Musica

Eleonora Bianchini racconta A casa mia: il viaggio verso un luogo interiore

Tra jazz, canzone d’autore e influenze world, la cantautrice racconta il suo nuovo album: un viaggio tra radici, cambiamento e ricerca di sé

14 Luglio 2026

Prima ancora di essere un luogo, A casa mia è uno stato d’animo. Nel nuovo album, Eleonora Bianchini trasforma l’idea di casa in uno spazio interiore, fatto di memoria, cambiamento e ricerca di sé. Un lavoro che intreccia composizioni originali e riletture d’autore, attraversa lingue e culture diverse e mette in dialogo jazz, canzone d’autore e suggestioni world, mantenendo sempre al centro una cifra espressiva personale. In questa intervista, l’artista racconta la genesi del disco, il valore delle proprie radici, il rapporto con i musicisti che hanno contribuito al progetto e il significato di un viaggio artistico che invita a sentirsi “a casa” senza rinunciare al desiderio di esplorare nuovi orizzonti. In questa intervista, uno sguardo approfondito sul progetto discografico.

“A casa mia” è un titolo semplice ma ricco di significati. Quando hai capito che la “casa” del tuo nuovo album non sarebbe stata un luogo fisico, ma uno spazio interiore?

Da tempo stavo raccogliendo nuovi brani per il prossimo album. A differenza degli anni passati, trascorri molto più spesso lontano da casa, questa volta mi sono ritrovata a lavorare alle nuove tracce tra le mie mura domestiche. Il collegamento è nato così, in modo del tutto spontaneo: mi sono resa conto che la vera dimensione protettiva e creativa non era l’edificio in sé, ma lo spazio intimo che stavo riscoprendo dentro di me.

Nel disco il tema dell’appartenenza si intreccia continuamente con quello del cambiamento. Quanto è stato importante il tuo vissuto personale nella scrittura di questi brani?

È stato fondamentale. Credo fermamente che se non si conoscono le proprie radici, non si possa volare con consapevolezza verso nuove mete e verso la propria evoluzione. I miei viaggi in giro per il mondo, gli anni vissuti all’estero e le persone che ho incontrato hanno contribuito a questo percorso. Mi hanno cambiata, ma mi hanno anche permesso di riconoscermi e sentirmi a casa in spazi geografici di cui prima non conoscevo la cultura. Queste esperienze di vita sono state decisive per rendermi la persona e l’artista che sono oggi.

Hai alternato composizioni originali a reinterpretazioni di autori che hanno segnato il tuo percorso. Qual è stato il criterio che ha guidato questa scelta e cosa significa, per te, dare una “nuova casa” a queste canzoni?

Ascoltare brani di compositori che stimo, o lasciarmi sorprendere da una canzone scoperta per caso grazie all’algoritmo di Spotify, è da sempre la mia linfa vitale. Cantare nuovamente pezzi che mi hanno toccata nel profondo e che hanno forgiato la mia sensibilità musicale è una continua fonte di ispirazione.

Dare una “nuova casa” a queste canzoni significa rivestirle della mia stessa anima. Con un brano come” Destino, portato al successo da Rossana Casale, è stato come risvegliare un pezzetto del mio cuore adolescente, che si emozionava profondamente al primo ascolto di quelle note. Nel caso di Senti, lo splendido brano di Grazia Di Michele, ho avvertito un desiderio viscerale: volevo attraversarlo con la mia voce e farlo abitare dentro di me, ogni volta che ci sarà modo di eseguirlo.

Le lingue del disco – italiano, spagnolo e inglese – convivono in modo naturale. Ogni lingua ti permette di raccontare sfumature emotive diverse?

Esattamente. L’utilizzo di ciascuna lingua mi permette di riportare in vita parti di me che hanno vissuto intimamente quelle specifiche culture. Ognuna di esse mi ha accompagnata in un momento importante della mia vita, legato alla crescita e alla sperimentazione. Forse è proprio per questo che suonano così naturali e convivono bene insieme: in questa dimensione artistica, appartengono tutte profondamente a ciò che sono.

Jazz, canzone d’autore e world music dialogano costantemente all’interno dell’album. Come sei riuscita a trovare un equilibrio tra queste influenze senza perdere una cifra stilistica personale?

Ho lasciato semplicemente che i brani parlassero da sé, assecondando la loro natura. Le melodie e le progressioni armoniche sono il frutto degli ascolti, della ricerca e delle sperimentazioni di questi anni. Seguo sempre un movimento emotivo, qualcosa che possa toccarmi dentro attraverso il testo o la melodia, sperando poi che quel sentimento rimanga nell’aria per chi ascolta. Prendo in prestito gli stimoli che mi emozionano in ogni genere, dal jazz alla canzone d’autore, per poi ricondurli sempre a una mia chiave espressiva autentica.

Hai costruito il progetto insieme a musicisti con esperienze molto diverse. Quanto conta il dialogo con la band nel definire il suono di A casa mia?

L’arrangiamento e il tocco finale sui brani sono il risultato di un prezioso lavoro d’insieme e di una stretta collaborazione con i musicisti che hanno registrato l’album. Per me è fondamentale conoscere le loro impressioni e il loro pensiero. Solo insieme possiamo cucire l’abito giusto e confortevole per ogni canzone; una veste che permetta anche a loro di esprimere al meglio il proprio carattere e la propria anima.

La title track sembra racchiudere il manifesto dell’intero album. C’è un verso che senti rappresentarti più degli altri e perché?

C’è un passaggio in particolare che recita:

“Mai lasciarsi ingannare da queste belle parole / ‘dai non cambiare, resta sempre uguale’ / sei in una gabbia e non ne esci più / meglio restare al buio in silenzio e ascoltarsi il cuore / sentire cosa nasconde e come ci può indicare dove si va”.

Lo trovo un verso interessante perché racchiude un piccolo paradosso. Se il brano in generale evoca la serenità del restare a casa e il sentirsi a proprio agio, queste parole sottolineano quanto sia vitale uscire dalla propria zona di comfort per potersi evolvere. Solo ascoltando il cuore possiamo intuire la direzione del nostro cammino. La casa è un rifugio sicuro, ma per andare incontro alla vita e crescere è necessario saper andare oltre.

Il brano U è stato recentemente riproposto con un arrangiamento per quartetto d’archi. Cosa aggiunge questa nuova veste alla narrazione del pezzo?

La collaborazione con il quartetto 9 PM SESSION è una vera chicca. Sono riuscite a dare una veste sognante a un brano che, di per sé, nasce molto minimalista. Lo hanno fatto viaggiare attraverso scenari diversi rispetto alla versione originale, donandogli ancora più profondità, brio e creando momenti di pathos davvero unici.

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