Filosofia
Morin, Habermas e la fine del Novecento
Con la scomparsa di Edgar Morin e Jürgen Habermas, avvenute a pochi mesi di distanza, si chiude simbolicamente il libro e la storia intellettuale e filosofica del Novecento. Insieme sono stati elementi fondanti del pensiero critico europeo, influenzando la teoria politica e sociale con approcci complementari ma distinti: il primo con una riflessione che invitava a superare la frammentazione dei saperi e un’attenzione continua alla sfida pedagogica ed educativa, il secondo incentrato sui fondamenti dell’agire comunicativo, il recupero del valore della democrazia deliberativa, del diritto internazionale e del patriottismo costituzionale.
Mentre il Novecento politico si chiudeva con un’improvvisa accelerazione nel 1989, Habermas e Morin hanno rappresentato un pensiero lungo, lento e di visione, che ha provato a reinterpretare le nuove contraddizioni, le aporie e le sfide del nuovo millennio con le categorie della grande tradizione occidentale umanista. Il Novecento politico è stato un secolo di cambiamenti incessanti: cicli ideologici, scontri bipolari, guerre, la corsa agli armamenti nucleari, il consolidarsi delle democrazie, conquiste e lotte sociali. Tutto questo si concluse bruscamente nel 1989 e sembrò segnare, oltre la fine della Guerra Fredda, anche la “fine della storia” stessa.
L’illusione del liberalismo trionfante durò poco. Le ideologie del Novecento non avevano saputo gestire la complessità, la globalizzazione, l’interdipendenza. La frammentazione vittoriosa del postmoderno si era sostituita alla speranza di un progetto universale. Lyotard aveva annunciato e previsto già nel 1979 la fine delle grandi narrazioni: marxismo, illuminismo progressista, la dimensione religiosa (per effetto della secolarizzazione avanzata); tutte le metanarrazioni universaliste si stavano sgretolando Ma Habermas e Morin hanno cercato di salvare l’umanesimo dal postmodernismo relativista provando a ripensare e ricostruire categorie concettuali che potessero comprendere le sfide che il nuovo millennio avrebbe portato con sé, capaci di ripensare la democrazia in senso post-secolare e post-nazionale. Entrambi avevano mantenuto fede all’idea che la ragione discorsiva e il pensiero complesso potessero resistere alla semplificazione del mondo contemporaneo.
Con la loro scomparsa, cosa rimarrà del pensiero critico dopo la fine delle grandi narrazioni? In questi tempi sembriamo vivere l’antitesi delle loro riflessioni: di fronte alla capacità di un pensare complesso oggi prevale la semplificazione, la polarizzazione, la contrapposizione faziosa; alla fiducia nella razionalità discorsiva prevale la comunicazione aggressiva, la postverità e la manipolazione; all’umanesimo cosmopolita l’irruzione del nazionalismo violento, del fondamentalismo e della chiusura identitaria. L’eredità del pensiero critico dopo la fine delle grandi narrazioni appare dunque difficile, paradossale, ma quanto mai necessaria: non è più un progetto universale, ma una pratica di resistenza quotidiana alla riduzione, alla perdita di senso, alla frammentazione e al relativismo.
Allievo di Adorno ed erede critico della Scuola di Francoforte, Habermas , una formazione trasversale e interdisciplinare, quella di Morin, erede di tre tradizioni principali: il marxismo critico, l’epistemologia, la semiotica, ma con un approccio che andava oltre la disciplina.Habermas aveva provato a ripensare la democrazia post-novecentesca affrontando l’era delle polarizzazioni con strumenti che la politica contemporanea non sembra più possedere. Il suo profondo confronto e dibattito su ragione e fede con Joseph Ratzinger nel 2005 aveva influenzato la filosofia della religione, la bioetica e il rapporto Stato-laicità, con uno sguardo critico che da allora non si è più riproposto.
Edgar Morin ha attraversato tutto il Novecento con uno sguardo che rifiutava la semplificazione. Il suo pensiero andava oltre la sociologia tradizionale, presentandosi come riflessione sull’umanità nella sua totalità interdipendente. Certo, il suo umanesimo storico appare smentito dagli scenari attuali: razzismi, xenofobia, derive autoritarie, disuguaglianze inedite, minacce tecnologiche. Eppure la sua proposta di rigenerarlo come coscienza di una comunità di destino rimane la risposta più coerente alle aporie del terzo millennio.
Con la loro scomparsa, quella stagione del pensiero critico europeo chiude definitivamente. Resta da chiedersi: cosa faremo di questa eredità? La lascieremo sgretolarsi insieme alle grandi narrazioni, o cercheremo di rigenerarla in forme nuove, capaci di resistere alla semplificazione, alla polarizzazione, alla colonizzazione dei mondi vitali? Hanno lasciato uno strumento e un’eredità fondamentale: la capacità di pensare complesso, dialogare razionalmente, mantenere la fiducia nella ragione discorsiva, collegare i saperi, dare senso e superare la frammentazione, mantenere un’etica a fondamento della democrazia e della sua legittimità e, con essa, lo smascheramento del potere nascosto in ogni conoscenza, linguaggio e cultura.
Sullo sfondo, un’Europa che per entrambi non era stata semplicemente un mercato e una moneta comuni, ma un progetto politico incompiuto, ora più che mai necessario.Un progetto e una visione alla quale Habermas aveva dedicato gli ultimi anni nel tentativo di promuovere una sfera pubblica costituzionale che si riconoscesse nei suoi valori democratici; per Morin, un intreccio di storie politiche, popoli, culture e tradizioni che non poteva essere ridotto a un mercato o a un’amministrazione, essendo che per la prima volta nella storia, nella Terra-Patria, tutti gli esseri umani condividevano lo stesso destino e gli stessi rischi di autodistruzione sociale, ecologica ed economica.
“I tunnel non sono infiniti, il probabile non è il certo, l’inaspettato è sempre possibile” aveva scritto Morin in uno dei suoi ultimi articoli, mentre Habermas, nell’intervista autobiografica con Stefan Müller-Doohm e Roman Yos un anno fa, alla domanda sul senso attuale di una vita dedicata alla filosofia, ebbe a rispondere: “L’impegno a rendere il mondo anche solo un po’ migliore, o almeno a contribuire a fermare la minaccia di regressione sempre incombente”. La coincidenza, come in un dialogo a distanza, di queste ultime loro riflessioni rimane per noi un messaggio e una sfida.In questa era di guerre totali siamo da tempo con il corpo e con la mente in una terra incognita: la regressione è sempre incombente, ma non inevitabile; la storia è ancora aperta e gli eventi e il destino non sono già dati, ma possiamo pensare, scegliere e agire.
Devi fare login per commentare
Accedi