Innovazione
L’AI crea posti di lavoro. La buona notizia, però, è un’altra
Mentre imperversa l’allarme sull’AI che potrebbe sfuggirci di mano, è passata quasi inosservata una notizia più terrena: negli USA l’intelligenza artificiale crea lavoro, non lo distrugge. È vero, ed è una buona notizia, ma non per il motivo a cui si pensa.
Mentre i media sono in subbuglio per l’allarme sull’intelligenza artificiale che potrebbe sfuggire al controllo e addirittura cancellare l’umanità (con dimissioni eccellenti nei laboratori, percentuali di estinzione e appelli a rallentare la corsa), è passata quasi sotto silenzio una notizia molto più terrena e, per noi, più importante. Negli Stati Uniti, l’intelligenza artificiale sta creando posti di lavoro invece di eliminarli: circa un milione, contro le duecentomila uscite legate alla tecnologia. Cinque posti creati per ogni posto perso.
Il messaggio implicito è rassicurante: non preoccupatevi, andrà come è sempre andata, la tecnologia creerà più posti di lavoro di quanti ne elimini. Questa affermazione è sicuramente vera nel breve periodo, ma potrebbe non esserlo nel lungo periodo. Resta comunque una buona notizia, perché ci permette di guadagnare tempo prezioso.
Cantieri, non fabbriche a regime
Analizziamo che tipo di posti di lavoro sono. La maggior parte di quel milione di posti di lavoro riguarda il settore delle costruzioni e i settori ad esso collegati: circa 320.000 posti di lavoro per elettricisti, tecnici del raffreddamento, ingegneri di rete e addetti all’edilizia per la costruzione dei data center. La spesa per la loro costruzione ammonta a oltre 75 miliardi all’anno, il 60% in più rispetto a un anno fa. Si tratta della fase del cantiere, non di quella della fabbrica a regime. Un data center, una volta entrato in funzione, richiede un numero molto limitato di addetti: Amazon ha annunciato un investimento di trentacinque miliardi in Virginia per creare circa mille posti di lavoro in diciassette anni. Ciò che resta è la capacità produttiva, non l’occupazione necessaria a costruirla.
L’esempio più citato, l’elettrificazione, dovrebbe insegnare a essere più prudenti che ottimisti. Intanto, ai tempi ci vollero quarant’anni prima che producesse risultati diffusi. Inoltre, l’indotto creato, composto da elettricisti e ingegneri, non poteva essere sostituito dall’elettricità stessa. Questo indotto è in gran parte costituito da posti di lavoro che la prossima ondata di automazione potrebbe mettere a rischio. Si stanno assumendo persone per costruire la struttura che dovrà gestire le macchine che poi le sostituiranno.
La bolla e il boom sono la stessa cosa
C’è poi un collegamento che raramente viene notato. La bolla dell’intelligenza artificiale, che molti temono e che altri segretamente auspicano che scoppi, e il boom di posti di lavoro di cui si parla in questo contesto sono lo stesso fenomeno, osservato rispettivamente dal punto di vista finanziario e da quello dell’economia reale. I miliardi movimentati dall’intelligenza artificiale e dal suo indotto non rappresentano solo un valore di Borsa, ma si traducono in cantieri, salari e ordini. Tuttavia, si tratta per lo più di denaro a debito, sostenuto da valutazioni gonfiate. Quando l’ondata di investimenti rallenterà, resteranno le macchine, non i posti di lavoro creati per costruirle.
La vera buona notizia
Ed è qui che la notizia diventa davvero buona, anche se nessuno lo dice apertamente. Non perché l’intelligenza artificiale crei lavoro e il lavoro umano sia al sicuro per sempre, anche se questo è il desiderio di molti. Ma perché ci offre qualche anno (la fase di cantiere, il rimbalzo, la finestra di opportunità) per prepararci a ciò a cui oggi non siamo affatto pronti: decidere come distribuire il benessere quando il lavoro umano sarà sempre meno necessario.
Oggi, la domanda fondamentale non riguarda la creazione o la distruzione di posti di lavoro da parte dell’intelligenza artificiale. La vera domanda è: chi comprerà i beni prodotti dalle macchine quando il reddito non deriverà più, o deriverà sempre meno, dai salari? Un sistema che produce beni in abbondanza che nessuno può acquistare si sgonfia in modo molto più dannoso di una normale bolla finanziaria. La risposta non è difendere il lavoro a ogni costo, ma garantire un reddito legato al valore creato dalle macchine, un reddito per il consumo che permetta alle persone di continuare a consumare come se avessero un reddito da lavoro.
Abbiamo quindi davanti un periodo in cui potremo organizzarci per gestire la transizione verso l’era del lavoro artificiale. Sarebbe un peccato sprecarlo nell’illusione che il futuro sarà simile al presente solo perché il presente ci ricorda vagamente quanto è avvenuto in passato.
Fabio Massimo Rampoldi scrive di lavoro artificiale e di come redistribuirne i frutti. È l’autore di «Scritti di ALTER EGOnomia».
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