Teatro
Alice non canta De André, e fa benissimo
Lo spettacolo con cui Alice De André ha debuttato ieri e avantieri al Teatro Gerolamo di Milano, è un sapiente mix tra comicità e poesia, tra i ricordi vissuti e quelli raccontati, tra la voglia di raccontare “Alice” e la consapevolezza del peso di quel “De André” nel nome.
In questi ultimi tempi mi è capitato di seguire il percorso artistico di Alice De André, e anche io, come tanti, ho commesso l’errore di valutarla anche per il cognome che porta. Sarà che faccio parte di quel gruppo di persone (fortunatamente numerosissimo) che considerano il nonno una sorta di Dante moderno, e sarà che sono anche tra quelli (numerosissimi anche loro) che considerano il padre come uno dei musicisti più bravi che abbiamo. Insomma, per un motivo o per l’altro, ho dato per scontato che Alice avesse qualità artistiche innate.
Ho fatto un errore ad avere così tante aspettative, ma fortunatamente Alice De André è un talento, e io avevo ragione.
Lo spettacolo (scritto con Alessio Tagliento e prodotto da Talia Media) con cui ha debuttato ieri e avantieri al Teatro Gerolamo di Milano (dove aveva già portato in scena “Take me Aut“) è un sapiente mix tra comicità e poesia, tra i ricordi vissuti e quelli raccontati, tra la voglia di raccontare “Alice” e la consapevolezza del peso di quel “De André” nel nome.
Due parti, la prima con un elegante abito nero e piena di battute e risate, la seconda in vestaglia bianca e densa di poesia.
Un ritmo incalzante senza punti lenti o momenti di noia, uno spettacolo che riempie il palco pur avendo solo due persone in scena: Alice e la bravissima violoncellista Giulia Monti.
Alice racconta delle difficoltà a presentarsi come una De André che non canta, dell’interesse solo per il suo cognome, degli agenti che la vorrebbero a Sanremo e dei giornalisti che ne sminuiscono il valore chiedendole di lei solo in relazione al nonno.
Racconta insomma la sua storia, la sua vita, ma racconta anche di quel filo invisibile che a quel nonno la lega. Quel profumo dietro la nuca che Cristiano riconosce essere lo stesso del padre, quella mano di Fabrizio posata sul pancione di Sabrina (la mamma che la voleva ballerina e che ora è la sua prima sostenitrice) proprio negli ultimi giorni di vita.
Si parla di Sardegna, tanto, di Portobello e dell’Agnata, di Tempio e della Gallura, di mare e profumi, di stelle e di giochi fantastici con Cristiano.
La Sardegna che ha vissuto e quella che le hanno raccontato, le serate con Villaggio e le settimane con De Gregori, un Cristiano piccolo che vuole sapere perché “Alice guarda i gatti” sino al Cristiano grande che scrive “Scaramante“.
Questo spettacolo è certamente un’espressione della propria identità e parallelamente un omaggio al grande Faber, ma credo di non sbagliare nel dire che è anche un grande omaggio a Cristiano. Al padre, all’amico, per certi versi al figlio, ma soprattutto all’artista.
Non sapevo che Alice fosse così legata a “Scaramante“, l’album uscito poco dopo la sua nascita, e non sapevo che “Le quaranta carte” fosse stata scritta per lei.
Avete presente il famoso Spotify Wrapped? Ecco se poteste vedere il mio capireste che lo spettacolo di ieri ha avuto un senso profondo anche per me.
In una bellissima intervista di Gianmarco Aimi su Rolling Stone Alice ha raccontato:
“Di mio papà sono legata all’album Scaramante, che è uscito quando sono nata, e alla canzone Le quaranta carte che ha scritto per me. Ultimamente gli ho consigliato di riprenderlo, perché è meraviglioso e ancora attualissimo. Invece, senza fare spoiler, lo vedo al lavoro su un disco nuovo. Invece di Fabrizio mi aggrappo ai ricordi che faccio un po’ miei, quindi ti dico Verranno a chiederti del nostro amore. Una canzone che ha cantato per la prima volta a mia nonna, Enrica Rignon detta Puny, quando si stavano separando. Mi colpisce sempre la storia di mio padre che da piccolo dormiva con mia nonna, mentre mio nonno la notte stava sveglio a scrivere. Una sera mio nonno entra in camera, la sveglia e le dice che deve farle ascoltare una canzone. Mio padre finge di dormire, ma dallo spioncino della porta vede mia nonna in lacrime e mio nonno che le canta Verranno a chiederti del nostro amore. Un altro brano che amo è Oceano, che è anche il motivo per cui io mi chiamo Alice.
L’ha scritta con De Gregori perché mio nonno lo assillava per capire il significato della canzone Alice. «Ed arrivò un bambino con le mani in tasca / Ed un oceano verde dietro le spalle / Disse: “Vorrei sapere quanto è grande il verde / Come è bello il mare, quanto dura una stanza / È troppo tempo che guardo il sole, mi ha fatto male». In fondo capì che non c’era niente da capire, anche per quell’episodio hanno deciso di chiamarmi Alice.”
Forse in queste righe ho commesso lo stesso errore iniziale, e cioè quello di collegare tutto a Fabrizio e Cristiano, ma lo spettacolo è davvero molto divertente e Alice ha trovato un modo efficacissimo di portare in scena il suo nome, e anche il suo cognome.
Non posso e non voglio raccontare tutto lo spettacolo, che vi consiglio veramente di vedere, ma posso senz’altro dire che Alice non canta De André, e fa benissimo.
Le prossime date di “Alice non canta De André”
- Bologna – 3 marzo – Teatro Dehon
- Genova – 14 marzo – Teatro Stradanuova
- Tempio Pausania – 18 Aprile – Teatro del Carmine
- Torino – 27 maggio – Teatro Gioiello

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