Teatro
Rubiera, i dolori del giovane teatro
Al festival “Forever Young” svoltosi alla Corte Ospitale si sono confrontati cinque finalisti di una seleziona nazionale. Ha vinto Hombre Collettivo con “La società dello spettacolo”
RUBIERA _ Giovane per sempre. Più di duemila anni e non sentirli. E’ il Teatro, arte che si fa con poco. Parla cento lingue ma si fa capire pure senza proferire un motto.Volano i secoli, passano gli autori, i registi, le attrici e gli attori: ma è sempre lì. Pronto a reinventarsi e mutare pelle. Forever young. Teatro come specchio dell’anima e del tempo. Continua ad accadere nonostante i social e decenni di tivù berlusconiana. Quando meno l’aspetti irrompe all’improvviso ed è veloce nel guizzare via. Al concorso dedicato ai giovani under trentacinque, curato dalla Corte Ospitale di Rubiera, hanno risposto da tutta Italia in 172. Così tanti hanno espresso la volontà di partecipare alla selezione inviando 172 testi e altrettanti video di attrici, attori e registi per quella fascia di età. Cosa ha spinto questo robusto drappello di aspiranti teatranti a partecipare a una gara battezzata guarda caso “Forever Young”? C’è materia da riflettere per sociologi: cosa vogliono esprimere queste ultime generazioni? Quale realtà intendono rappresentare? Solo in cinque hanno superato la prova del fuoco giungendo in finale: Collettivo Erratico, Manuelli/Baladam con l’attrice Francesca Astrei, Collettivo BeStand, Andrea Dante Benazzo e Hombre Collettivo. Tutti sono stati ospitati in Corte dove, con l’ausilio dello staff, hanno montato i primi trenta minuti del progetto selezionato.

Nelle giornate tra il 13 e il 14 luglio in due sale della struttura gli allestimenti sono stati presentati a un pubblico in maggioranza giovane. Ha vinto Hombre Collettivo con “La società dello spettacolo”titolo ripreso dal libro di Guy Debord. Il gruppo proviene dal teatro di figura e si ritrova “sull’idea della commistione dei linguaggi performativi” cioè tecniche di teatro di figura e d’immagine “per indagare tematiche di attualità politica”. La regia è di Riccardo Reina, con la partecipazione in scena di Yele Canali Ferrari, Angela Forti e dello stesso Reina. La giuria, presieduta da Giulia Guerra (Corte Ospitale) e composta da Fabio Biondi,Ilaria Campese, Claudia Cannella, Angela Fumarola, Leonardo Lidi, Gilberto Santinie Maura Teofili nella nota finale così ha scritto: “Cosa resterà di questi anni Ottanta… è la domanda al centro del lavoro di Hombre Collettivo che, con sovrabbondanza di materiali, cerca il bandolo della matassa del nostro presente. In una raffica di questioni, video e canzoni, efficaci ma ancora in cerca di sintesi, quattro corpi che ne raccontano venti, la teoria si fa azione attraverso maschere neutre con radici nell’immaginario teatrale europeo”. Il gruppo riceverà un voucher di ottomila euro per la produzione e la Corte Ospitale lo distribuirà nelle due prossime stagioni teatrali.

Fin qui la cronaca dovuta. Ma la breve, e intensa, maratona spettacolare è stata utile per capire cosa si agita nel profondo di questa ultima generazione. C’è intanto, e incredibilmente, molta voglia di teatro. Le motivazioni non sembrano poi così distanti da quelle di quaranta anni fa. Conoscere se stessi, decodificare il mondo, costruire rapporti. Tra i giovani presenti a Rubiera questi concetti si accompagnano a una maggiore coscienza della scena e migliore conoscenza dei problemi del sistema teatrale. Quello che molti non hanno chiaro è il percorso da intraprendere sul piano artistico. E su questo c’è un primo alert. La maggior parte degli aspiranti teatranti è sola, lasciata a se stessa. In tutti gli spettacoli visti si sente ad esempio, l’assenza di uno sguardo esterno in grado di consigliare e porre interrogativi. Drammaturgia. Per il teatro nazionale è un problema serio e risaputo a livello generale e, purtroppo, neanche il giovane teatro è esente. Attori. Eccezione fatta per Francesca Astrei, premio Ubu 2025, miglior attrice under 35, artista di temperamento, solida e fortemente espressiva, è difficile trovarne in grado di poter competere e confrontarsi con quelli di molti Paesi europei. Viaggiare per rendersene conto. Scarsa e spesso assente la disciplina del corpo, componente indispensabile dell’acting. La Formazione. Poche le scuole (si contano sulle dita di una mano sola), per cui gli aspiranti teatranti passano spesso da un laboratorio all’altro senza maturare un metodo, restando senza indicazioni.

La disciplina del corpo si accompagna a quella della mente. Scarsa propensione allo studio, chiave indispensabile per capire e migliorare. Considerando che non si va più a bottega presso un maestro, il giovane teatrante che fa? S’arrangia: cioè fa come può. Non aiuta di certo la maggior parte dei produttori che punta ad un risultato sicuro e se ne infischia della crescita giovanile. A meno che non sia stato confezionato ad hoc: e in ogni caso si va avanti fino al consumo. Poi, chi s’è visto s’è visto. Naturalmente le responsabilità dei giovani sono quasi nulle. In Italia la legislazione è carente e non aiuta chi è giovane e vuole lavorare professionalmente nel settore dello spettacolo. Anche qui si sconta l’esodo strisciante di ragazze e ragazzi verso l’estero, laddove ci sono più tutele e possibilità di imparare e crescere.
Lo Stato dell’arte. Altra faccia della medaglia. Si percepisce in molti di questi giovani l’urgenza e il bisogno del teatro come strumento per leggere e conoscere il mondo. Circola molta energia che andrebbe aiutata ad indirizzarsi per divenire produttiva. Diffusa è poi l’attenzione per le tecnologie digitali percepite giustamente come strumento utile per crescere. La sensazione è che stia fermentando, rispetto al passato, una differente visione del mondo e della scena. Si va sicuramente verso una nuova poetica che allo stato attuale sta disseminando il suo percorso di tracce ancora incerte. Si leggono i contorni ancora sfumati ma non si percepisce bene (ancora) l’essenza. Ogni tempo è diverso e quello dei cambiamenti non è mai uguale a se stesso. Ci vorrebbe più voglia di osare e meno accondiscenza. Viva l’essere eretici comunque e sempre. Più coraggio e meno calcolo. E, soprattutto: fuggire dai Gatto e la Volpe che si aggirano sempre tra questi giovani con lusinghe, premi e cotillon.

Gli Spettacoli. Non è giusto, e neppure tanto corretto recensire questi che erroneamente sono definiti spettacoli. In realtà sono lavori in progress non compiuti. Aperti a soluzioni anche importanti che potrebbero addirittura cambiarne lo sviluppo e la storia. Ma trenta minuti sono comunque e pur sempre un banco di prova dove misurare le proprie forze e, magari, correggere il tiro.
“Terra Bruciata”. I primi a presentarsi sono i tre ragazzi friulani di Collettivo Erratico,Kevin Bianco, Andrea Del Robbio e Gaia Bengagli, responsabili in toto dell’allestimento che mette al centro un tema di interesse e attualità come è quello degli “expat”, cioè coloro che silenziosamente lasciano l’Italia per andare, post laurea, a cercare lavoro in un altro stato della Comunità Europea. Ognuno di questi tre fuori dal suo Paese porta un pezzo di sé e della comunità di riferimento. Materiali come, l’argilla, la paglia e la sabbia che per tutto lo spettacolo vengono impastati, mentre pari pari cresce l’adattamento nel Paese in cui si è ospiti (la Germania in questo caso). A questo punto si innestano fino a diventare centrali i meccanismi della nostalgia, dai pacchi di cibarie spediti da casa ai rosari mandati dalle nonne. Per carità tutto vero, ma il tema è così forte che forse meriterebbe uno sforzo maggiore nella scrittura tale da indagare meglio sulle cause di quella che è una nuova emigrazione e, magari, costruire attimi più convincente in scena, nei dialoghi come nel ritmo.

“Massacre”, drammaturgia e regia a cura di Claudia Manuelli e Antonio Baladam, in scena con Francesca Astrei scritturata per vestire i panni protagonisti in quella che viene presentata come “ricerca performativa sulla crisi delle relazioni dirette e sulla trasformazione della dimensione “dal vivo” della società contemporanea”. Quella pensata in scena è un appuntamento tra un’attrice e ogni persona del pubblico. L’attrice dovrà provare a costruire “l’intimità sincera di una relazione amorosa… ma questo tentativo verrà continuamente interrotto, corretto e mediato dall’intervento di due performer” per impedire che “il rapporto possa compiersi davvero”. Fuori da metafore la pratica e la storia teatrale insegnano che i bravi attori si interrogano continuamente sulla propria arte e il rapporto con gli spettatori. Il momento dello svelamento è un elemento forte che lega l’attore al pubblico, per cui risulterebbe più efficace se si puntasse direttamente sul solo di un’attrice competente e ispirata come Astrei. A poco servono gli stop dei performer che potrebbero essere assai ridotti e sostituiti da una voce fuori campo (anche registrata) in modo da fare chiarezza sui rapporti di forza che spostano e, di molto, il reale significato teatrale della piéce. Lasciando cioè che il testo venga affrontato in un corpo a corpo dall’attrice stessa.

“La Selezione” a cura del Collettivo BeStand, regia di Giuseppe Martino, testo di Dario Postiglione con Elia Galeotti e Viviana Giustino. Molta attesa per il lavoro di questo ensemble teatrale campano che anni fa scrisse e mise in scena “Dov’è la vittoria”, uno spettacolo di qualità, interpretato da attori giovani e capaci, una interprete di temperamento come Martina Corpino. Importante lavoro, finemente documentato che raccontava in anticipo l’ascesa al potere di Giorgia Meloni. Senza se e senza ma. Spettacolo poco visto ma forte e coraggioso. Certamente più di quelli che avrebbero dovuto distribuirlo o prenderlo nei circuiti e di quei critici che, ahimè, non ebbero il tempo di sprecare due righe per raccontarlo (le recensioni si contano sulle dita di una sola mano). Anche così, d’altra parte, si uccide la cultura in questo Paese. Nel working in progress “La selezione” si fanno i conti in scena con il complesso racconto distopico di Postiglione sfruttando le tecniche digitali, con soluzioni molto interessanti che spostano continuamente il punto di vista dal macro al micro (una sorta di acquario in cui si ricostruiscono scenari e architetture volta per volta).

La Terra è stata appena colpita da una grande Onda, una tempesta magnetica che ha provocato molti suicidi ed efffetti ancora poco chiari. Al centro un ragazzo, Cosmo che, nella sua stanza “vede” se stesso, la madre, gli amici in mutazione. Lo spettacolo è complesso e le scene imbastite tra immagini e dispositivi sono interessanti, quello che latita è il concorso attoriale. Se è chiara la posizione di Cosmo che viaggia dentro il suo universo meno comprensibile appare la ragazza con un capottone di cuoio stile kapò, alle prese due o tre ruoli dei quali non si legge la differenza, senza contare una recitazione urlata che non dà intensità al dramma ma anzi, crea disorientamento e non permette una fruizione immersiva. Mettere in scena riferimenti e immagini da Matrix a “L’Eternauta” dell’autore di graphic novel argentino Hector Oesterheld, sequestrato dagli sgherri fascisti di Videla, necessita cuore saldo, ritmo preciso e atmosfere ad hoc. L’immagine finale dell’universo resta comunque quella più bella, poeticamente di questo festival.

“Don’t Try This at Home”, di e con Andrea Dante Benazzo. O elegia del wrestling. Il giovane, e sicuramente capace, attore milanese, a dispetto del titolo fa esattamente quello che non dovrebbe fare. Dopo cinque minuti di introduzione che sembra promettere faville, si cambia in un battibaleno e, indossata la maschera e il costume del wrestler si butta a corpo morto in un combattimento vero contro se stesso andando avanti in pratica per il resto della messinscena. Venti minuti di fuoco, Di urla. colpi e di sbattimenti che lo consegnano alla fine, sudato e livido. Insomma una lotta vera senza finzioni. Che rimanda a quando in età adolescenziale, nella solitudine della camera, davanti allo specchio ognuno posa a fare il danzatore/trice, il chitarrista rock o il cantante. E, appunto il wrestler. Certo, come afferma Centazzo nelle sue note la “ricerca sull’assenza di spettacolarità sarà un modo di osservare come i codici del wrestling riflettano quelli del contemporaneo: la performatività come strumento politico e lo svuotamento di senso delle parole “vero” e “falso” che governa la nostra percezione del reale”. Sì… e il Teatro? Qualche elemento in più questo scoppiettante combattimento di wrestling lo potrebbe pure dare…

“La Società dello spettacolo” di Hombre Collettivo. Vittoria meritata. Lo spettacolo è quello che ha le carte migliori. E, sicuramente la produzione successiva lo dimostrerà. Restano le belle immagini di un allestimento ben costruito nel rapporto tra immagine, suono, interpretazione e ritmo. Dagli attori che fanno il loro compito senza strafare all’impianto ideato e costruito da questi teatranti che vengono dal Teatro di figura per il quale finalmente in Italia incomincia a farsi strada, timidamente, un interesse maggiore. Lo spettacolo è come una sorta di trasmissione no stop che racconta gli ultimi cinquantanni di storia. Un personale, ma credibile e doveroso riferimento alla memoria, dote quest’ultima particolarmente carente in Italia, un Paese che dimentica troppo in fretta. Ecco una dettagliata cronaca a partire dagli anni del thatcherismo in Inghilterra. Si parla anche d’America, con particolare riferimento all’”Elegia” del vice presidente Usa J.D.Vance, l’altra faccia del trumpismo.

Si parla del G8 di Genova (forse un po’ sbrigativamente, ma nella costruzione finale sarà ampliato). In ogni caso la più bella colonna sonora del festival. Si apre con “Rock’n Roll Suicide” di David Bowie agli U2 di “Sunday Bloody Sunday”. Indimenticabile “Mother” dei Pink Floyd tratto da “The Wall”. “…Mother should I run for president?/Mother should I trust the government?/Mother will they put me in the firing line?/Mother am I really dying?”.
Diritto di citazione, conquistrato sul campo grazie a un concerto divertente e spegni ansia da concorso con la musica e il cabaret rock delle effervescenti e talentuose Wunder Tandem, duo factotum di immediata presa.
La Corte Ospitale.
Cosa era. L’ospedale per i pellegrini sorse a Rubiera prima del tredicesimo secolo e restò in attività sino al 1765. Fin dalle sue origini racconta Laura Artioli nel bel libretto – “Per servire sì gran mondo passeggero” – alla ricerca storica di questa struttura “consisteva fin dalle origini nella sua magnifica collocazione all’incrocio tra la via Emilia “rectam et regalem” e la strada dell’Appennino, a presidio del punto di attraversamento del fiume ai margini della fortezza di Rubiera, luogo di transito per eccellenza”.

Ed è proprio da questo incrocio che “occorre partire” per comprenderne l’importanza strategica. Da Rubiera passavano in molti. Il più antico ospedale per pellegrini, gestito da monaci benedettini stava a ridosso del centro abitato. Il Duca Alfonso I d’Este nel 1523 ordinò di distruggere la struttura perchè disturbava la vicina Fortezza. La nobile famiglia Sacrati, subentrata come patrocinatrice dell’ospedale, ne curò la ricostruzione, su un terreno di sua proprietà, a nord del paese. I lavori iniziarono nel 1531, affidati al maestro Gian Battista Ceretti diModena. Nel 1537 cominciò la costruzione della chiesa che venne affrescata nel 1543 con un ciclo di pitture e decorazioni da Benvenuto Tisi detto il Garofalo, uno dei pittori più famosi della corte di Ferrara. L’ospizio offriva l’ospitalità di una notte e di un pasto ai pellegrini ed ai viandanti. Chi non poteva fermarsi riceveva un po’ di pane o qualche capo di vestiario. Per gli ammalati funzionava un’infermeria ed era fornita anche l’assistenza religiosa.

Importante era poi la possibilità di attraversare il fiume, l’ospedale infatti deteneva i diritti sul passaggio del Secchia che funzionava giorno e notte e che garantiva gratuitamente solo ai poveri, ai pellegrini e ai religiosi. Nel 1768 il duca di Modena Francesco III soppresse tutti gli ospedali del suo Stato. I Sacrati offesi se ne andarono e cominciò la decadenza dell’edificio che venduto al conte Greppi di Milano venne trasformato a fattoria, creando stalle, abitazioni e magazzini. Passata di mano in mano la Corte di Rubiera, si degradò finché l’edificio venne acquistato dal Comune di Rubiera che ne iniziò il restauro. Il restauro iniziò a metà degli anni Ottanta. Fin da subito, rileva il libretto di Laura Artioli “si coniuga attorno ad un’idea progettuale che vede nell’antico edificio, il luogo per eccellenza destinato ad accogliere le attività culturali che, intanto in quegli anni andavano crescendo e maturando…”.

Come è oggi. La Corte Ospitale si presenta come centro di ricerca, fiormazione, produzione e promozione del teatro a partire dal dicembre del 1995. La struttura nel tempo è diventata “una sorta di modello ideale cui riferire una modalità di lavoro, mentre lo stesso nome del centro teatrale registra quell’intenzione originaria di fare del luogo un “ospitale” del teatro e della cultura.” Formalmente è un’associazione che vede assieme le Province di Modena e di Reggio Emilia, i comuni di Campogalliano e Rubiera, il Consorzio dei Teatri di Reggio, l’Ert, Ente teatrale Emilia-Romagna. Figura chiave nel promuovere e sostenere la realizzazione della Corte Ospitale è stata quella dell’operatrice culturale Anna Pozziricordata da tutti come una pioniera. Negli anni hanno lavorato con la Corte Ospitale artisti importanti come Josef Svoboda, Jaques Lecoq, Marcel Lì Antunez, Riccardo Caporossi, Wim Mertens, Edoardo Sanguineti. Legato particolarmente alla struttura il regista, attore e autore Danio Manfredini.

Alla guida della struttura organizzativa è una combattiva Giulia Guerra coadiuvata da un team al novanta per cento di sole donne. Un gruppo di lavoro affiatato che con passione costruisce gli eventi come “Forever Young”, produce lavori teatrali e ne segue la distribuzione in tournèe. Non solo. Curano ormai stabilmente le stagioni del Teatro Herberia, un locale dei primi del Novecento, restaurato di recente e perfettamente funzionante, nel centro di Rubiera. Gli stessi teatranti, che nei giorni hanno curato l’allestimento delle loro opere, sono stati assistiti e consigliati sperimentando qualcosa di veramente raro, almeno per l’Italia: essere parte di una comunità teatrale. Si sono conosciuti, hanno scambiato idee, discusso e confrontato i progetti. E,naturalmente stretto nuove amicizie. Lo stesso è accaduto nel laboratorio di critica condotto da Andrea Pogosgnich di Teatro e critica e Manuela Secondo, responsabile comunicazione di Corte Ospitale. Non ci vorrebbe poi tanto a capire che il modello di Rubiera funziona e, se migliorato, ad esempio con stabili momenti di alta formazione, è una alternativa valida o quanto meno un serio aiuto al giovane teatro, e non solamente quello. Immaginare quanto potrebbe cambiare l’attuale situazione italiana con altre cinque, dieci Corti Ospitali…

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