Siria

Medio Oriente

Siria: la giustizia impossibile. La Commissione ONU tra transizione, violenze e territori contesi

La visita della Commissione ONU in Siria rivela un Paese sospeso tra guerra e transizione: detenzioni arbitrarie, proprietà contese, violenze persistenti e territori frammentati. Un sistema che tenta la giustizia mentre la guerra continua a produrre nuove ferite.

16 Luglio 2026

La Siria del 2026 è un Paese che vive in una sospensione permanente: non più nel pieno della guerra totale, ma neppure in un dopoguerra capace di ricostruire istituzioni, fiducia e diritti. È un territorio frammentato, dove la violenza non è un residuo del passato ma una struttura che continua a modellare la vita quotidiana. In questo contesto, la visita della Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta sulla Repubblica Araba Siriana, conclusa l’8 luglio 2026, offre uno sguardo raro su ciò che resta dello Stato, su ciò che sopravvive nelle comunità e su ciò che continua a essere negato.

Tra il 1° e il 7 luglio, le Commissarie Monia Ammar e Fionnuala Ní Aoláin hanno attraversato Damasco, Homs, Quneitra e altre regioni già colpite da anni di conflitto. Hanno incontrato vittime, funzionari governativi, attori della società civile e rappresentanti della comunità internazionale. Hanno ascoltato testimonianze, verificato condizioni di detenzione, osservato distruzioni, raccolto informazioni su processi giudiziari e dinamiche territoriali. Il loro lavoro, come sempre, si muove in un equilibrio fragile: quello tra la necessità di documentare e la consapevolezza che la documentazione, da sola, non basta a fermare le violenze.

Un Paese che tenta la transizione senza aver chiuso la guerra

La Commissione ha riconosciuto alcuni segnali di avanzamento nel campo della giustizia di transizione: l’elaborazione di una legge specifica, l’avvio di processi relativi a violazioni commesse durante il periodo del governo Assad, la creazione di camere giudiziarie dedicate. Sono passi che, in un altro contesto, potrebbero essere interpretati come l’inizio di un percorso di riconciliazione. Ma in Siria, dove la guerra non è mai davvero finita, questi segnali convivono con ostacoli profondi.

La Commissione ha insistito sulla necessità di garantire legalità, imparzialità e rispetto delle garanzie del giusto processo. Ha ricordato che la revisione del codice penale è urgente, che le procedure devono essere conformi agli standard internazionali, che la giustizia non può essere selettiva. Ha sottolineato che la transizione non può riguardare solo un attore del conflitto: “tutte le parti devono essere soggette a verità, giustizia e responsabilità”. È un messaggio che, in Siria, ha un peso politico enorme.

La memoria delle violenze del 2025 — a Suwayda e lungo la costa — è ancora viva. La Commissione ha ricordato che un anno è passato senza che le responsabilità siano state chiarite. La transizione, se vuole essere credibile, deve affrontare queste ferite aperte.

Detenzione: la zona grigia dove la guerra continua

La questione dei detenuti è uno dei nodi più sensibili. Il Governo ha dichiarato di voler garantire diritti, accesso alle famiglie e agli avvocati. Ma la Commissione ha ricevuto testimonianze che raccontano un’altra realtà: migliaia di persone detenute senza revisione giudiziaria, famiglie che non riescono a ottenere informazioni sul destino dei propri cari, casi di detenzione prolungata senza base legale chiara.

La Commissione ha ricordato che la privazione della libertà deve essere legale, proporzionata e soggetta a revisione periodica, come previsto dalla stessa legge siriana. Ha espresso preoccupazione per la lentezza dei processi, per la mancanza di trasparenza, per la difficoltà di accedere a strutture di detenzione in alcune regioni, in particolare Raqqa e Hassekah.

Nel nord e nel nord-est, la situazione è ancora più complessa. Le strutture sotto controllo dell’SDF ospitano uomini, donne e bambini in condizioni che la Commissione definisce “gravemente preoccupanti”. Il campo di Roj, dove oltre il 60% dei detenuti sono minori, è un simbolo di questa crisi. La Commissione ha chiesto ai governi stranieri di accelerare il rimpatrio dei propri cittadini, ricordando che la detenzione indefinita di bambini è una violazione grave del diritto internazionale.

Proprietà, ricostruzione e nuove forme di esclusione

La guerra siriana non ha solo distrutto vite: ha cancellato case, documenti, quartieri interi. La Commissione ha incontrato comunità che non riescono a recuperare le proprie proprietà perché mancano documenti, perché le procedure sono complesse, perché grandi progetti immobiliari avanzano senza considerare i diritti degli abitanti originari.

La Commissione ha insistito sulla necessità di garantire compensazioni eque, accesso alle procedure, protezione dei diritti delle donne — spesso escluse dai processi di restituzione. Ha ricordato che la ricostruzione non può diventare una nuova forma di espropriazione.

In Afrin, ha osservato miglioramenti nella sicurezza e un ritorno progressivo delle istituzioni statali. Ha incoraggiato il Governo a facilitare il ritorno dignitoso degli sfollati, ricordando che oltre mille famiglie vivono ancora in condizioni precarie.

Quneitra: il confine dove la guerra non è mai finita

La visita a Quneitra ha aperto un capitolo che raramente appare nei dibattiti internazionali: le violazioni attribuite a Israele sul territorio siriano. La Commissione ha raccolto testimonianze su incursioni, detenzioni arbitrarie, demolizioni di case, impedimenti all’accesso ai terreni agricoli.

Ha chiesto a Israele di ristabilire l’accesso alle strade e ai campi, di permettere ai contadini di lavorare, di liberare i civili detenuti arbitrariamente. Ha osservato direttamente l’impatto delle strade bloccate: famiglie che perdono il proprio reddito, comunità che non possono muoversi, terre che diventano inutilizzabili.

Quneitra è un microcosmo della Siria contemporanea: un luogo dove la sovranità è contestata, dove la guerra è frammentata, dove la vita quotidiana è modellata da attori esterni.

Educazione: il futuro ostaggio della sicurezza

La Commissione ha dedicato parte della sua visita al tema dell’educazione. Ha riconosciuto progressi nella armonizzazione dei curricula e nel riconoscimento dei titoli di studio provenienti da aree controllate da attori diversi. Ha apprezzato le misure che permettono ai bambini senza documenti legali di frequentare la scuola e accedere ai servizi sanitari.

Ma ha anche osservato ostacoli gravi: studenti di Suwayda impossibilitati a sostenere gli esami finali, comunità che non mandano i figli a scuola per paura di attacchi, università che funzionano a intermittenza. L’istruzione, in Siria, è un campo di battaglia silenzioso.

Hate speech, media e libertà di espressione

La Commissione ha discusso con il Governo la necessità di contrastare l’incitamento all’odio, ricordando che la libertà di espressione deve essere protetta. Ha riconosciuto sviluppi positivi nella libertà dei media, ma ha espresso preoccupazione per l’equilibrio tra lotta all’odio e controllo dell’informazione.

In un Paese dove la propaganda ha accompagnato ogni fase del conflitto, la costruzione di un discorso pubblico pluralista è una sfida enorme.

Homs: la giustizia che non arriva

A Homs, la Commissione ha osservato episodi di vigilantismo contro presunti ex membri del precedente governo. Ha ricordato che la giustizia non può essere delegata alla vendetta, che lo Stato deve garantire indagini rapide, efficaci e imparziali. Ha sottolineato che la sicurezza non può essere costruita sulla paura.

Ha anche notato limitazioni alla società civile, ricordando che senza attori indipendenti non può esistere una ricostruzione credibile.

Una Siria che resta intrappolata tra passato e futuro

La visita della Commissione non è un evento isolato: è parte di un processo che dura dal 2011, quando il Consiglio dei Diritti Umani ha istituito il mandato per documentare violazioni e identificare responsabili. Da allora, la Commissione ha prodotto rapporti, raccomandazioni, analisi. Ha denunciato crimini, ha raccolto testimonianze, ha chiesto responsabilità.

Ma la Siria del 2026 resta intrappolata in una contraddizione: tenta di costruire una giustizia di transizione mentre la guerra continua a produrre nuove violazioni. Cerca di ricostruire mentre nuove distruzioni si accumulano. Prova a ristabilire diritti mentre migliaia di persone restano detenute senza processo.

La Commissione ha concluso la sua visita ricordando che la prevenzione delle violazioni richiede volontà politica, che la giustizia richiede trasparenza, che la ricostruzione richiede inclusione. Ha ribadito che la responsabilità deve essere avanzata “a tutti i livelli”.

Ma la domanda che attraversa la Siria — e che attraversa ogni rapporto della Commissione — resta aperta: può esistere una transizione senza fine della guerra?

La risposta, per ora, è sospesa tra le macerie di Homs, le strade bloccate di Quneitra, le aule giudiziarie di Damasco e i campi di detenzione del nord-est. È sospesa tra ciò che la Commissione documenta e ciò che il sistema internazionale non riesce a trasformare in azione.

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