Innovazione

A San Francisco è sempre primavera

San Francisco è una città di luci e ombre. Ricca di spazi verdi, profondamente cosmopolita, è molto diversa da come la immaginiamo in Italia. Domina l’entusiasmo (almeno tra chi innova)

6 Ottobre 2026

A San Francisco è sempre primavera. Non si tratta di una metafora, ma di un dato di fatto. Nella capitale tecnologica del Nordamerica le temperature medie giornaliere vanno dagli 8° di gennaio ai 21° di settembre, e ci sono una settantina di giorni di pioggia all’anno. La nebbia è una presenza costante, specie d’estate (anche se nel corso del mio soggiorno a SF il tempo è sempre stato fresco ma soleggiato).

Tuttavia, se proprio si vuole attribuire anche un significato metaforico a quanto ho appena scritto, allora si può dire che la città sembra vivere una perpetua primavera tecnologica: un rigoglio costante di nuove startup, nuovi round di investimento, nuovi talenti STEM in arrivo dai quattro angoli del globo, nuove soluzioni high-tech che promettono di rivoluzionare… praticamente tutto. Il rigoglio è tale che abbondano le pubblicità T2T, ossia di aziende tecnologiche che puntano a vendere i loro prodotti ad altre aziende tecnologiche; si reclamizzano così database vettoriali, soluzioni per il monitoraggio delle performance del codice, framework per sviluppatori e via discorrendo. E le auto che si guidano da sole sono ormai ovunque; Waymo a SF è di casa, al pari che in altre quattordici grandi città statunitensi.

Per chi arriva dall’Italia, magari dalla provincia italiana, SF è un’esperienza quasi traumatica. Il sentimento che domina, almeno nella comunità tecnologica della città, è l’entusiasmo: un contrasto piuttosto stridente con il nostro paese, dove prevalgono (con le dovute eccezioni) rassegnazione, fatalismo e una snervante lentezza. A SF si corre, in tanti vogliono fare tante cose. La percezione di trovarsi alla frontiera dell’innovazione è tangibile. Ovviamente SF ha anche i suoi lati oscuri: intere aree devastate dall’epidemia di fentanyl, i costi esorbitanti degli affitti, le molte persone senza un tetto sopra la testa (anche se sembra che l’attuale sindaco Daniel Lurie stia migliorando la situazione).

Un’altra anomalia è che SF è il maggior epicentro della più grande trasformazione tecnologica dal XVIII secolo, con un impatto profondo sull’industria, ma nel suo hinterland non si vedono stabilimenti produttivi. Centri ormai leggendari, come Palo Alto o Mountain View, sembrano delle graziose e innocue cittadine ricche di verde, non le fucine del domani. La Silicon Valley in realtà è tutto tranne che una triste e grigia valle del silicio. L’Apple Park, dove migliaia tra i migliori cervelli del mondo progettano il futuro del colosso fondato da Steve Jobs, è cinto da una folta muraglia di alberi, particolarmente adatti allo stress idrico e al clima di Cupertino.

La natura è alquanto lussureggiante nella stessa San Francisco: per esempio il Golden Gate Park ha un’estensione di 412 ettari, più del Central Park a New York (e molto di più di Villa Borghese a Roma, che misura “soltanto” 80 ettari). Il punto è che molti uomini e donne della tech industry lavorano da casa, o magari in comodi spazi di coworking; in Silicon Valley non c’è quell’ossessione quasi feudale di controllare il dipendente così diffusa in Europa. Contano i risultati, non il tempo trascorso a scaldare la sedia in ufficio. E a proposito di dipendenti. In Silicon Valley non si chiamano così; si parla invece di operators. La parola mi piace, perché riconosce a chi opera (cioè lavora, perché operate deriva dal latino opus, lavoro) una centralità che non c’è nella parola dipendente. In tutta franchezza (e lo dico da imprenditore) dipendente è una parola che davvero non mi piace: suggerisce mancanza di autonomia, e ancora peggio sottomissione.

Nella comunità tecnologica di SF si è operators, founders oppure investors, e l’operator di oggi è il founder o l’investor di domani, e viceversa. La ruota gira, per le carriere così come per le imprese: alcune startup si trasformeranno in scaleup di un certo successo, ben poche un giorno saranno unicorns, molte scoppieranno come bolle di sapone. A SF fallire non è una vergogna, ma qualcosa che prima o poi può capitare a tutti, naturale per il business come la nebbia estiva per la città; noi europei in questo senso abbiamo parecchio da imparare.

 

Foto di San Francisco scattate da Cecilia Cristinariu

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