La circular economy è donna: brevi storie di imprenditrici “circolari”

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17 settembre 2019

“La donna è mobile, qual piuma al vento…” canta il Duca di Mantova nel Rigoletto. Grave errore! Casomai le donne sono circolari. Non a caso sono sempre di più le imprenditrici, le ricercatrici e le startupper che fanno dell’economia circolare e dell’attenzione alla sostenibilità il loro cavallo di battaglia. Per esempio, è donna la fondatrice della britannica MacArthur Foundation, probabilmente la più importante no-profit del settore, attiva nel cambiamento di modello produttivo, da lineare a circolare.

Ma anche l’Italia può dire la sua. Stando al rapporto di Circular economy network ed l’Enea, a livello europeo il nostro paese non è secondo a nessuno in questo campo. Molte volte si tratta di donne che hanno compreso il potenziale dell’economia circolare (anche sul piano commerciale) quando ancora non ne parlava nessuno. Una di queste è la veneta Susanna Martucci, che ha fondato la Alisea Recycled & Reused Objects Design nel lontano 1994, quando Bill Clinton era un presidente alle prime armi e Svezia, Austria e Finlandia non facevano ancora parte della UE.

«Fu un colpo di fortuna – racconta a Gli Stati Generali –. Un anno dopo la laurea, nel 1982, ero in treno e sentii due professori universitari parlare fra loro della gestione dei rifiuti di allora, definendola un disastro. Dissero anche che, in futuro, il riuso e la vendita di rifiuti sarebbero stati delle ottime occasioni di business. Un discorso che mi convinse».

Alisea, spiega Martucci, progetta e produce oggetti di design rivolti al mondo della comunicazione aziendale e alla vendita al dettaglio. «Ciò che ci ha resi unici sul mercato, sin dall’inizio, è che per le nostre produzioni usiamo esclusivamente materiali derivati dal recupero o dal riciclo degli scarti delle produzioni industriali o artigianali». Negli anni l’azienda è cresciuta, e dal 2014 ha lanciato anche dei progetti di ricerca e sviluppo.

«Da allora abbiamo già depositato due brevetti per prodotto e processo produttivo – continua Martucci –, entrambi legati alla creazione di nuovi materiali derivanti dagli scarti della produzione industriale degli elettrodi in grafite». Ad oggi Alisea ha recuperato e riutilizzato 20 tonnellate di grafite, «che altrimenti sarebbero state smaltite sotto terra».

A recuperare un sottoprodotto che altrimenti andrebbe sprecato è anche Orange Fiber, startup innovativa fondata nel 2014 da due giovani donne, le siciliane Adriana Santanocito ed Enrica Arena. L’azienda ha brevettato un processo speciale per creare tessuto dal sottoprodotto dell’industria di trasformazione agrumicola (in pratica, dei succhi di frutta agli agrumi). Di questo sottoprodotto, noto anche come pastazzo, se ne producono oltre 700mila tonnellate l’anno in Italia, a partire proprio dalla Sicilia, autentica superpotenza degli agrumi.

I risultati non si sono fatti attendere. A fine 2015 la startup inaugurava il primo impianto pilota in Sicilia, e meno di due anni dopo la casa di moda fiorentina Salvatore Ferragamo presentava la prima collezione realizzata con i tessuti di Orange Fiber. «Oggi stiamo affrontando una nuova fase per aumentare la capacità produttiva e l’ottimizzazione del processo di produzione industriale – dice Arena –. Per trovare i finanziamenti necessari, ad aprile abbiamo lanciato una campagna di equity crowdfunding. Ed è stata un successo! Abbiamo addirittura superato l’obiettivo massimo di 650mila euro».

Con la somma raccolta Orange Fiber realizzerà i macchinari necessari ad aumentare la capacità produttiva ed estrarre fino a un massimo di 60 tonnellate di cellulosa l’anno. Un passo obbligato per poter operare nel settore, molto complesso ed esigente, della moda internazionale. «Il nuovo impianto produttivo ci permetterà di soddisfare le esigenze dei brand – continua Arena –, che ci chiedono che il prodotto sia pronto in 30-60 giorni. Sono le tempistiche in linea con la programmazione delle sfilate».

Anche VeNice, startup nata appena un anno fa nella laguna di Venezia, punta sul riuso degli scarti, e in particolare delle biomasse. Fondata da cinque ricercatrici del dipartimento di Scienze molecolari e nanosistemi dell’Università Ca’ Foscari, ha come obiettivo la preparazione di prodotti altamente performanti e sostenibili, trasformando rifiuti in risorse.

«Questa zona, e in particolare la laguna, è ricca di scarti spesso gravosi da smaltire, sia dal punto di vista economico che ambientale – spiega Michela Signoretto, co-fondatrice e professoressa di chimica industriale presso l’ateneo veneziano –. In realtà, però, questi scarti possono diventare una preziosa fonte di materie prime per la formulazione di cosmetici e specialità chimiche».

Attiva nel manifatturiero è anche Vapori di Birra, società co-fondata da padre e figlia, Edo e Chiara Volpi a fine 2014. «Dopo il diploma di perito tecnico ho studiato ingegneria chimica all’Università di Pisa – spiega Chiara Volpi – e nel frattempo mi sono specializzata con corsi di formazione specifici al CERB, il centro dell’Università di Perugia per la ricerca sulla birra».

L’idea dietro a Vapori di Birra è quella di sfruttare una peculiarità del territorio toscano a cui appartiene, Sasso Pisano. Una zona conosciuta per i soffioni boraciferi, emissioni di vapore ad alta pressione e temperatura che fuoriescono da spaccature nel terreno o perforazioni artificiali, che vengono sfruttate per produrre energia geotermica.

«Il nostro è il primo birrificio al mondo a produrre birra artigianale utilizzando il vapore geotermico come fonte primaria di energia – nota Volpi –. Abbiamo voluto sfruttare questa risorsa per un progetto che unisse la passione per la birra e la nutraceutica, e l’attenzione per la filiera corta e la sostenibilità». In questo modo si riduce notevolmente l’impatto ambientale della produzione: rinunciare all’impiego di combustibili fossili significa azzerare l’emissione di anidride carbonica nell’atmosfera.

Sia chiaro però, nell’economia circolare c’è spazio anche per il digitale. Ne sa qualcosa Paola Obino, fondatrice e a.d. di Wastly, piattaforma online per favorire l’incontro tra le aziende che vogliono vendere o comprare materie prime secondarie. Fondata nel 2015 a Cagliari, la startup ha già ricevuto finanziamenti per oltre 300mila euro, e attualmente impiega una quindicina di persone. Laureata in ingegneria ambientale «quando ancora insegnavano a progettare inceneritori e discariche», Obino ha dovuto aspettare una decina d’anni prima di poter lavorare nell’ottica ambientalista a cui aveva sempre aspirato.

«Fondare un’azienda è stata una scelta naturale – racconta –. A un certo punto non sono più riuscita a trovarmi in sintonia con i datori di lavoro perché purtroppo, nell’economia lineare, ciò che comanda è il profitto. Così ho deciso di creare un’azienda la cui mission fosse proprio la sostenibilità ambientale». Oggi Wastly è in fase di test, e conta un centinaio di iscritti fra industrie del riciclo e aziende manifatturiere.

Per Obino che le donne siano più “adatte” o “sensibili” verso tematiche come sostenibilità e circolarità è la scusa che molti uomini utilizzano per non impegnarsi abbastanza in questo settore. «Da donna però sono comunque contenta che questo settore sia considerato più “femminile” – nota –, perché almeno in questo campo le donne hanno l’opportunità di posizionarsi in modo più veloce e importante che altrove. Un’occasione che mi sembra stiano cogliendo appieno».

Dello stesso avviso anche Martucci. Che sottolinea come l’economia circolare non sia solo «un modo per difendere il pianeta e le persone che lo abitano, ma anche una carta economica vincente. E questo le donne l’hanno già capito perfettamente». In un paese dove il gap salariale collegato al genere rimane alto, e la disoccupazione femminile è superiore alla media europea, è senz’altro una buona notizia.

 

Immagine in copertina: Pixabay

TAG: design, donne, Economia circolare, innovazione, italia, manifatturiero, Moda, riuso
CAT: economia circolare, Inquinamento

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