Teatro

20 anni di Visionari al Kilowatt: la benedizione di Eugenio Barba e Julia Varley

Il Kilowatt festival di Sansepolcro dedica due incontri della XXIV edizione ai visionari riuniti per l’occasione assieme al regista teatrale Eugenio Barba e alla storica attrice dell’Odin Teatret Julia Varley.

24 Luglio 2026

Sansepolcro, 17 luglio 2026, la cittadina è pulsante. Siamo al Kilowatt Festival, giunto quest’anno alla sua ventiquattresima edizione.

Sono stato invitato al festeggiamento dei vent’anni dei visionari, perché anch’io nel 2009 lo fui, a due anni dalla nascita di una sezione del festival scelta da un gruppo di appassionati spettatori: un’idea illuminante di Luca Ricci e Lucia Franchi, direttori del festival.

“Vuoi diventare un visionario?” era la domanda che circolava in rete mentre brancolavo in una penombra di svagata libertà. Quale individuo dotato di tempo libero, aspirazioni artistiche, fantasia e impigriti desideri d’avventura, non accorrerebbe a una chiamata del tipo “Vuoi diventare un visionario?”.  Geniale virtuoso irretimento, pensai: “Sarà forse vano, ma io vado”.

Un visionario è uno che visiona estratti di spettacoli, o studi, o anche solo ideazioni di progetti teatrali candidati all’omonima sezione del Kilowatt. Che insomma entra nel vivo del festival assieme ad altri visionari, cioè persone verosimilmente affratellate da uno spirito curioso, bramoso di immergersi nell’humus teatrale, decidendo le sorti di una parte degli spettacoli in concorso. Si aggiunga che il visionario può essere uomo e donna, colto e ignorante, e che spesso non è a digiuno di teatro ma non ne ha nemmeno un’esperienza professionale in nessun senso; si consideri anche che visionare non significa soltanto vedere, ma anche immaginare la trasposizione scenica di quel video inviato – nell’edizione a cui presi parte – in Dvd dalle varie compagnie al festival. Dunque, fui tra i visionari nel 2009 (ma anche nel 2010), divisi in piccoli gruppi, spesso di sconosciuti, che diventavano poi nel corso della stagione squadre compatte e spinte da un orgoglio battagliero per portare in scena gli spettacoli prediletti al termine della lunga debàcle. Ecco, tutto questo che pure discende da politiche culturali d’avanguardia già lontane nel tempo (dallo spettacolo partecipativo allo spettatore attivo, e prima ancora con Eugenio Barba dall’idea del “terzo teatro” di relazione comunitaria), a me è parso salvifico quell’anno 2009 quando in mezzo a un inverno di raggelate stasi, trovai in quella domanda l’ironica sollecitazione a muovermi. Avevo visto a Bologna un lavoro di Lucia Calamaro pochi mesi prima e lì qualcosa era successo già, ma per il resto, di teatro contemporaneo, ricordavo qualche repertorio su Rai Storia sugli anni ’60 e ’70, su Carmelo Bene, Leo de Berardinis, il teatro di ricerca… e forse qualche spettacolo dei classici del ‘900 sbadigliando nei teatri comunali di provincia. Ero insomma pronto ad essere un visionario volontario e volenteroso. Anche se il visionario dovrebbe guardare i lavori con lo stupore e l’innocenza di chi non ha condizionamenti e strumenti deontologici, di chi solo (possibilmente) riesce a percepire la resa scenica di quei frammenti spesso malregistrati e bui, dai quali però un colore di voce, un abbozzo frammentato di scena, l’insistere su un dettaglio dall’occhio che registra, insinuano l’incontro tra l’intimo spogliarsi dell’attore e l’inatteso sussulto dello spettatore: vale a dire promettono teatro, “visione ulteriore”; relazione di senso e di sensi imprevista, mai solo meccanica, che si instaura tra un gruppo di esseri umani che animano il palco e altri invece seduti in platea, tra attori danzatori e performer e le schiere di spettatori davanti o anche intorno. Questo hanno riaffermato – tra le tante splendide parole dette e ispirate – i padrini del festival, invitati ad esortare i visionari riuniti nella sala Tedamis di Sansepolcro nei primi due giorni del Festival: i due maestri magistrali Eugenio Barba e Julia Varley, icone della scena internazionale, antropologi e pedagoghi del teatro, totemiche figure che hanno concesso tutto con grande umiltà.

Al di là della ritualità celebrativa che ogni giorno consacra se stessa in un gorgo allucinante di feste eventi e commemorazioni, la grandezza di questo incontro tra tutti i visionari ripescati dal 2007 ad oggi e due guru del teatro contemporaneo come Barba e Varley, sta nell’aver messo in scena senza alcuna rappresentazione, senza intenzione scenica, la forza vera e più intima del teatro: la sua trascendente, inalienabile umanità. Ricci e Franchi, le due menti di Kilowatt, sono riusciti a mettere assieme dentro un assolata sala di danza maestri e discepoli in una dinamica di giocose reciprocità. Così i maestri hanno assistito a mise en espace dei visionari in circolo lungo il perimetro della sala, dopo aver ripercorso – Eugenio Barba e Julia Varley –  le loro storie, le motivazioni che li hanno mossi al teatro, il processo creativo divenuto negli anni un riferimento per decine di compagnie. Momenti di spontaneo teatro hanno eluso così il rischio di una retorica celebrazione, creando una comunità composita e abbandonata all’incontro. E’ accaduto il teatro nel suo celebrare le proprie cellule elementari, nel suo variare l’applauso in uno scuotimento di palmi alzati; nella messa in spazio di un legame metaforico tra persone dipanando un grosso gomitolo di lana attorno ai fianchi dei visionari chiamati a distribuirsi sul parquet e proferire le loro parole-simbolo dell’esperienza fatta al Kilowatt.

(Fotografie di Luca Del Pia)

La figura ieratica, piena di forza e di grazia di Eugenio Barba, seduto o in piedi in fondo alla sala assieme alla storica compagna, ha profuso nelle due giornate d’incontri una tale fede nelle possibilità del fare e dello stupire a teatro, da assicurare un longevo futuro alla già ventennale germinazione di visionari. Nessuno è rimasto immune alle dense parole del regista fondatore dell’Odin Teatret, che ha raccontato la sua storia a partire dalla folgorazione di un bambino alle celebrazioni religiose di paese, passando poi alla fuga di un ragazzo in Norvegia, all’ideale comunista operaista in Polonia, fino al presente disilluso in senso ideologico ma fortemente politico nel fare arte, con un teatro che parla di baratto comunitario, di relazioni sociali, di scambio intimo tra lo spettatore e l’attore, mai divisi da ruoli netti.

Si sono contati oltre 170 visionari dall’inizio dell’esperienza a Sansepolcro, il progetto è diventato poi nazionale coinvolgendo molte altre città tra cui Ravenna e Torino; si è così formata una piccola comunità di persone “di teatro” che a loro volta racconteranno ad ancora più piccole comunità, o gruppi, o famiglie, e questo significa ancora una volta che incoraggiare il teatro e i suoi contenitori è una scelta politica, di quella politica che rimette al centro la trasformazione, la bellezza, disperdendo anche solo in alcuni l’abominio della resa all’indifferenza.

 

“Sempre aperto teatro” cantava la poetessa Patrizia Cavalli, “Nuovo respiro del mondo” inneggia la nuova edizione del Kilowatt 2026 su una grafica asfissiante, che inquieta ma sottilmente deride la tecnica insolente, esorcizza la paura di diventare androidi, o di sentirsi ancora umani fuori misura.

 

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