©WFP. Sudan

Geopolitica

SUDAN L’economia del caos: risorse, armi e distruzione

El Obeid è il nuovo epicentro della guerra sudanese: droni, assedio, fame e violenze sistematiche segnano una crisi annunciata. Tra economie illecite, impunità e paralisi internazionale, la città diventa il simbolo di uno Stato in decomposizione e di civili abbandonati.

16 Luglio 2026

ELENA RUSCA, 5 luglio 2026

La guerra in Sudan, iniziata nell’aprile 2023, è entrata in una fase che molti diplomatici descrivono come una “totale decomposizione dello Stato”. Ma per chi vive a El Obeid, capitale del Kordofan del Nord, il conflitto non è un’astrazione geopolitica: è il rumore dei droni che sorvolano i tetti, l’odore dell’acqua stagnante, l’attesa interminabile davanti a un pozzo che non pompa più, la certezza che il mondo osserva ma non interviene. È anche la sensazione che la storia si ripeta, che gli avvertimenti non bastino, che le istituzioni internazionali siano intrappolate nella propria paralisi.

El Obeid, città strategica nel cuore del Paese, è diventata il simbolo della guerra contemporanea: una guerra combattuta dall’alto, sostenuta da economie illecite e perpetuata dall’indifferenza globale. Una guerra in cui i civili sono l’obiettivo, non il danno collaterale.

La vita sotto assedio: la routine della paura

Per capire El Obeid oggi, bisogna immaginare una città che respira a fatica. A mezzogiorno le strade sono vuote, non per il caldo, ma per il pericolo rappresentato dai droni. Le scuole sono chiuse da mesi. Gli ospedali funzionano con generatori che però si spengono ogni notte. Le stazioni di servizio sono rovine carbonizzate. I mercati, un tempo vivaci, ora sono luoghi dove si corre, non si compra.

Da diciotto mesi la città vive in condizioni che gli esperti definiscono “assedio prolungato”. Non esistono vie di fuga sicure. I convogli umanitari riescono a malapena a entrare. Il prezzo dell’acqua potabile è aumentato del 300% in un mese. Le famiglie vendono mobili, vestiti, utensili, qualsiasi cosa possa trasformarsi in denaro per comprare un bidone d’acqua o pagare un un viaggio clandestino verso sud.

“È una città che si sta spegnendo”, ha detto un operatore umanitario in un rapporto recente. “Non c’è elettricità, non c’è carburante, non c’è cibo. C’è solo paura.”

Tra il 6 e il 28 giugno, l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite ha documentato quindici attacchi con droni a El Obeid e nei dintorni. Quindici attacchi in tre settimane. Quindici esplosioni che hanno distrutto mercati, scuole, stazioni di servizio, veicoli civili. Quindici moniti del fatto che la guerra non si combatte più solo con i fucili, ma con una tecnologia che trasforma qualsiasi spazio urbano in un bersaglio.

L’eco di El Fasher: la memoria di un massacro

Per chi segue il conflitto da Ginevra il nome El Obeid suscita un timore particolare. Non solo per la sua importanza strategica, ma perché ricorda troppo da vicino El Fasher, dove nel 2025 le Forze di Supporto Rapido (RSF) hanno perpetrato uno dei peggiori massacri della guerra: oltre 6.000 persone uccise in tre giorni, secondo l’ONU. Tre giorni di esecuzioni sommarie, violenze sessuali di massa, torture, sparizioni. Tre giorni rimasti impressi nella memoria del Paese come un monito.

“Non è un’esercitazione. È un allarme rosso”, ha dichiarato Volker Türk al Consiglio dei Diritti Umani. “I capi di Stato dovrebbero chiamarsi senza sosta.”

Ma non lo fanno.

Il presidente del Comitato di Coordinamento delle Procedure Speciali, George Katrougalos, è stato ancora più diretto: “I segnali sono inequivocabili. Esiste un rischio imminente di una nuova catastrofe umanitaria.” Le sue parole hanno risuonato nella sala del Consiglio, ma fuori da essa il silenzio diplomatico è stato assordante.

La ripetizione come strategia: la guerra che diventa routine

Ciò che inquieta maggiormente del conflitto in Sudan non è solo la sua violenza, ma la sua ripetizione. Le violazioni dei diritti umani non sono più incidenti isolati: sono schemi. Si ripetono nel Darfur, nel Kordofan, a Khartoum, lungo le rotte di spostamento. Si ripetono nelle testimonianze di donne violentate, bambini reclutati, anziani abbandonati, medici uccisi.

L’ONU documenta esecuzioni sommarie, sparizioni forzate, torture, violenze sessuali sistematiche, attacchi contro ospedali, scuole, mercati. Documenta l’uso della fame come arma di guerra. Documenta il blocco degli aiuti umanitari. Documenta la distruzione delle infrastrutture vitali.

Ma documentare non significa prevenire.

“Le atrocità di El Fasher erano state previste, annunciate, segnalate”, ha detto Türk. “Ma non sono state evitate.”

La frase riassume la crisi del multilateralismo: un sistema che osserva, analizza, avverte, ma non agisce.

L’economia del caos: come si finanzia una guerra infinita

Dietro i combattimenti si nasconde un’economia che prospera nel caos. L’Alto Commissario ha annunciato un rapporto sul ruolo del commercio della gomma arabica —prodotto essenziale per l’industria alimentare e tecnologica mondiale— nel finanziamento della guerra. Altre risorse chiave includono l’oro e il bestiame, controllati da reti che traggono profitto dal conflitto.

La guerra sudanese è anche un mercato. E finché i flussi finanziari e di armi continueranno a circolare, la violenza proseguirà.

Türk ha chiesto di estendere l’embargo sulle armi dal Darfur all’intero Paese. Ma le dinamiche regionali complicano qualsiasi tentativo di interrompere il flusso. Attori esterni —incluse potenze regionali— alimentano il conflitto con armi, denaro e supporto logistico.

Il Sudan è diventato una scacchiera dove si intrecciano interessi economici, rivalità regionali e strategie di influenza. E su quella scacchiera, i civili sono pedine sacrificabili.

La crisi umanitaria: una sofferenza che non entra nelle cifre

Il Sudan vive la più grande crisi di sfollamento del mondo: oltre dieci milioni di persone hanno abbandonato le proprie case. Trenta milioni necessitano di assistenza umanitaria. Nel Kordofan gli spostamenti si moltiplicano, i rifugi improvvisati sono saturi e il rischio di colera aumenta con la stagione delle piogge.

Donne e ragazze subiscono violenze sessuali usate come arma di guerra. Il rapporto dell’Alto Commissario documenta stupri, schiavitù sessuale, matrimoni forzati e violenze basate sull’etnia o sull’affiliazione percepita. I bambini affrontano esecuzioni, reclutamento forzato e traumi da spostamento. Gli anziani e le persone con disabilità restano intrappolati senza accesso ai servizi essenziali.

El Obeid, centro logistico cruciale per gli aiuti umanitari, è sull’orlo del collasso. Se la città cade, centinaia di migliaia di persone rimarranno senza accesso a cibo, acqua e cure mediche.

La prevenzione che non arriva mai: la domanda che imbarazza Ginevra

L’ONU insiste sulla necessità di agire: corridoi umanitari, pressione diplomatica, protezione dei civili, uscita sicura per chi vuole fuggire. Ma la prevenzione richiede volontà politica, e quella volontà sembra assente.

Il Consiglio di Sicurezza è paralizzato da veti e rivalità geopolitiche. Le risoluzioni del Consiglio dei Diritti Umani, pur importanti, mancano di meccanismi coercitivi.

La comunità internazionale si trova davanti a una domanda scomoda: È disposta a prevenire un altro massacro, o si limiterà a documentarlo dopo?

El Obeid come specchio del mondo

La tragedia di El Obeid non è solo sudanese. È il riflesso di un sistema internazionale che non riesce più a mantenere la sua promessa fondamentale: proteggere i civili. È lo specchio di un mondo in cui i droni sostituiscono i soldati, gli assedi si combattono tagliando acqua ed elettricità, le economie di guerra si alimentano di risorse globali e le istituzioni vengono travolte dalla velocità della violenza.

Nei corridoi del Palazzo delle Nazioni si ripete che “è ancora possibile evitare il peggio”. Ma a El Obeid, il peggio è già in corso. La domanda è se il mondo agirà prima che la città diventi l’ennesimo nome nella lunga lista di tragedie annunciate.

Pubblicato sulla Newsletter di PuntoCritico del 10 luglio 2026


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