Storia
Come la memoria si racconta
Una riflessione su metodo e pratica della storia orale
Questo di Alessandro Portelli e Micaela Procaccia è un libro interessante non solo per la storia, drammatica e commovente, che presenta – simile nella sua tragicità ad altre narrazioni che abbiamo imparato a conoscere dal secondo dopoguerra – ma anche nel suo valore di metatesto, cioè di quanto suggerisce aldilà dell’interpretazione letterale dei fatti raccontati. Un libro a più strati: la stessa vicenda umana esposta due volte, più una riflessione sulla pratica della storia orale.
Ricercatore, teorico e importante catalogatore di fonti orali è Alessandro Portelli, critico musicale e professore ordinario di letteratura angloamericana alla Sapienza di Roma fino al pensionamento, mentre Micaela Procaccia, autrice di diversi saggi sulla Shoah, ha lavorato nel settore per la tutela degli archivi al Ministero della Cultura e allo Use Shoah Foundation Institute. Insieme, i due studiosi hanno raccolto la sofferta testimonianza di Giuseppe Di Porto (Roma1923-2017), internato ad Auschwitz dal 1943 al 1945. Nel 2005 Portelli lo aveva intervistato, conservando la registrazione nell’Archivio sonoro della Casa della Storia e della Memoria di Roma, di cui è stato tra i più attivi promotori. Ma sette anni prima Di Porto aveva reso un’altra testimonianza, simile ma non uguale, per il progetto della Survivors of the Shoah Visual History Foundation, I due racconti resi dallo stesso protagonista variavano per significative differenze, rivelando diversi livelli di senso attraverso silenzi, omissioni e censure più o meno consapevoli. Nella descrizione fatta a Portelli, infatti, il reduce di Auschwitz si era soffermato su una drammatica crisi spirituale che gli aveva segnato profondamente l’esistenza, recuperando nella memoria un episodio e un oggetto simbolico prima taciuti.
Giuseppe Di Porto, figlio di un ambulante, aveva trascorso un’adolescenza poverissima, adattandosi ai lavori più umili e faticosi, prima di trasferirsi a Genova dopo le leggi razziali: dal capoluogo ligure era stato deportato ventenne nel campo di Monowitz-Buna, lo stesso di Primo Levi. In entrambe le narrazioni del protagonista, centrale è il riferimento al pane come oggetto di un desiderio convulso per dominare la fame, stimolo insopprimibile che ha dominato ogni ricordo della sua deportazione, da quando usciva di notte dalla baracca del lager per rubarne qualche tozzo in un porcile vicino, rischiando l’esecuzione sommaria. Nella sua tormentata esposizione, conferma che “il figlio rubava il pane al padre, non c’era nessun rispetto verso le altre persone, si rubava per la fame, si rubava, si facevano azioni, cose, per la fame. E allora la razione di pane era la vita”. Il pane significava sopravvivenza, al punto che tornato a Roma alla fine della guerra, per anni Di Porto continuò a tenersene pezzi in tasca, per rassicurarsi e ancorarsi alla vita. “È curiosa la forma delle narrazioni orali: la sequenza del racconto non coincide necessariamente con la cronologia nuda dei fatti”, commenta Portelli. Solo a lui Di Porto narra un episodio che cambiò radicalmente la sua disposizione d’animo nei confronti delle ingiuste violenze patite, che lo avevano indotto alla disperazione rabbiosa, al desiderio di suicidarsi e alla bestemmia contro Dio. Un giorno un altro ebreo confinato nel lager gli aveva chiesto di procurargli un cucchiaio per poter raccogliere il cibo dalla gamella, promettendogli un baratto con del pane. Giuseppe aveva trovato un cucchiaio per terra e gliel’aveva regalato senza chiedere in cambio nulla. Questo suo gesto gratuito, della cui generosità si era inizialmente pentito, gli aveva però fatto ritrovare dentro di sé l’umanità che avvertiva negata nei nazisti come nei compagni di prigionia. L’umiliazione perpetrata dai tedeschi con i loro soprusi era stata riconosciuta come una violenza inutile nei confronti di persone innocenti, intesa a “demoralizzarle” e a renderle simili agli animali, non solo negli impulsi fisici, ma anche nei sentimenti. Da questa nuova consapevolezza di solidarietà umana, Giuseppe aveva recuperato il desiderio di continuare a vivere per raccontare la sua sofferenza e quella di tutte le vittime una volta tornato in libertà. “Così, la storia di vita illumina l’aneddoto, ma l’aneddoto diventa la chiave di tutta la storia di vita”, chiosa Alessandro Portelli.
Perché questo episodio del cucchiaio, che tanta importanza ha avuto nel modificare la disposizione d’animo di Giuseppe Di Porto durante la prigionia ad Auschwitz, non è stato da lui menzionato nella prima intervista resa alla Shoah Visual History Foundation nel 1998? Micaela Procaccia ne identifica le ragioni nel suo documentato intervento, in primo luogo differenziando le modalità tecniche delle due registrazioni (la prima audiovisiva, con telecamera fissa, condotta da una ebrea romana; la seconda solo orale, gestita da uno studioso estraneo all’ambiente ebraico). L’intervista del 1998 rientrava in un progetto internazionale che raccoglieva le testimonianze di 5000 sopravvissuti, di cui 400 italiani, in anni in cui si diffondevano tesi negazioniste riguardo alla persecuzione nazista, e quindi aveva finalità storiche e documentarie ufficiali. Le conversazioni erano modulate su questionari preliminari, seguendo schemi piuttosto rigidi, con richieste puntuali di contestualizzazione sulla vita precedente e seguente alla deportazione (insistenza sui nomi, sulla cronologia, la verificabilità, la confrontabilità con altre testimonianze), per cui l’intervistato era ben cosciente del carattere di testimonianza e quasi di testamento a futura memoria, ma con naturali rimozioni od omissioni sui propri stati emotivi. La seconda intervista del 2005 con Alessandro Portelli era invece inserita in un’atmosfera più confidenziale e privata, in un contesto familiare e ospitale, per cui l’esperienza personale dell’intervistato rifletteva maggiormente i suoi sentimenti interiori, rispetto all’esigenza di inquadrare la tragedia collettiva. Le due interviste sono diverse perché funzionali a progetti diversi, orientati di volta in volta più sulla testimonianza o più sul racconto: la testimonianza è orientata all’esterno e focalizzata sulla attendibilità referenziale mentre il racconto rimane focalizzato all’interno e sulla soggettività. Tali sono le interessanti considerazioni di Portelli sull’intreccio di relazioni che costituiscono la storia orale – fra storia e biografia, situazione sociale e individuale, oggettività referenziale e soggettività, per trarne conseguenze metodologiche generali sulla disciplina della storia orale, sul dialogo e la memoria. Lo studioso ricostruisce passo a passo le modalità e i tempi, i toni e l’ambientazione dell’intervista, insistendo sulla sua informalità, lasciando emergere il modo in cui, in uno scambio di sguardi e di rapporti, la designazione e l’organizzazione e persino l’illuminazione degli spazi in cui avviene il colloquio, la prossemica fra gli interlocutori, e altri dettagli, contribuiscano a orientare il narratore a parlare più del mondo che lo circondava o più del suo mondo interiore.
I podcast delle due interviste, con i relativi QR code, sono riportati nel volume, insieme alla trascrizione esatta delle registrazioni: tutta la vita precedente alla cattura di Giuseppe, l’esistenza nel campo, la marcia della morte sotto la scorta nazista, la fuga, il riparo presso l’esercito sovietico, il rientro in Italia e il ricongiungimento con i parenti e gli amici a Roma. Mi sembra doveroso riportare a questo punto le toccanti parole con cui Giuseppe Di Porto concludeva la sua intervista alla Shoah Visual History Foundation: “Io vorrei lasciare un messaggio di pace, e di pace no qui in Italia, ma in tutto il mondo. Un messaggio che si faccia in maniera che quello che è avvenuto con noi ebrei non avvenga più in nessun angolo del mondo. Tra nessuna religione, tra nessuna… non è neanche giusto dire fra le razze diverse… in tutto il mondo dovrebbe esserci una collaborazione nel cercare di capire le esigenze l’uno con gli altri, insomma, fare in maniera che guerre non avvengano più, perché le guerre portano sempre distruzione, portano morte”
ALESSANDRO PORTELLI e MICAELA PROCACCIA
IL PANE E IL CUCCHIAIO: LA STORIA DETTA DUE VOLTE DI GIUSEPPE DI PORTO
DONZELLI, ROMA 2025. Pagine 144

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