Geopolitica

Basi militari e silenzi: tra un governo all’oscuro e un’Italia esposta a rischi

L’aria è elettrica e le sirene nel Golfo continuano a suonare. Noi in Italia ci svegliamo ogni mattina come se nulla fosse cambiato, ma la verità è semplice e crudele: non siamo spettatori distanti, siamo nel raggio del conflitto.

7 Marzo 2026

Il 28 febbraio, Stati Uniti e Israele hanno lanciato un’iniziativa militare contro Teheran denominata Operation Epic Fury per Washington e Operation Lion’s Roar per Tel Aviv. Un’operazione bilaterale organizzata nell’ombra. E no, l’azione non è stata improvvisa, ma pianificata per “prevenire” e stroncare sul nascere minacce, a loro dire imminenti. Il problema principale? Il nucleare.

Teheran, sostengono, stava accelerando programmi militari e missilistici potenzialmente dannosi, anche per gli alleati. Inoltre, la città è ritenuta centro di controllo di milizie filo-iraniane sparse in Iraq, Libano, Siria e Yemen, una rete armata il cui attivismo rischia di aggiungere un ulteriore detonatore a un Medio Oriente già saturo di polveriere.

L’Iran, non si è fatto attendere e ha reagito agli attacchi statunitensi e israeliani, colpendo con missili e droni, diverse basi americane e alleate: Kuwait, Qatar, Emirati Arabi, Bahrain e Arabia Saudita. Perfino Cipro è finita nel mirino, quando un drone, probabilmente lanciato da forze filo-iraniane in Libano, ha raggiunto la base britannica di Akrotiri.

Tra i bersagli, anche la base di Al Salem, in Kuwait, dove operano circa 300 dei nostri militari. Nessuno è rimasto ferito fortunatamente, ma il messaggio è arrivato forte e chiaro: anche l’Italia rientra, almeno potenzialmente, nella mappa dei rischi.

Dai primi raid israeliani e statunitensi a Teheran, l’Italia ha scoperto uno scenario a dir poco surreale e il nostro governo era incredulo tanto quanto noi.

A confermarlo il Ministro degli Esteri Antonio Tajani e il Ministro della Difesa Guido Crosetto: Washington e Tel Aviv hanno deciso tempi e modalità dell’operazione senza informare anticipatamente Roma. Le prime notizie? Arrivate solo quando gli attacchi erano già in corso.

La situazione ha assunto toni ancora più assurdi quando si è scoperto che il Ministro Crosetto, si trovava a Dubai con la famiglia, proprio mentre l’area era improvvisamente diventata teatro dello scenario di crisi. A colpire non è stato però di certo il viaggio in sé, bensì il fatto che né lui né il governo fossero stati minimamente avvertiti.

Parlamento e opinione pubblica hanno dovuto prenderne atto: quando si decidere il destino delle aree più critiche del globo, l’Italia conta poco, molto poco.

Per ora, sembrerebbe non esserci nessun coinvolgimento militare diretto e nessuna richiesta ufficiale da parte degli Stati Uniti di utilizzare le basi italiane nell’operazione contro l’Iran.

Palazzo Chigi osserva, calcola e valuta misure preventive, sperando che la crisi non degeneri ulteriormente.

Il problema è che il nostro territorio è tutt’altro che neutrale. Nel Paese sono presenti decine di basi Nato e USA. Non solo Sigonella, in Sicilia, e Aviano, in Friuli: ci sono Camp Darby, tra Pisa e Livorno, Napoli con il comando Nato, Camp Ederle a Vicenza e Gaeta con la Sesta Flotta. A queste si aggiungono Ghedi, in Lombardia e Niscemi in Sicilia, oltre agli snodi navali di Augusta e Taranto. Centri operativi e logistici cruciali, in altre parole: potenziali bersagli.

In questi giorni però, alcune delle nostre strutture hanno registrato un’attività più intensa del normale. È il caso di Sigonella:la base aerea è diventata hub operativo per droni e aerei statunitensi impegnati nella sorveglianza nel Golfo, mentre la stazione MUOS di Niscemi gestisce le comunicazioni satellitari essenziali per le missioni internazionali.

Nodi operativi concreti, che rendono l’Italia non solo spettatore, ma parte integrante del dispositivo militare globale. Il rischio non è più teorico: il nostro Paese è già dentro la mappa delle operazioni, e qualsiasi escalation potrebbe coinvolgerci direttamente, anche senza dichiarazioni formali di guerra.

Nel frattempo, il Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha rafforzato la vigilanza su oltre 28.000 obiettivi sensibili, e si sa, quando uno Stato aumenta il livello di protezione, il rischio non è solo astratto.

E mentre la pressione militare cresce, l’economia inizia a tremare. Le tensioni nello Stretto di Hormuz fanno salire vertiginosamente il prezzo del petrolio e i mercati oscillano. In parole povere: carburanti più cari e bollette alle stelle. Il conflitto già non si combatte più solo nei cieli del Golfo: è già entrato nelle nostre case.

Peccato che il gas e il petrolio già in aumento siano stati con ogni probabilità comprati mesi fa, ben prima che le bombe cadessero su Teheran. Non può dunque, esserci un rincaro così immediato, e allora la domanda sorge spontanea: chi sta davvero beneficiando di questo aumento “necessario”?

Nel frattempo, la difesa italiana si muove con estrema attenzione. L’aeronautica ha rafforzato lo scudo aereo nazionale con caccia pronti al decollo, controlli serrati e radar sempre più attivi. Non è guerra, continuano ad assicurare da Roma, ma nemmeno semplice osservazione. Quando il Mediterraneo e il Medio Oriente iniziano a scaldarsi, l’Italia, volente o nolente, finisce per trovarsi nel mezzo della partita.

Il Presidente del Consiglio tra le varie dichiarazioni, non ha però chiarito un punto fondamentale: quale sarà la linea italiana nel caso di un allargamento del conflitto?

Secondo le ultime notizie la premier ci deluciderà l’11 marzo per fare il punto sulla crisi in atto e sulla posizione del nostro Paese.

Il dubbio intanto resta, ma il risultato è sotto gli occhi di tutti: abbiamo un mondo diviso in fazioni e un conflitto che cammina sul filo del rasoio.

Russia e Cina condannano gli attacchi effettuati da Trump e Netanyahu contro Teheran; la Spagna di Sánchez, condanna le azioni contro l’Iran e rifiuta categoricamente un coinvolgimento diretto di Madrid e l’utilizzo delle loro basi a scopo offensivo; Londra con un piede nella neutralità e uno nell’ ambiguità, ha dimostrato disaccordo sia nei confronti dell’Iran che di Stati Uniti e Israele, ma da un suo primo no iniziale all’ utilizzo delle basi britanniche, dopo gli attacchi iraniani ha optato per metterle a disposizione, sottolineandone però il solo uso difensivo; Berlino resta prudente, dichiara di non voler partecipare al conflitto, richiamando alla diplomazia e al diritto internazionale, ma sì ad attività di difesa e monitoraggio.

Nel frattempo però, a Parigi, il registro cambia decisamente tono. L’Eliseo ha rilanciato l’idea di un ombrello nucleare europeo guidato dalla Francia per un Europa più forte e meno dipendente da Washington. Ad aderire alla nuova strategia di deterrenza ben otto Paesi: Germania, Regno Unito, Polonia, Paesi Bassi, Belgio, Svezia, Danimarca e Grecia. Una cooperazione militare con esercitazioni congiunte e la possibilità di schierare aerei strategici francesi nei Paesi alleati. L’Europa torna a mostrarsi potente in un mondo che sembra capire solo il linguaggio della forza.

Dopo gli attacchi alla base britanica di Cipro, il Regno Unito invia i suoi elicotteri anti-drone Wildcat e la nave da guerra HMS Dragon, pronta a intercettare qualsiasi missile o drone. La Grecia piazza fregate e F‑16, la Francia mette in campo la portaerei Charles De Gaulle, la Spagna invia la Cristóbal Colón, mentre Italia e Paesi Bassi promettono rinforzi navali con la Federico Martinengo e l’ HNLMS Evertsen. Tutti insieme, pronti a proteggere le basi e i propri contingenti, senza mai toccare direttamente Teheran, Washington o Israele.

Una partita a cui tutti sperano di non dover giocare. Dove le bombe volano, i droni sfrecciano e ogni mossa rischia di costare vite, territori e credibilità internazionale. Il conflitto continua e tutti pregano che la prossima carta non li tocchi mai, veramente da vicino.

 

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.