Calcio

Cartellino rosso: la disinformazione ai Mondiali 2026

Deepfake, bufale e teorie del complotto hanno accompagnato i Mondiali 2026, confermando che la disinformazione non resta mai in panchina quando sono in gioco grandi eventi globali.

26 Luglio 2026

Con la Coppa del Mondo FIFA 2026 ormai conclusa, è il momento di fare un bilancio anche di un fenomeno che, ormai, accompagna sistematicamente i grandi eventi globali: la disinformazione. Accanto alle partite giocate sul campo se n’è disputata un’altra, combattuta a colpi di contenuti falsi, manipolazioni e teorie del complotto. Una partita in cui l’intelligenza artificiale generativa ha avuto un ruolo centrale, rendendo più semplice e veloce la produzione di immagini, video e audio ingannevoli, spesso capaci di raggiungere milioni di visualizzazioni prima ancora di essere smentiti.

Un terreno già minato dalle controversie

Ancora prima del calcio d’inizio, il torneo era accompagnato da numerose polemiche. Dal prezzo esorbitante dei biglietti all’impatto ambientale dell’evento, passando per le restrizioni ai visti imposte ai cittadini di alcuni Paesi fino al controverso premio per la pace conferito dalla FIFA al presidente statunitense Donald Trump, il dibattito pubblico era già particolarmente acceso.

Questo clima di tensione politica e sportiva ha creato il terreno ideale perché la disinformazione potesse attecchire e diffondersi più facilmente, mescolandosi a discussioni legittime su organizzazione, geopolitica e diritti umani.

In almeno un caso, le notizie false sono arrivate dai media tradizionali, messi sotto pressione della diretta e dalla corsa alla viralità. Un’emittente argentina, ad esempio, ha annunciato erroneamente in diretta la morte del padre di Lionel Messi sulla base di un’informazione non verificata ricevuta in cuffia dalla conduttrice. La notizia ha provocato panico e confusione prima di essere rapidamente smentita, mostrando come la pressione del tempo reale possa favorire errori anche nel giornalismo professionale.

Deepfake su scala industriale

Rispetto alle precedenti edizioni del torneo, il Mondiale 2026 ha segnato un salto di qualità nella produzione di contenuti generati artificialmente. Dopo l’inizio del torneo sono stati identificati almeno 10.000 annunci-truffa basati su deepfake che sfruttavano l’immagine di alcuni dei calciatori più famosi al mondo, tra cui Ronaldo, Messi e Neymar, con l’obiettivo di promuovere false opportunità di investimento, scommesse o criptovalute.

Parallelamente, sono diventate virali numerose immagini manipolate che ritraevano presunte tifose delle diverse nazionali, quasi sempre rappresentate secondo canoni estetici stereotipati e fortemente sessualizzati. Si tratta di un fenomeno alimentato anche dai programmi di monetizzazione delle piattaforme social, che spesso hanno incentivato la diffusione di questi contenuti senza etichettarli chiaramente come prodotti dall’intelligenza artificiale.

Tra i casi più eclatanti figura anche un fotomontaggio condiviso oltre tre milioni di volte su X: l’immagine mostrava un presunto tifoso con le sembianze di Adolf Hitler durante la partita Germania-Curaçao del 14 giugno.

Razzismo e teorie del complotto

L’eliminazione progressiva delle nazionali europee ha alimentato una ulteriore ondata di disinformazione basata sull’identità. Contenuti falsi sono stati accompagnati da retoriche razziste e xenofobe, contribuendo a rafforzare discorsi d’odio già presenti online.

Ancora una volta è emerso come ciò che accade sulle piattaforme digitali possa avere conseguenze concrete anche nel mondo reale. Un episodio particolarmente significativo si è verificato durante la partita Argentina-Capo Verde del 3 luglio, quando lo streamer statunitense IShowSpeed è stato insultato con espressioni razziste da un tifoso. L’episodio ha spinto la FIFA ad aprire un’indagine ufficiale e a condannare pubblicamente l’accaduto.

Tra le fake news più diffuse figura anche una notizia circolata soprattutto su TikTok secondo cui gli Stati Uniti avrebbero chiuso le frontiere a tutti i viaggiatori africani per il timore di un’epidemia di Ebola durante il Mondiale. In realtà, la misura sanitaria riguardava esclusivamente le persone che nei 21 giorni precedenti avevano soggiornato in Congo, Uganda o Sud Sudan. La falsa narrazione ha però contribuito ad alimentare paure infondate e sentimenti discriminatori nei confronti dell’intero continente africano.

Nelle ore successive alla conclusione del torneo ha iniziato a diffondersi una teoria del complotto secondo cui Israele o la stessa FIFA avrebbero favorito il percorso dell’Argentina fino alla finale. A sostegno della tesi venivano condivisi screenshot della pagina Wikipedia dedicata alla competizione. Un’analisi della cronologia delle modifiche ha però ha però confermato che quelle informazioni erano state inserite da utenti anonimi solo dopo la partita e rimosse poco dopo dai moderatori della piattaforma, strumentalizzata per conferire credibilità a narrazioni fabbricate.

Un problema destinato a restare

Il Mondiale del 2026 conferma, ancora una volta, come i grandi eventi sportivi rappresentino un terreno privilegiato per la diffusione della disinformazione. La straordinaria attenzione mediatica, il coinvolgimento emotivo di milioni di tifosi e la rapidità con cui circolano i contenuti online creano infatti le condizioni ideali perché le notizie false si diffondano ben più velocemente delle verifiche a livello globale.

A rendere il fenomeno ancora più insidioso è il fatto che la linea di confine tra controversie legittime e teorie del complotto sia sempre più sottile, poiché dubbi e critiche fondati su fatti reali vengono rapidamente trasformati in accuse di corruzione o manipolazione prive di prove, alimentate da algoritmi che premiano l’indignazione e la viralità più dell’accuratezza.

Il Mondiale 2026 rappresenta dunque un’anticipazione delle sfide che accompagneranno sempre più spesso i grandi eventi globali. Le infrastrutture tecnologiche, gli account e le strategie impiegati per produrre e distribuire questi contenuti possono infatti essere facilmente riutilizzati in futuro, dallo sport alle elezioni alle crisi internazionali. Per questo, la vera sfida è costruire un ecosistema informativo resiliente, capace di riconoscere e limitare la manipolazione prima che diventi virale.

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