Letteratura

L’avessimo mai presa

La7 propone un reportage sull’Italia fascista in Africa orientale. A far da guida agli autori Aldo e Rosanna Cazzullo sara’ il ‘XX battaglione eritreo’ di Montanelli (1936). E se approfittassimo dell’occasione per (ri)leggere il romanzo di guerra di Ennio Flaiano?

17 Maggio 2026

Novant’anni dopo la presa di Addis Abeba, La7 mandera’ in onda un reportage in due puntate (27 maggio e 3 giugno prossimi) in cui Aldo Cazzullo ripercorre l’itinerario in Africa Orientale di Indro Montanelli, partito volontario al seguito delle truppe coloniali italiane tra il 1935 e il 1936. E’ un appuntamento importante perche’ si propone di illustrare delle vicende meno note di quanto si pensi. A partire per l’Eritrea e l’Etiopia nella seconda meta’ degli anni Trenta furono milioni d’italiani, militari e civili, spinti da un regime che considerava il ‘posto al sole’ alla stregua di un diritto sino ad allora negato dalle potenze europee. L’occupazione porto’ a crisi internazionali e sanzioni, ma piu’ che altro causo’ danni morali e materiali incalcolabili alle popolazioni del posto. Per far luce su tutto cio’, Aldo Cazzullo e la figlia Rosanna – fresca di studi magistrali sul tema – scelgono di partire da XX battaglione eritreo, una raccolta di scritti nei quali il sottotenente Indro Montanelli descrisse informalmente la propria esperienza nella guerra d’occupazione.

Mentre i Cazzullos seguono l’itinerario compiuto dal giornalista italiano piu’ famoso di sempre,  suggeriamo ai lettori di approfittare dell’occasione per mettersi sulla scia del Tempo di uccidere di Ennio Flaiano, ossia il romanzo che ha fatto entrare (malvolentieri, perche’ si attiro’ moltissime critiche) il Corno d’Africa nella coscienza degli italiani. Usci’ nel 1949 ma i suoi anni li porta bene: e’ ancora oggi uno dei pochi libri che fa capire quanta distanza vi sia tra i sogni di gloria venduti dai governi che decidono le imprese militari e la realta’ vissuta dai soldati che le mettono in pratica. 

Uno dei messaggi del libro e’ proprio che l’esperienza sul campo, intrisa di drammaticita’ come solo una guerra puo’ essere, porta ad una consapevolezza di se’ stessi che non si sarebbe mai potuta sviluppare altrimenti. Partiamo dalla trama: durante una licenza un tenente dell’esercito italiano uccide accidentalmente una giovane del posto che ha appena approcciato – o forse sarebbe meglio dire molestato – al fiume e decide di seppellirne il corpo nella boscaglia. Non vuole che la notizia si sappia e non ha intenzione di costituirsi. Certo, non e’ colpa sua se si trova nel posto peggiore che uno possa immaginare: la regione e’ desolata e inospitale, il caldo insopportabile, la fauna ostile con coccodrilli che infestano i fiumi e insetti in quantita’. Parlare con i propri camerati non gli porta sollievo: nutre rispetto per alcuni tra loro, ma non vuole dar vita a nuove amicizie. A lui importa solo di tornarsene a casa il prima possibile, ma circostanze avverse lo intrappolano per giorni nella stessa valle in cui l’omicidio e’ accaduto. Insomma, a causa della propria impulsivita’, ipocondria e delle proprie esplosioni di rabbia il tenente diventa paranoico; le sue debolezze sono all’origine delle disavventure sue e di chi gli sta attorno. Cio’ che emerge e’ il proprio solipsismo e una mancanza assoluta del senso di giustizia; entrambe lo condannano ad una sofferenza psicologica prolungata e intensa che pero’ lo riportano, ma solo alla fine, alla ragione.

Piu’ in generale, Tempo di uccidere ci spiega come la guerra d’Etiopia si sia retta su promesse vuote e sogni irrealizzabili oltreche’ fuori tempo massimo. Benito Mussolini persuase centinaia di migliaia di persone che quella fosse una terra generosa, pronta a offrire le proprie ricchezze ed un futuro migliore; al contrario il Paese era poverissimo, privo di infrastrutture e di risorse e dalle condizioni climatiche proibitive. L’unica ricchezza arrivava attraverso corruzione e mercato nero, poiche’ i soldati trafficavano per mettersi qualcosa in tasca. Per non parlare del miraggio dell’oro sostenuto dal regime, svanito improvvisamente; nel racconto alcuni soldati, ad esempio, si entusiasmano per il ritrovamento di rocce che brillano: ma oltre al danno arriva la beffa. D’oro non vi e’ traccia e la fornace fatta alla bell’e meglio esplode, ferendo diversi soldati. Morale, ci devono essere state ragioni valide se la Gran Bretagna, la Francia e la Germania erano gia’ sul percorso di togliersi davanti il peso del controllo diretto delle proprie colonie. Tempo di uccidere ci fa capire quanto il regime abbia buttato via energie e risorse nel perseguire un obiettivo anacronistico.

Infine, il romanzo esplora quel sentimento di superiorita’ che spesso investe l’occupante. Infatti il tenente – e i suoi colleghi non sono da meno – crede di poter capire facilmente il modo di pensare dei nativi, considerandoli dei semplici, dei primitivi. Le loro condizioni di vita, aggiunge, sono rimaste invariate da duemila anni a questa parte; sono anche passivi, indolenti, indifferenti non solo alla propria sconfitta militare ma anche a qualsiasi evento che riguardi le proprie vite. Quando viene chiesto loro di mostrare la ‘Carta d’identita’ di sottomissione’ lo fanno con un sorriso; quando sentono del massacro dei propri fratelli e sorelle nel corso di un’azione di contro-guerriglia, peraltro completamente sbagliata, tutto cio’ che fanno e’ scavare delle tombe e adornarle come vuole la tradizione. In altre parole, per il militare che occupa non c’e’ alternativa alla loro condizione di subalternita’. D’altro canto, questo non significa che se lo meritino. L’ufficiale non mostra interesse alcuno nel conquistare o approfittare dalla situazione per profitto personale, ed e’ perfettamente consapevole che la saggezza esperienziale dei nativi e il loro pragmatismo da’ loro modo di sopravvivere. Per tutte le distanze che prova a mantenere tra lui e il vecchio Johannes, il pensionato del villaggio che ha combattuto al fianco delle truppe d’occupazione, non riusciamo a sentire nessuna inimicizia ideologica vera e propria; e’ anzi Johannes che si prende cura di lui quando necessario e addirittura lo perdona per tutto il male che ha commesso. Quando il tenente riprova a scapparsene dal fronte e’ una prostituta del posto, Mimi, che gli da’ una mano e gli offre addirittura parte del denaro che gli serve per il viaggio. In sostanza, chi attacca pensa spesso di sapere e potere tutto, nonche’ di avere davanti un nemico pronto in attesa di essere sbaragliato: oggi come allora, quando questi calcoli si rivelano privi di fondamento e’ gia’ troppo tardi.

Chi volesse saperne di piu’ sul grande inganno coloniale non si faccia scappare l’occasione offerta dal programma di La7; scoprira’ che i crimini di guerra compiuti dagli italiani furono innumerevoli, altro che il mito degli italiani brava gente. Gli autori, pero’, hanno ricostruito anche delle storie edificanti realmente avvenute: e’ bene che si conoscano anche quelle. 

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