Innovazione

L’Europa potrebbe essere una potenza del deeptech. Perché non lo è?

L’Europa ha pochi unicorns perché non investe abbastanza nel deeptech, puntando di più sulla regolamentazione che sul sostegno a startup e scaleup. Il talento c’è, ma mancano mindset condiviso, ambizione e capacità di lavorare in squadra.

10 Luglio 2026

Di colpo l’Italia ha scoperto Bending Spoons, e il suo «impero tecnologico da 23 miliardi di dollari». Tuttavia la vera storia qui non è la quotazione della società milanese al Nasdaq, ma il fatto che in Italia, e in Europa, ci siano così poche Bending Spoons. Nel nostro paese, per esempio, oltre a Bending Spoons abbiamo giusto una manciata di unicorns (o soonicorns), su tutti Satispay e Scalapay. Nel continente, l’anno scorso, ne avevamo 134, contro i 611 degli Stati Uniti. Parafrasando Enrico Fermi, dove sono tutti gli altri unicorns europei?

La questione è indubbiamente complessa, e non bastano certo poche righe per esaurirla. Però, da ex ricercatore e cofondatore di una società tecnologica, mi preme evidenziare alcuni punti secondo me centrali. Il primo, è che forse in Europa non abbiamo ben compreso che un treno sta per partire, anzi è già partito: quello dell’Intelligenza Artificiale (IA). Negli Stati Uniti lo hanno capito, in Cina lo hanno capito, da noi sembra che la priorità sia regolamentare piuttosto che sostenere – ad esempio attraverso sgravi fiscali e deburocratizzazione – le aziende e i centri di ricerca specializzati in IA. Non voglio ovviamente dire che una regolamentazione non serva, ma che la regolamentazione dovrebbe essere come l’intendenza per Napoleone: seguirà.

Non mi pronuncio sull’AI Act in sé, però oggi i leader dell’IA sono sulle due sponde del Pacifico. Guarda caso, la francese Mistral, che fa LLM, è forse lo unicorn di maggior successo nell’intera UE; solo le britanniche Revolut e Nscale, attive rispettivamente nel fintech e nelle infrastrutture per l’IA, sono valutate di più, e la tedesca Helsing (valutata circa quanto Mistral) è sì una realtà del defense tech, però è specializzata in sistemi basati sull’IA, e ha stretto una partnership strategica proprio con Mistral.

I due unicorns che valgono di più al mondo, Anthropic e OpenAI, sono le punte di diamante della rivoluzione dell’IA. E allora perché in Europa solo un quinto del VC finisce in startup e scaleup dell’IA? La domanda va senza dubbio rivolta agli investitori, ma prima di tutto alla politica, che dovrebbe favorire gli investimenti nel deeptech (IA, ma anche quantum tech, robotica e così via), ad esempio con massicce e prolungate agevolazioni fiscali.

Noi europei dobbiamo comprendere sino in fondo che l’IA può davvero affrontare le grandi sfide della nostra epoca, contribuendo in modo essenziale a risolvere problemi di estrema complessità, e a migliorare i processi e le performance delle organizzazioni. Ovviamente l’IA deve essere al servizio delle persone e delle comunità, perché come diceva Seneca, “vive chi si rende utile a molti”. Ma perché l’IA possa aiutare persone e comunità serve, appunto, l’IA, non la sua mera regolamentazione (finendo poi per affidarsi a modelli extraeuropei).

Il continente ha le carte in regola per spiccare il volo. Il talento non manca. Google DeepMind, ad esempio, si chiama così perché Google ha comprato nel 2014 DeepMind, startup britannica fondata a Londra da Demis Hassabis (Nobel per la chimica nel 2024), da Mustafa Suleyman e da Shane Legg (quest’ultimo ha conseguito il suo PhD in Ticino, all’Istituto Dalle Molle di Studi sull’Intelligenza Artificiale). Le università europee – e non mi riferisco solo ad atenei blasonatissimi come UCL, TU Delft, ETHZ, TUM o Polimi, ma anche a realtà accademiche meno note e cionondimeno con ottimi dipartimenti STEM come appunto la USI di Lugano, l’Università di Graz in Austria o l’Università degli Studi di Perugia – abbondano di talenti, e la ricerca fatta nel nostro continente è spesso di eccezionale livello.

Un secondo punto importante riguarda il mindset. Il cofondatore di una società di consulenza con cui lavoriamo è stato consulente per circa un anno e mezzo di Bending Spoons (quando la società milanese aveva ancora un fatturato da PMI) e mi ha raccontato che ciò che più di tutti lo colpì dell’allora scaleup erano la mentalità aziendale, «concentrata come un laser», e la coesione degli Spooners; in Europa, e soprattutto in Italia, non sempre sappiamo lavorare in squadra, anzi spesso lasciamo prevalere gli individualismi e la voglia di risultati immediati.

Che urga cambiare il mindset è indubbio. Noi europei dobbiamo imparare a uscire dalla nostra comfort zone, e imparare a credere un po’ di più in business deep tech (rischiosi, e al contempo dal potenziale immenso). Ci serve un po’ della follia statunitense, dobbiamo ricordare ciò che disse nel 2005 Steve Jobs ai neolaureati di Stanford: «Stay hungry, stay foolish». Dobbiamo tornare a pensare in grande: in Silicon Valley sognano di colonizzare pianeti e di vivere sino a centocinquant’anni (e oltre…), perché noi europei dovremmo accontentarci di mangiare una buona ratatouille?

Con questo non voglio dire che ristoranti, bar e spa non siano cose bellissime: io sono il primo ad amare un’ottima cena fuori. Ma un polo economico globale come l’Europa, (ancora) leader mondiale in settori quali l’aerospaziale e la farmaceutica, non può rimanere indietro in ambiti game-changer come appunto l’IA. In una UE di oltre quattrocento milioni di abitanti, e quasi duecento milioni di occupati, il deeptech (a partire dall’IA) può essere lo scudo in grado di difendere, e soprattutto far crescere, benessere e occupazione di qualità.

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