televisione

Sorella ipocrisia, Frate soldo

Benigni riveste la spogliazione francescana con i velluti del prime time televisivo, monetizzando l’ascetismo a tariffe da banchiere rinascimentale.

5 Ottobre 2026
La differenza non sarà sottile, ma fondamentale: Francesco ha scelto la povertà per farsi santo, Benigni ha scelto di raccontarla per farsi ancora più ricco.
Vi è un paradosso squisitamente medievale nella parabola contemporanea di Roberto Benigni. Mentre Francesco d’Assisi operava la sua rivoluzione svestendosi pubblicamente davanti al Vescovo Guido per abbracciare l’altissima povertà, Benigni compie l’operazione inversa: riveste la spogliazione francescana con i velluti del prime time televisivo, monetizzando l’ascetismo a tariffe da banchiere rinascimentale.
Se analizziamo la questione con la lente della grande tradizione culturale, emergono cortocircuiti sublimi.
Partiamo dall’Esegesi del miliardo: quando Benigni declama sul servizio pubblico che Francesco “si vergognava se vedeva qualcuno che aveva meno di lui”, l’affermazione assume una sfumatura quasi comica. Vi sarebbe da chiedersi se il premio Oscar, di fronte alla visione del suo estratto conto non sia colto dallo stesso identico brivido di costernazione, sormontato però da un cachet che farebbe vacillare persino la pazienza di Giobbe.
Passiamo per l’Uguaglianza cosmica e i diritti d’autore: “Il Cantico delle Creature” lodava Frate Focu e Sora Aqua in quanto beni condivisi e privi di proprietà privata. Benigni, da perfetto intellettuale tardo-capitalista, ha intuito che il segreto non è possedere quelle creature, ma detenere i diritti d’autore sulla loro esegesi, trasformando la lode al Creato in un format blindato da esibire nei palinsesti che contano.
Soffermiamoci, infine, sulla Disputa sulla povertà: nel Trecento, francescani spirituali e papato si scontravano ferocemente sull’uso dei beni terreni (usus pauper). Benigni ha brillantemente risolto la secolare disputa teologica: ha lasciato a Francesco l’uso della povertà e ha tenuto per sé l’usufrutto della sua narrazione.
Siamo di fronte a un raffinato ribaltamento della transustanziazione: la parola del Santo, nata per farsi carne e privazione, nelle mani del giullare toscano si fa oro colato ed evento mediatico.
Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.