Storia
Medioccidente, contro lo status quo dell’uniformità
Medioccidente di Giuseppe Lupo è molte cose. Qui ne indico almeno due: l’invito è a immaginare un luogo fuori dalle cartine ma dentro le coscienze: un modo di guardare agli atlanti geografici, cercando di costruire una mappa che non corrisponde a nessuna carta presente al loro interno. In breve: non uno Stato politico e soprattutto una tavola geografica, ma, appunto, una mappa, ovvero un o spazio segnato da vari punti in vario modo connessi tra loro, ma che non hanno mai costituito né un ente politico né un sistema.
Giuseppe Lupo lo propone non come una regione da rintracciare sugli atlanti geografici, ma una soglia «tra un Oriente non finito e un Occidente non cominciato».
Più precisamente un insieme di luoghi geografici e dunque spazialmente definibili, ma che si spiegano e si riconoscono per i beni immateriali che hanno prodotto nel tempo.
Rientrano in questi luoghi, ricorda Giuseppe Lupo, la langue d’oc, uno spazio culturale su cui significativamente tornerà a riflettere Simone Weil in tempi di “necessaria ricostruzione” di un patto da sottoscrivere fondato sugli obblighi (Il testo è La prima radice).
Oppure, la musica Klezmer come mezzo di identità di uno spazio senza Stato, fondato su una condizione profonda dei gruppi umani che avevano solo dizionario per riconoscersi (non una moneta, non un governo), avevano però una letteratura, una sensibilità sulle cose definite da una storia, meglio dalla narrazione di una storia).
Oppure degli edifici: Il Palazzo di Diocleziano a Spalato o il ponte di Mostar di cui abbiamo preso consapevolezza solo nel momento della sua distruzione.
Un insieme di “documenti” che definiscono una frontiera simbolica in cui tentare un equilibrio tra New York e Gerusalemme, tra Istanbul e Gibilterra, tra Oslo e Tangeri; un «continente morale» dove realizzare un nuovo patto tra gli uomini.
Potrebbe essere considerata una costruzione fantastica, comunque un sogno per prender la misura di un reale molto turbolento.
Per certi aspetti è anche questo.
Medioccidente, però è anche il tentativo di descrivere una geografia umana che non è una geografia politica.
Anche per questo è un esercizio non solo utile, ma indispensabile, perché è un modo di riaprire una riflessione civile in un tempo buio. Un tempo in cui la geopolitica è tornata ad essere disciplina che non solo divide, ma che soprattutto è percepita come un dato oggettivo indiscutibile.
Mi spiego.
Circa un secolo fa Lucien Febvre con due testi che non hanno mai avuto molta fortuna provava a far fare un passo alla geografia come disciplina che doveva raccontare la storia dei comportamenti degli uomini e non la storia dei confini.
Ci provava nel 1932 con il suo saggio sul fiume Reno in cui assumeva il Reno come un prodotto artificiale, da guardare come un risultato e non come un dato.
Risultato determinato: dallo sviluppo e dall’ insediamento già in Età medievale; dalla distribuzione delle città lungo il suo percorso come unità amministrativa periferica rispetto al contado in un primo tempo e poi dalla lenta egemonia delle prime sui secondi con il crescere della classe sociale dei mercanti.
Uno sviluppo che non distingue tra «riva francese» e «riva tedesca», ma che avviene omogeneamente e, soprattutto, complementarmente. Sistema insediativo che presenta molte tracce di contiguità e si sviluppa senza soluzione di continuità.
Soprattutto, sistema che è percepito un’unità: per la rete stradaria, per le tappe dei pellegrinaggi che si distribuiscono indifferentemente lungo le due rive del fiume, nello sviluppo dei porti nei sistemi di interscambio verso il mare.
Ciò era conseguenza di un secondo concetto che è centrale nel sottotesto proposto da Giuseppe Lupo in Medioccidente.
Il concetto è quello di frontiera, un lemma attraverso cui vedere tutte le incongruenze della visione proprie della carta geografica politica dove frontiera o confine rappresentano la linea e il limite.
È quella linea del limite che Febvre mette in discussione in un suo scritto tanto breve quanto succoso pubblicato nel 1928 (dal titolo La Frontière. Le mot et la notion, ora leggibile qui, pp. 379-389.) e mai tradotto in italiano che potrebbe essere opportuno riprendere cercando di ripensare il progetto di Europa.
Il suo intento, allora, era contribuire con le sue osservazioni, a una riflessione che da una parte superasse il luogo comune della dottrina dei confini naturali, dall’altra denunciasse il fondamento pseudoscientifico della geopolitica come quella disciplina e quella convinzione che affidava ai fattori geografici una funzione determinante nella storia politica.
Per contributivi appunto si trattava di mettere da una parte la carta di geografia politica fondata sui confini e superare quell’idea di frontiera come limite invalicabile, e reintrodurla come punto di passaggio.
Dunque la frontiera non come luogo della separazione, ma come percorso di attraversamento e in cui era fondamentale prestare attenzione alle storie delle culture, alle forme di comunicazione, alle sensibilità, agli spazi urbani, ai lunghi intrecci tra contesti anche non contigui, ma dove appunto non vale la prossimità fisica, ma i percorsi di costruzione dell’identità di gruppo e collettiva. In altre parole, le storie.
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