poveri veri e falsi

Economia

Falsi e veri poveri e giovani in tempesta ormonale

Gli ultimi dati Istat distinguono i poveri veri da quelli dichiarati, e chi ha spaccato le vetrine di Milano non viene dalla fame. Ai giovani serve una causa, prima che un sussidio..

27 Ottobre 2026

Milano ha una tradizione anche in questo. All’inizio dell’Ottocento, sotto gli austriaci, una banda di giovinastri chiamata Compagnia della teppa (pr. Cumpagnia dela tèpa) si guadagnò una tale fama di prepotenze che il suo nome entrò nella lingua italiana. Due secoli dopo, il 17 e il 18 ottobre, centinaia di ragazzi a volto coperto hanno sfondato vetrine e saccheggiato negozi tra piazza Duomo, via Torino e il Castello. I media li hanno etichettati appunto come “teppisti”. Si può dire tutto quello che si vuole su questo fenomeno, ma si deve constatare il rispetto delle tradizioni.

La scintilla che ha propagato l’incendio è scaturita da una manifestazione contro il carovita. Da qui i due riflessi automatici: c’è chi nelle vetrine rotte e nei saccheggi vede la rabbia dei poveri emarginati e chi vede soltanto teppismo e delinquenza. Due letture dei fatti a loro volta “tradizionali”: rispettivamente da sinistra e da destra, da progressisti e da conservatori, da opposizione e da governativi.

Il PIL e le vetrine

Cominciamo dalle vetrine. Un vetraio le rimetterà al loro posto e la contabilità nazionale registrerà una produzione; la vetrina distrutta, invece, non è una perdita che viene sottratta al PIL. Il PIL, infatti, misura i flussi e non lo stock, il patrimonio danneggiato. Frédéric Bastiat lo spiegò nel 1850 con la parabola della finestra rotta, in un saggio il cui titolo riassume queste righe: Ciò che si vede e ciò che non si vede. Si vede il vetraio che lavora. Non si vede il vestito che il negoziante non comprerà, perché quei soldi sono finiti nella riparazione della vetrina andata in frantumi.

Non è un’eccezione, è il modo in cui il PIL è costruito. Dai tempi del “sorpasso” sul Regno Unito negli anni ’80 entra nel conto anche il sommerso (il “nero”, l’evasione tanto deprecata). Dal 2014 vi entrano anche droga, prostituzione e contrabbando e da allora il rapporto tra debito e PIL, il metro con cui si giudica la solvibilità di un Paese, risulta alleggerito anche “grazie” alla cocaina. Lo aveva previsto Simon Kuznets, che nel 1934 consegnò al Congresso americano la prima stima del reddito nazionale e nello stesso rapporto avvertiva che dal reddito di una nazione difficilmente si deduce il suo benessere (e più tardi si batté, invano, per tenerne fuori la spesa militare). Non a caso l’Istat, accanto al PIL, pubblica ogni anno il Rapporto sul benessere equo e sostenibile. Ed è lì che si può toccare con mano un equivoco.

Poveri veri, poveri falsi

La povertà si può misurare sul reddito o sulla spesa, e in un Paese con la nostra evasione le due misure divergono. Il reddito è ciò che si dichiara, e chi non dichiara tutto risulta più povero di quanto in realtà lo sia. La spesa è ciò che si compra per vivere, e dal conto della spesa è più difficile nascondersi. Le statistiche costruite sul reddito ospitano pertanto anche dei falsi poveri. Distinguere tra le due situazioni serve, se non altro, ad aiutare i veri poveri, e ad avere meno sospetti su chi fa richiesta dei vari sussidi. Ed è proprio sulla spesa che l’Istat calcola la povertà assoluta: per questo rileva i poveri veri. Nel 2025 sono 5 milioni e 435 mila. Più di un milione e 136 mila sono minori: un minore su otto. È la povertà vera allo stato puro, ed è piuttosto silenziosa. Non scende in piazza, non sfonda vetrine, non finisce nei video che girano sugli smartphone.

Chi rompe le vetrine

Ecco allora i due ritratti, uno accanto all’altro. Da una parte più di un milione di minorenni poveri che nessuno vede. Dall’altra i circa duecento ragazzi portati in questura dopo la domenica dei saccheggi, oltre l’80% minorenni, che hanno visto tutti. Il primo gruppo non spiega il secondo. Se fosse la povertà a muovere la rivolta, la rivolta abiterebbe dove, stando all’Istat, abita maggiormente la povertà, ossia nel Mezzogiorno. È esplosa invece nel centro di Milano, Torino e Bologna, e a Milano i ragazzi venivano per lo più da fuori città. Tra loro ci sarà stato chi se la passa male, accanto a qualche figlio di famiglie benestanti. Il disagio sociale può essere il terreno di base perché si sviluppi la violenza di piazza, ma il motore è un altro e mi pare che nessuno lo abbia nominato nel solito dibattito che fa seguito a fatti di questo genere che viene messo in scena da almeno cinquant’anni a questa parte.

Il motore è più vecchio di qualunque crisi economica. Quasi ovunque e quasi sempre, a tirare le pietre sono giovani maschi. Si tratta di uno sfogo di energia che scaturisce da una fonte moralmente neutra: lo stesso impulso che genera il teppista e l’ultrà, ma che in altri tempi per noi ha prodotto anche il volontario che parte entusiasta per la guerra, il giovane che si batte per l’indipendenza del proprio Paese, il rivoluzionario. Le rivoluzioni non le hanno mai fatte gli anziani e anche per questo la nostra Italia che invecchia a passo di record sarà sempre più un Paese tranquillo, per non dire addormentato. Dire che l’energia è la stessa non mette sullo stesso piano le cause: battersi per la libertà del proprio Paese e svaligiare un negozio di scarpe da ginnastica di tendenza non pesano allo stesso modo. È la causa a decidere se quell’energia costruisce o distrugge.

La causa, del resto, è spesso un pretesto o l’immedesimazione in un ruolo. La violenza politica degli anni Settanta e quella da stadio degli anni Ottanta e Novanta hanno mobilitato giovani della medesima età che hanno agito sotto lo stesso impulso, sventolando bandiere diverse, le prime politiche e le seconde sportive. Una ragione per scatenarsi la si trova sempre: l’ultima è stata il carovita.

Di solito, poi, con l’età l’energia passa. Si nasce incendiari e si muore pompieri, come conferma la curva che lega età e reati, con un picco tra la tarda adolescenza e i primi vent’anni e un declino costante dopo. Il che, beninteso, non restituisce nulla a chi si è visto sfondare la vetrina e svuotare la cassa, ma dà una lettura, a mio avviso, meno usuale di questo fenomeno ricorrente della gioventù bruciata e bruciante.

Non è dunque soltanto una questione di ormoni: gli ormoni possono spiegare l’impulso a sfogarsi violentemente, non la direzione verso cui si orienta questo impulso. Quei ragazzi possono essere considerati “cattivi per natura”, ma solo nel senso che l’irruenza è nella “natura di quell’età”. Invece non sono affatto la voce dei veri poveri. Sono il sintomo di un’assenza: manca una causa che valga davvero la loro energia, e allora ci si attacca a quello che passa il convento, la vetrina di via Torino o la curva dello stadio.

Una causa, prima che un sussidio

Molti sostenitori del reddito di base in questi giorni hanno così argomentato a favore della loro proposta: date un reddito a tutti e la rabbia si placherà. Hanno ragione su un punto, perché senza un reddito non si ha libertà di scelta per fare diversamente, non si è indipendenti. Ma un assegno uguale per tutti, giovani e anziani, ricchi e poveri, disperde le risorse e lascia intatta l’assenza: rischia di essere vissuto come un sussidio che si riceve, non come una vita che si costruisce.

Su queste pagine Luca Cetara si è chiesto quanto grande possa diventare il tavolo a cui ogni generazione chiede un posto migliore. Una risposta è quella di cominciare proprio dai giovani. La proposta che porto avanti, un reddito per il consumo, include il reddito di base, ma si attua in modi e tempi differenti. Non parte da una cifra uguale per tutti, nessuno escluso, ricchi e poveri: parte da alcuni gruppi, e in primo luogo dai giovani, a cominciare dai giovani poveri, perché le risorse vanno concentrate dove possono fare realmente la differenza. E non è un assegno fisso. Sopra una base di sussistenza, il reddito cresce con ciò che si fa: studiare, aiutare gli altri, rendersi utili alla collettività, mettere su famiglia, occuparsi dei figli.

Perché proprio i giovani? Non per cercare facili consensi tra le nuove generazioni, ma per tre ragioni. La prima è una specie di risarcimento: stando così le cose, i giovani non potranno godere dello stesso ricco welfare di cui hanno goduto le generazioni precedenti, eppure a pagarlo col proprio lavoro sono proprio loro, almeno quelli che un lavoro riescono a trovarlo. La seconda è una liberazione: possono essere la prima generazione libera dal lavoro obbligatorio, libera di scegliersi un lavoro invece di subirlo. La terza riguarda le culle vuote. Se la denatalità si può fermare, si ferma con loro, e un reddito che premia chi mette su famiglia invece di penalizzarlo è il modo più diretto di provarci.

Ecco la causa che manca. Una vita con incentivi per migliorarsi è una vita migliore, e una generazione che ha davanti un progetto, non solo un caritatevole sussidio, ha qualcosa per cui spendere le proprie energie. Non è una proposta per comprare la pace sociale: i destinatari sono tutti i giovani che tacciono e che sono la stragrande maggioranza che non scende in piazza. Ma come causa per cui impegnarsi, essere la prima generazione che si libera dall’obbligo del lavoro, proprio quando il lavoro artificiale avanza inesorabilmente, vale l’energia di un giovane molto più di qualunque vetrina da infrangere, perché si tratta di infrangere un patto sociale ormai inadeguato, per farne nascere uno nuovo.


Fabio Massimo Rampoldi scrive di lavoro artificiale e di come redistribuirne i frutti. È l’autore di «Scritti di ALTER EGOnomia».

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