polvere e d’oro, che fa senza tremito le vene chiare dei rami: e per tutto, il crepuscolo scioglie, col lento calar d’un sipario, le sue cortine, che non un velo fende, non un grido conturba”.
All’interno della casa di cura si muovono figure particolari, di cui l’autore segnala con affettuosa partecipazione la sensibilità messa a dura prova dall’ambiente sfregiato dalla sofferenza. Ci sono dunque il giovane cappellano mosso da un esaltato missionarismo, un poveraccio chiamato Melanzana relegato da trent’anni in uno scantinato a distribuire favori d’ogni genere ai pazienti, l’angelica suor Paola pronta a soccorrere con “incomprensibile amore” anche gli inamabili. E poi “la bionda signora del n.12” di cui il giovane avvocato si invaghisce, nell’infittirsi di un rapporto platonico fatto di sguardi e di attese, di piccoli omaggi scambiati con la complicità del personale, nella speranza di una guarigione che possa rendere possibile un’unione futura. A cui entrambi ragionevolmente e malinconicamente poi rinunciano, nell’unico incontro prima della dimissione di lui, infine guarito. Il romanzo si chiude con il ritorno dell’autore alla realtà di un’esistenza avvertita ormai come estranea, in una Milano grigia, umida, indifferente, e il suo nuovo stato di resuscitato (“Sono solo, sono sveglio, sono vivo”) viene oltraggiato da un’automobile che lo sfiora inzaccherandolo di fango, mentre cammina sotto la pioggia.
SALVATORE SATTA, LA VERANDA – ADELPHI, MILANO 1981. Pagine 187
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