chi paga le tasse?

Economia

Ci risiamo: nel conto di chi non paga “le tasse” anche i neonati

Nei 24,8 milioni di italiani che, secondo i titoli sui media apparsi in questi giorni, non pagherebbero “le tasse”, si annoverano anche i neonati. Con lo stesso metro si potrebbe evidenziare che in Italia lavorano solo quattro persone su dieci.

25 Settembre 2026

Ogni volta che viene pubblicato un rapporto che illustra chi paga e chi non paga le tasse in Italia, si leva la stessa indignazione: sono sempre gli stessi a pagare per tutti. Quest’anno è toccato al rapporto di Itinerari Previdenziali, presentato al Cnel il 24 settembre, e il dato che ha fatto il giro dei media è che 24,8 milioni di persone non versano un euro di Irpef. Questo dato si è trasformato nei titoli delle testate giornalistiche nella solita notizia che evidenzia che circa la metà degli italiani non paga “le tasse” e vive a spese della collettività e che un adulto su tre “non contribuisce al finanziamento del welfare”. Il rapporto è attendibile e il problema che descrive è reale: la base su cui poggia il finanziamento dello Stato è ridotta, l’evasione esiste e la spesa per il welfare assorbe l’intero gettito delle imposte dirette. L’indignazione ha le sue ragioni, che condividiamo, ma le informazioni andrebbero date in modo corretto.

Un conto che comprende i neonati

Partiamo dal denominatore (la parte sotto la linea di una frazione). I 24,8 milioni sono calcolati sull’intera popolazione residente, pari a circa 59 milioni di persone, compresi i minori. Nel conteggio dei non paganti finiscono quindi i neonati, i bambini delle scuole elementari e i ragazzi delle scuole superiori: persone senza reddito e che non devono presentare la dichiarazione dei redditi. Contarli come inadempienti e poi parlare di italiani che non pagano le tasse significa includere tra i colpevoli chi non ha alcun obbligo da adempiere.

Il fatto che il numero sia stato gonfiato emerge dal modo in cui lo stesso rapporto è stato raccontato con maggiore accuratezza: non 24,8 milioni sull’intera popolazione, ma 8,7 milioni di contribuenti che, su più di quaranta milioni di dichiaranti, non versano l’Irpef perché il loro reddito è inferiore alla soglia di esenzione. Si tratta dello stesso rapporto: cambia solo se si considera il numero dei dichiaranti o l’intera popolazione, minori inclusi. Il primo numero descrive il sistema fiscale, il secondo fa notizia e suscita scandalo. Nei titoli è rimasto il secondo.

Redditi bassi, non solo furbi

Analizziamo allora chi sono i 24,8 milioni di persone. Per grandi blocchi: circa 9,5 milioni sono minori che, per età, non hanno un reddito. Altri 9 milioni circa sono adulti che presentano la dichiarazione dei redditi, ma non pagano le tasse perché il loro reddito, da lavoro o da pensione, è inferiore alla no-tax area, fissata per legge a 8.500 euro per i dipendenti e i pensionati e a 5.500 euro per gli autonomi. I restanti, poco più di 6 milioni, sono adulti senza reddito che non presentano alcuna dichiarazione. Tolti i minori, gli adulti che non versano l’Irpef sono dunque circa 15 milioni: su una popolazione adulta di poco meno di 50 milioni, in effetti, circa uno su tre.

Ma qui sta l’equivoco. È vero che un adulto su tre non versa l’Irpef, ma è falso che «non contribuisca». Non pagare l’imposta sul reddito non significa vivere a scrocco, ma avere un reddito troppo basso per doverla pagare, come accade per la stragrande maggioranza di quei quindici milioni. E i dati di chi dichiara confermano questo quadro: quasi sette dichiaranti su dieci hanno un reddito inferiore a 29.000 euro lordi all’anno e insieme versano poco più di un quinto dell’Irpef. Questo è anche il ritratto di un Paese che ha notoriamente redditi da lavoro fermi da anni in potere d’acquisto, quindi, in generale, redditi bassi. Ma molti redditi sono abbassati del tutto legittimamente, come i media più accurati hanno spiegato: la no-tax area, la giungla di 625 detrazioni e deduzioni che vale circa 119 miliardi, la flat tax e la cedolare secca.

In fondo alla scala sociale, poi, non c’è l’evasione, ma la povertà. Secondo i dati ISTAT, nel 2024, in Italia, ci sono 5,7 milioni di persone in povertà assoluta, quasi un residente su dieci. Non si tratta delle stesse persone che non pagano le tasse (i due insiemi si sovrappongono solo in parte), ma indicano che i poveri non sono affatto un’invenzione o tutti evasori sotto mentite spoglie.

E l’evasione?

L’evasione, naturalmente, esiste e lo stesso rapporto ne dà conto: oltre la metà dei lavoratori autonomi ha un indice di affidabilità fiscale inferiore alla soglia che dà accesso ai benefici per i contribuenti affidabili e la flat tax è descritta come un «motore per il nero». Un basso indice di affidabilità fiscale non è di per sé una prova dell’evasione, ma è un segnale che non si può ignorare. Il punto è dove cercare. Pagare l’Irpef non è un certificato di onestà: chi evade con metodo di solito non scompare completamente dal radar del fisco, ma dichiara una parte del proprio reddito e paga le tasse su quella. Una parte dell’evasione sta al di fuori delle dichiarazioni, nel lavoro nero; una parte considerevole sta all’interno della platea di chi paga. Cercarla tra i 24,8 milioni di presunti contribuenti, per lo più costituiti da bambini e da persone con redditi inferiori alla soglia, è cercare i casi più clamorosi, ma forse non quelli più diffusi.

Un popolo di poveri o di evasori?

Per negare che il problema siano i bassi redditi, si obietta che l’Italia non è un Paese povero: si spendono decine di miliardi per il gioco d’azzardo, si è ai primi posti per numero di smartphone, abbonamenti alle pay TV e animali domestici. Ma questo è un salto logico. La spesa complessiva di sessanta milioni di persone non misura la ricchezza dei singoli: è una media che i patrimoni più consistenti gonfiano e che la miseria più diffusa non riesce a spostare. Inoltre, l’azzardo non è un indizio di benessere: è concentrato proprio tra i redditi più bassi, una sorta di tassa occulta sulla speranza che aumenta dove aumenta la disperazione, non dove c’è agiatezza. Ormai lo smartphone non è un lusso, ma lo strumento con cui si cerca lavoro e si accede ai servizi. Confondere la spesa aggregata con il benessere diffuso è uno svarione analogo a quello dei 24,8 milioni di “furbi”: si considera la media  su tutta la popolazione senza valutare la condizione di chi ha un reddito basso o nullo.

Un’imposta non è tutte “le tasse”

C’è infine la parola «tasse». L’Irpef è un’imposta rilevante, ma rappresenta solo una parte delle entrate tributarie dello Stato, pari a poco meno del 40%. Le imposte indirette, in particolare l’IVA e le accise, hanno un peso maggiore e le paga chiunque effettui un acquisto, compresi i 24,8 milioni di “non contribuenti”. Chi non versa l’Irpef, paga l’IVA sulla spesa, sulle bollette e sul carburante, e l’IVA, come tutte le imposte indirette, pesa di più, in proporzione, proprio su chi ha meno. Affermare che quei milioni di contribuenti «non contribuiscono» al welfare significa considerare il gettito di una sola imposta, per giunta non la più significativa. E senza contare i contributi sociali e i tributi locali, che aumentano ulteriormente il totale.

Con lo stesso metro

Resta la cosa più importante. Se si accetta il metro di misura del rapporto riportato dai titoli dei media, ovvero l’intera popolazione, bisogna applicarlo fino in fondo. Secondo l’ISTAT, gli occupati in Italia sono circa 24,4 milioni: su 59 milioni di residenti, rappresentano il 41%. Questo dato non corrisponde al tasso di occupazione ufficiale, che si calcola sulla sola fascia di età compresa tra i 15 e i 64 anni ed è molto più alto, oltre il 60%; si tratta piuttosto della quota di chi lavora sull’intera popolazione, cioè della stessa base utilizzata per contare i non paganti, scelta apposta per evitare di utilizzare un denominatore di comodo. Con questo metro di misura, in Italia lavorano quattro persone su dieci. Le altre sei sono bambini, studenti, anziani e persone che cercano lavoro senza trovarlo. Non si tratta di uno scandalo, ma della situazione anagrafica e della divisione del lavoro di qualunque società.

E’ pertanto normale e non scandaloso che non tutti paghino l’imposta sul reddito in un Paese in cui la maggior parte della popolazione non ha un reddito da lavoro. Peraltro questa quota non è destinata a crescere in futuro. La demografia la sta già riducendo, con meno giovani che entrano nel mercato del lavoro e più anziani che ne escono. Il lavoro artificiale la ridurrà ancora di più, sostituendo mansioni che oggi producono salari e, di conseguenza, gettito. La ricetta del “far lavorare e pagare tutti” va contro l’anagrafe e la tecnologia.

Recuperare l’evasione e allargare la base imponibile resta doveroso. Tuttavia, la domanda che quei numeri pongono davvero è un’altra: non come costringere più persone a pagare, ma come distribuire il reddito quando il lavoro riguarda una quota sempre più piccola della popolazione.


Fabio Massimo Rampoldi scrive di lavoro artificiale e di come redistribuirne i frutti. È l’autore di «Scritti di ALTER EGOnomia».

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