Africa
Ebola in Congo: epidemia sanitaria e disordine informativo
L’epidemia di Ebola in Congo mostra come disinformazione, crisi umanitaria e interferenze straniere possano aggravare un’emergenza sanitaria.
Da un paio di mesi la Repubblica Democratica del Congo affronta la diciassettesima epidemia di Ebola della sua storia, dichiarata emergenza sanitaria internazionale dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) il 17 maggio. Ad oggi non esistono vaccini né cure approvate per il ceppo Bundibugyo: l’unica difesa resta fatta di tracciamento dei contatti, l’isolamento dei casi e le sepolture sicure. Misure che però, si scontrano con una realtà segnata dalla guerra, dagli sfollamenti di massa e da una crisi alimentare che colpisce quasi 10 milioni di persone.
A rendere la situazione ancora più complessa è il crollo dei finanziamenti internazionali. Lo smantellamento di USAID e i tagli alla cooperazione sanitaria statunitense hanno ridotto i fondi anti-Ebola da 23 milioni di dollari nel 2021 ad appena 186mila l’anno scorso. In questo contento di abbandono, il disordine informativo riempie i vuoti, diffondendosi tra Congo e Uganda soprattutto attraverso il passaparola, un canale difficile da intercettare e correggere.
Le fake news sono più contagiose del virus
Nel vuoto di fiducia proliferano le teorie del complotto che negano l’esistenza dell’Ebola, accusando gli operatori sanitari di fingere l’epidemia, di essere untori, di trafficare organi o di alimentare l’emergenza per ottenere finanziamenti. A tutto questo si aggiunge la carenza delle informazioni più basilari: solo il 34% degli intervistati da ActionAid nelle aree colpite sa indicare correttamente come si trasmette il virus, entre sui social continuano a circolare presunti rimedi alternativi a base di vitamina D e zinco.
Gli effetti della disinformazione non restano confinati online. A Rwampara una folla ha incendiato tende e attrezzature di un centro sanitario dopo che ai parenti di un giovane deceduto era stato impedito di riprendersi la salma. A Bunia una squadra della Croce Rossa è stata assalita nel tentativo degli assalitori di aprire una bara creduta vuota. A Mongbwalu medici e infermieri sono stati costretti a evacuare pazienti e materiale a causa di colpi d’arma da fuoco, in episodi scatenati anche dal divieto di celebrare i funerali tradizionali, momento comunitario di grande valore simbolico, per rispettare le procedure di sepoltura sicura.
Un déja vu da altre epidemie
Le notizie che si susseguono restituiscono l’impressione di un copione che si ripete, a partire dall’infodemia che ha accompagnato la pandemia da COVID-19. In realtà, la disinformazione sanitaria ha radici ben più profonde. Prima del coronavirus aveva già trovato terreno fertile durante l’influenza suina ma e l’aviaria. Fin dagli anni Ottanta sono emersi contenuti falsi e fuorvianti sull’origine dell’HIV/AIDS, che ricompaiono ciclicamente, amplificati dallo stigma sociale che accompagna la sindrome da immunodeficienza acquisita. Allo stesso modo, la disinformazione sui vaccini continua a circolare con conseguenze potenzialmente molto pericolose.
La specificità del contesto africano va poi tenuta in considerazione. Qui la disinformazione medica affonda richiama un retaggio coloniale fatto di sperimentazioni non etiche e promesse internazionali disattese, che riaffiora a ogni nuova emergenza alimentando sospetti. Anni fa, forse per la minore portata dell’evento ma anche grazie ad alcune strategie di successo come il pre-bunking – ossia l’esporre preventivamente il pubblico a tecniche manipolative e narrazioni ingannevoli, così da riconoscerle e respingerle – la disinformazione sul vaiolo delle scimmie era rimasta più contenuta.
L’ombra dell’ingerenza russa
A complicare ulteriormente la situazione si aggiunge la lunga ombra delle interferenze straniere, da parte di attori che approfittano dell’emergenza sanitare per accentuare le fratture già esistenti, sia all’interno delle comunità locali sia nei confronti dell’Occidente. L’Africa Center for Strategic Studies documenta come la Russia sia il principale sponsor della disinformazione nel continente africano, con circa 80 campagne in oltre 22 Paesi, condotte attraverso Sputnik Africa, l’agenzia African Initiative (collegata ai servizi segreti russi) e reti di influencer retribuiti.
La Konrad-Adenauer-Stiftung osserva che, almeno per il momento, i canali russi non hanno costruito una narrazione dominante sull’Ebola in Congo. Va però ricordata la lunga tradizione della propaganda russa che, fin dalla Guerra Fredda, attribuisce virus ed epidemie a presunti programmi occidentali di guerra biologica, un repertorio narrativo consolidato che può essere facilmente riattivato in contesti di crisi.
Combattere il virus della sfiducia
Le organizzazioni impegnate sul campo, da Medici Senza Frontiere all’International Medical Corps, insistono su un punto: senza un coinvolgimento reale delle comunità, attraverso lingue, codici culturali e pratiche comprensibili, nessuna misura sanitaria può funzionare. Un ruolo decisivo è svolto anche dai fact-checker locali; il portale congolese Balobaki Reporter, ad esempio, verifica ogni giorno le voci che circolano sui social network e sulle app di messaggistica nelle lingue locali.
Le strategie di contrasto devono quindi adattarsi al contesto. Coinvolgere autorità riconosciute come leader religiosi, capi villaggio e guaritori tradizionali può rivelarsi più efficace di qualsiasi messaggio calato dall’alto. Come ha scritto il Direttore generale dell’OMS Tedros Ghebreyesus, il vero campo di battaglia è la diffidenza e, per fermare il virus, bisogna conquistare la fiducia delle persone.
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