Diritti
Alekos Panagulis, l’uomo morto in solitudine 50 anni fa
La notte tra il 30 aprile e il 1º maggio 1976, mentre rientra a Glifada, sua città natale nei dintorni di Atene, Alekos Panagulis rimane vittima di un misterioso incidente automobilistico in viale Vouliagmenis, ad Atene.
L’inchiesta ufficiale affermerà che si era trattato soltanto di un errore dello stesso Panagulis, la cui vettura, una Fiat 132, era finita nello scivolo di un’autorimessa.
Erano giunte a conclusioni ben diverse le perizie degli esperti italiani, i quali avevano parlato di un incidente provocato ad arte tramite speronamento da due automobili di grossa cilindrata.
Alexandros Panagulis è definitivamente eliminato dalla lotta, dopo che aveva contribuito all’isolamento internazionale del regime dei colonnelli.
Una biografia politica interessante e per molti aspetti singolare.
Nato nel 1939 studia al Politecnico nazionale di Atene e fin da molto giovane si dedica all’attività politica. A seguito del colpo di Stato del 21 aprile 1967 si oppone al regime militare di Papadopulos e fonda l’organizzazione Resistenza Greca.
Diserta durante il servizio militare a causa delle sue convinzioni democratiche e fonda l’organizzazione Resistenza Greca.
Si autoesilia a Cipro per approntare un piano d’azione e, una volta rientrato in madrepatria pianifica, con i suoi stretti collaboratori, il tentativo di omicidio del dittatore Papadopoulos il 13 agosto 1968 vicino a Varkiza nell’area suburbana di Atene. L’attentato fallisce e Panagulis, autore materiale del piazzamento degli ordigni che non si innescarono al passaggio della limousine del dittatore, viene arrestato
Dopo il fallito attentato alla vita di Papadopulos il 13 agosto 1968 viene arrestato.
Giudicato dai tribunali militari il 3 novembre 1968, venne condannato a morte il 17 novembre 1968 e conseguentemente trasportato all’isola di Egina per l’esecuzione
La sua difesa al tribunale, in cui dichiarò di accettare il processo ma non i metodi, e soprattutto le dichiarazioni false fatte passare per sue, fecero il giro del mondo, insieme alla rivendicazione della liceità del tirannicidio Come dice nell’intervista che rilascia a Oriana Fallaci
«Chiaro che accetto l’accusa. Non l’ho mai respinta, io. Né durante l’interrogatorio né dinanzi a voi. E ora ripeto con orgoglio: sì, ho sistemato io gli esplosivi, ho fatto saltare io le due mine. Ciò allo scopo di uccidere colui che chiamate presidente. E mi dolgo soltanto di non esser riuscito ad ucciderlo. Da tre mesi quella è la mia pena più grande, da tre mesi mi chiedo con dolore dove ho sbagliato e darei l’anima per tornare indietro, riuscirvi. Quindi non è l’accusa in sé che provoca la mia indignazione: è il fatto che attraverso quei fogli si tenti di infangarmi dichiarando che sarei stato io a coinvolgere gli altri imputati, a fare i nomi che sono stati pronunciati in quest’aula»
E chiude dicendo:
“Conoscevo i pericoli che mi attendevano. Proprio come, ora, conosco la pena che mi infliggerete. Io lo so, infatti, che mi condannerete a morte. Ma non mi tiro indietro, signori della Corte marziale. E anzi accetto fin d’ora questa condanna. Perché il canto del cigno di un vero combattente è il rantolo che egli emette colpito dal plotone di esecuzione di una tirannia”.
Nella stessa intervista a Fallaci che gli chiede: “Alekos, cosa significa essere un uomo?
Panagulis risponde: “Significa avere coraggio, avere dignità. Significa credere nell’umanità. Significa amare senza permettere a un amore di diventare un’àncora. Significa lottare. E vincere”.
In questa risposta che chiude l’intervista con Fallaci ci sono molti elementi su cui Panagulis nel tempo della sua detenzione ha insistito.
Lo aveva scritto in Continuate (ultima delle poesie scritte in clandestinità nella primavera 1969). E nel lungo promemoria che compone nell’ottobre 1970 (quando si trova in isolamento totale in una cella costruita appositamente per lui (la cella era una stanza seminterrata di due metri per tre con una piccola anticamera) il racconto delle condizioni ha l’effetto di una controinchiesta di verità. Quella cella nell’intervista a Fallaci la descriveva come “la mia villa”.
Di quel lungo testo è significativo l’esordio. Scrive Panagulis:
“Scrivo con la speranza che il contenuto di questa mia raggiunga ogni uomo che considera suo dovere indignarsi contro il crimine e contemporaneamente lottare per la sua abolizione. Scrivo affinché la solidarietà dell’opinione pubblica mondiale alla lotta del nostro popolo per la Libertà, la Democrazia, la Giustizia, si faccia più concreta. Scrivo con la certezza che le forze progressiste di tutto il mpondo con la loro solidarietà, aiuteranno gli incatenati della giunta impedendo la nostra estinzione fisica. Scrivo, infine, perché giunga, a tutto il mondo, dall’isolamento di una delle prigioni della giunta, l’anatema di uno che soffre contro tutti quanto contribuiscono al dialogare dei crimini contro il nostro popolo. Insieme, giunga anche la nostra gratitudine a tutti quanti sono con noi in questi orribili momenti.”
Una condizione che tuttavia anche dopo non lo salva dalla solitudine e in quella condizione da una maggiore esposizione alla morte che significativamente coglie nell’omaggio e nella riflessione amara che dedica a Pier Paolo Pasolini quando compone una poesia in sua memoria in cui conclude:
Mentre le religioni cambiano faccia
E le ideologie diventano religioni
E molti vestono paraocchi di nuovo
Tu non dovevi andar via.
Un anticipo di quelle parole che altri avrebbero pronunciato poche settimane dopo, nel maggio 1976.
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