Musica
Dopo trent’anni i Marlene Kuntz fanno ancora ‘rumore’
Intervista a Riccardo Tesio sul tour che celebra trent’anni dall’uscita de “Il Vile” in tour per tutta l’Italia. In Puglia la tappa conclusiva
Se, per qualche nostalgico, il rock è considerato retaggio di un passato destinato all’oblio, c’è chi, invece, in quel passato coglie la bellezza dell’intramontabile. Perché se rock è, da sempre, sinonimo di rottura non si può pensare, oggi, al presente senza desiderare ardentemente e quotidianamente di ribellarsi ad esso. Arrenditi… o ribellati, recita il testo di un brano di trent’anni fa come Ape Regina dei Marlene Kuntz. Un gruppo che ha segnato una svolta nel rock made in Italy con un disco come “Il Vile”. Era il 26 aprile del ’96, erano altri tempi – qualcuno direbbe. Ma lo erano davvero? Qualche mese dopo, in quello stesso anno, l’Italia avrebbe giocato una partita contro la Bosnia Erzegovina a Sarajevo e avrebbe perso. La prima partita tra le due nazionali vinta dalla Bosnia. Trent’anni dopo, siamo fuori dai Mondiali 2026 perché sconfitti dalla Bosnia che nuovamente giocava in casa. Allora forse i tempi non sono poi così diversi oggi, ma non certo per quest’esito calcistico. Quella partita del ’96 si giocava su uno scenario devastato da una guerra appena terminata. Quindi, “Il Vile” nasceva in un contesto mondiale davvero così diverso da quello odierno? O semplicemente nasceva per mano di menti che in quell’arrenditi o… ribellati celavano una provocazione? Una cosa è certa, dopo trent’anni i Marlene Kuntz sono tornati sul palco con un tour che ha girato l’Italia per celebrare quel disco che così potentemente ‘faceva rumore’. Ieri sera, nella tappa conclusiva in Puglia, al Demode Club di Modugno, davanti ad un pubblico affamato di rock, i Marlene hanno rievocato uno spirito di rottura che oggi più che mai non dovrebbe cessare di esistere. In quest’intervista Riccardo Tesio, cofondatore e chitarrista della band, ripercorre la storia de “Il Vile”, manifesto di un rock d’altri tempi, sì, ma di un passato che torna a parlarci.

Un tour per celebrare 30 anni dalla pubblicazione de “Il Vile”, nell’aprile del ’96: cosa di questo disco oggi continua ad essere attuale e cosa, tuo avviso, a potrebbe suonare anacronistico?
Per fortuna il modo in cui Cristiano scrive i testi io lo trovo generale e adattabile, quindi, non specifico solo relativamente ad un periodo o momento. I concetti espressi in quelle canzoni li reputo validi all’epoca come oggi. Chiaramente il linguaggio di Cristiano è un po’ particolare e già in quegli anni risultava un po’ ostico, pertanto potrebbe non essere subito colto dai ragazzi di oggi. Tuttavia, io ritengo che se una persona è interessata ed è disposta ad ascoltare due o tre volte il disco o un brano contenuto in esso, si aprono poi delle chiavi di lettura interessanti. A livello musicale, posso dirti che la musica per me non ha epoca. Noi tutti continuiamo ad ascoltare brani di 50 o 200 anni fa trovandoli ancora oggi interessanti. Una delle caratteristiche della musica è proprio quella di essere senza tempo. Ovvio, che certi suoni sono riconducibili ad un’epoca ben precisa ma anche se questo è un disco degli anni ’90, a mio avviso, lo si può tranquillamente ascoltare oggi. Non esiste musica riconducibile ad un tempo preciso ma, allo stesso tempo, qualunque musica può essere ascoltata e trasmettere qualcosa a chiunque in qualsiasi momento.

Quanto in questo album si riversava la dicotomia del vostro nome: c’era più il fascino della Marlene Dietrich o la durezza della parola Kuntz?
Penso che “Il Vile” sia il disco in cui la parte Kuntz si sia fatta più valere rispetto agli altri nostri dischi. Se penso al primo album, “Catartica”, certamente lì emerge più Marlene, nel senso che “Il Vile” è un disco piuttosto duro sia per i temi trattati che come sonorità, quindi è forse il più Kuntz dei nostri dischi.
Ed oggi emerge una delle due facce della medaglia più dell’altra?
Entrambe sicuramente continuano a miscelarsi, tuttavia penso che negli anni la parte Marlene sia venuta fuori maggiormente nel senso che l’irruenza e l’assalto, che sono caratteristiche della giovinezza, crescendo e facendo esperienze, si sono un po’ ammorbiditi. Credo sia il percorso umano della maggior parte delle persone, d’altra parte. Da giovani si è più duri, netti, intransigenti nei giudizi, poi si impara ad ascoltare di più gli altri. Si impara, col tempo, ad accettare maggiormente un punto di vista differente e ad ascoltarlo anche se non si è d’accordo reagendo con meno furore di quando si è ragazzi.

Come si era evoluta la vostra musica dal primo disco, “Catartica”, al secondo, “Il Vile”?
Sicuramente penso che “Il Vile” sia il disco che ci ha definito meglio come band. “Catartica” era il frutto di cinque anni di lavoro ed è un disco che amiamo, però ha degli aspetti ancora acerbi, tipici di un gruppo che si stava formando e che stava capendo dove voleva andare, cosa volava sperimentare. Questa freschezza è un po’ anche la bellezza di quel primo disco. Confrontando “Catartica” con “Il Vile” si nota sicuramente che il secondo album è più compatto, coerente dal punto di vista stilistico poiché all’epoca avevamo capito meglio quale direzione prendere. Si sente anche meno l’influenza dei nostri ascolti. “Il Vile” è un disco totalmente ‘nostro’, mentre in “Catartica” si percepiscono i nostri ascolti musicali, come ad esempio, i Sonic Youth, in maniera più evidente.
Con il Vile avete scritto le pagine più significative del rock alternativo italiano: senti che oggi ci sia chi possa raccogliere questa eredità in Italia?
In questo momento storico il rock alternativo come lo si intendeva negli anni ’90 è un po’ passato di moda, quindi non ci sono molti esponenti, oggi, interessati a questo tipo di musica. Ce ne sono certamente alcuni ma sono un po’ diciamo ‘underground’. Oggi si ascolta un altro tipo di musica maggiormente ma non credo questo sia un problema. Ciò che conta per me è lo spirito del voler dire qualcosa di nuovo senza ‘scopiazzare’ troppo né i Marlene Kuntz dell’epoca e né altri: è importante che ci sia voglia di sperimentare e di trasmettere qualcosa senza dover necessariamente saltare sul carro che va per la maggiore. Sarebbe bello se arrivasse questo messaggio: anche se fai qualcosa di diverso dalla massa, ce la puoi fare!

Sei co-fondatore, alla fine degli anni ’80 dei Marlene Kuntz insieme a Luca Bergia. Cosa era indispensabile in quegli ad un gruppo di musicisti per creare una rottura tale da farli emergere? Cosa è necessario oggi?
Parliamo di due contesti molto differenti e non è facile fare un parallelo. Quello che posso dire e che credo sia valido in ogni epoca è che ci vuole un po’ di fortuna perché certe cose accadono grazie alla combinazione di una serie di fattori tra cui proprio la fortuna. Forse una dote che valeva all’epoca e che vale tutt’ora è la capacità di crederci e che si traduce poi in questo: “se i mi capita l’occasione sono pronto a coglierla”.
E per i Marlene Kuntz cosa è stato più determinante: la fortuna o il crederci?
Direi più il crederci, il colpo di fortuna c’è stato ma noi eravamo pronti quando è arrivato.
Cosa significa portare sul palco un disco nato 30 anni fa? È cambiato il vostro approccio ai testi e alla musica, siete cambiati voi?
L’idea è stata proprio quella di cercare di riportarlo in tour nella maniera più fedele possibile all’originale, sia perché avrebbe fatto piacere al pubblico, e poi perché poteva esserci utile per ritrovare i noi stessi di trent’anni fa. Se lo avessimo suonato come siamo ora forse sarebbe stato meno interessante per noi perché avremmo fatto meno sforzo. Invece, cercare di calarci nei noi stessi di trent’anni fa è stata una sfida. Certe parti di chitarra o batteria, gli impegni vocali, un conto è farli da ragazzini, un conto da uomini dopo tanti anni. Penso ci sia servito molto.

Il tour ha attraversato l’Italia e si conclude il 18 a Bari, in Puglia: aldilà della vostra provenienza geografica dove ritieni che la vostra musica si senta più a casa? E perché?
Il tour sta andando molto bene in crescendo, dalla terza data in poi è andata sempre meglio. Noi ne siamo felici poiché vuol dire che l’asticella si sta alzando sempre più ed ogni sera è una sfida salire sul palco e suonare dal vivo. Penso che la nostra musica sia compresa in tutta Italia. Abbiamo fatto concerti bellissimi in Puglia, non solo a Bari ma anche in Sicilia. Diciamo che per ragioni geografiche è più facile fare concerti nel nord Italia, perché è più semplice organizzarli, i costi sono più bassi, però per noi è molto bello quando veniamo nel sud Italia, proprio perché qui i nostri concerti sono più rari è il pubblico è felice di vederci.
Il pubblico che è accorso si concerti di questo tour è lo stesso che trent’anni fa attendeva l’uscita de Il Vile o ritieni che il vostro pubblico sia cambiato, si sia evoluto e abbia integrato anche nuove generazioni?
Sicuramente c’è un buon numero di pubblico di quel periodo che ci ha scoperti con “Il Vile” e che ricorda quel momento della propria giovinezza. Però c’è anche molta gente che ci ha conosciuti negli anni successivi e poi, andando a ritroso in discografia, ha scoperto anche “Il Vile” e “Catartica”. Ma, per fortuna, in questo tour stiamo vedendo gente che negli anni in cui uscì Il Vile non era ancora nata, non sono la maggioranza ma posso dire che anche tra i giovani c’è chi è curioso di vedere una band che suona come si faceva una volta, senza computer, tastiere, basi ma solo con strumenti che si suonano a mano.

Avete sempre avuto un bel rapporto con l’arte visiva, in particolar modo con il mondo del Cinema e per questo anniversario avete scelto di legarvi all’arte dell’illustrazione con il meraviglioso lavoro svolto da Alessandro Baronciani: come nasce questa collaborazione? Come la vostra musica si lega al visivo?
La collaborazione con Baronciani è nata grazie al nostro team che conosceva personalmente Alessandro e ce lo ha proposto. Di solito nelle ristampe ci si affida sempre a grafici e fotografi. Abbiamo pubblicato due album in cui avevamo coinvolto un pittore che ci ha fornito alcune delle tavole che aveva realizzato e che secondo lui erano adatte alla musica di quegli album. Noi generalmente facciamo ascoltare in anteprima il disco all’artista che deve occuparsi di realizzare la copertina così si crea uno scambio di suggestioni. La musica viene tradotta in immagini da un grafico, da un fotografo o da un pittore. In questo caso si è trattato di un illustratore che il disco lo conosceva già poiché fa parte di quella fetta di pubblico che ha scoperto i Marlene proprio tramite Il Vile trent’anni fa. La cosa interessante di lavorare con Alessandro, che è anche un fumettista, è stato il fatto che lui ha realizzato dei veri e propri micro racconti disegnati, creando una tavola per ogni canzone. Non c’è solo l’aspetto visivo, quindi, ma c’è anche un micro racconto dei brani e lo trovo ancora più interessante. Cristiano gli ha inviato per ogni brano un libretto che aveva preparato anni fa contenete una descrizione di ogni canzoni con aneddoti e retroscena. In alcuni casi Alessandro ha proposto sue idee, ed è bello perché ci offre un punto di vista esterno che racconta quello che la canzone ha suggerito.
Si dice che i 30 anni siano gli anni di un primo bilancio nella vita di un uomo: se Il Vile dovesse fare un bilancio di questi suoi 30 anni?
Sicuramente sarebbe un bilancio molto positivo perché quando abbiamo scritto “Il Vile” ci siamo detti “ok con Catartica è andata bene ora cerchiamo di non sbagliare!”. Si dice che il secondo album è quello più importante nella carriera di un artista ed avevamo un po’ la paura che non ci andasse così bene anche la seconda volta. Ma visto che oggi siamo ancora qui a parlarne forse vuol dire che ci siamo riusciti. Già solo per questo siamo molto contenti.

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