Balcani
SERBIA “La piazza preoccupa Vucić”
Il leader serbo costretto a giostrarsi tra Washington, Bruxelles, Mosca e la piazza cavalca il nazionalismo (vedi i funerali di Mladić). A ottobre si vota e l’opposizione sociale ha deciso di tentare le urne. Ne parliamo con Zoran, sindacalista e militante anarchico.
Nelle scorse settimane la stampa italiana ha dato ampio spazio ai funerali del boia di Srebrenica Ratko Mladić, svoltisi col beneplacito del governo in un paese candidato all’ingresso nell’UE, la Serbia, ma che coltiva i propri legami con Russia e Cina. Un paese le cui piazze continuano a essere riempite da un’opposizione sociale che dalla tragedia di Novi Sad, nel novembre del 2024, continua a manifestare, premere sul governo e di recente ha annunciato che correrà alle elezioni del 25 ottobre. Per cercare di capire una situazione così contraddittoria, nel cuore di una regione vicina ma non facile da interpretare come i Balcani, ci siamo rivolti a Zoran, attivo nel movimento di opposizione a Vučić e militante di Anarhosindikalistička inicijativa, gruppo anarchico con un insediamento sindacale abbastanza rilevante in categorie come insegnanti, e minatori, e una lunga storia di opposizione allo Stato serbo alle spalle.
La mobilitazione contro il governo da novembre 2024 non si è mai arrestata. Che fase sta attraversando ora?
La mobilitazione va avanti e continua a creare problemi al governo. Nei giorni scorsi, ad esempio, il partito di Vučić ha cercato di organizzare un’iniziativa di campagna elettorale proprio a Novi Sad, la città dove allora il crollo di una pensilina ha dato la stura al movimento, ma, nonostante la massiccia presenza di polizia, la reazione della piazza glielo lo ha impedito. Più in generale i partiti di governo non riescono a organizzare grandi eventi elettorali. Gli studenti continuano a guidare l’opposizione e il movimento stavolta ha deciso di partecipare alle elezioni presentando proprie liste e le assemblee stanno decidendo i vari passaggi. Anche a me è stato offerto di candidarmi. Ho rifiutato perché sono anarchico. Tuttavia il fatto che sia in atto un ampio processo di democratizzazione secondo me è un fatto molto positivo. La politica sta cambiando, si discute e si prendono decisioni democraticamente grazie a un’ampia partecipazione alla struttura assembleare che il movimento si è dato ed è la prima volta che qualcosa di simile accade dall’epoca della Jugoslavia socialista. Perciò i politici della borghesia sono preoccupati e non risparmiano attacchi al movimento.
Come reagisce Vučić?
Aleksandar Vučić, per anni una marionetta di Angela Merkel, è un politico scaltro e capisce benissimo la situazione. Sa che la Serbia dipende dagli investimenti europei e americani, ma anche da quelli russi e cinesi e che se vuole restare in sella deve barcamenarsi ma contemporaneamente seguire la corrente. Un tempo le forze armate serbe partecipavano a esercitazioni militari congiunte sia con la NATO che con la Russia. Oggi i suoi soldati collaborano solo con gli americani. E ad agosto per la prima volta Zelenski è venuto in visita a Belgrado. Vucic si presenta come un politico nazionalista, si proclama neutrale rispetto alla guerra in Ucraina, perché sa che è necessario per mantenere la stabilità, ma in Serbia si producono droni per le forze armate ucraine e israeliane. E fa lo stesso sul versante interno: blandisce la popolazione usando il linguaggio di un nazionalismo egualitario, perché i sondaggi dicono che la gente, soprattutto chi va in piazza e sono tanti, guarda con sospetto agli investimenti esteri in Serbia e pensa che i datori di lavoro non dovrebbero guadagnare più di 3-4 volte più dei loro dipendenti.
Come si colloca in questo quadro la questione dei funerali di Mladić?
È un tema complesso perché Mladić è una figura ambivalente: ha iniziato come ufficiale dell’Armata jugoslava, poi è diventato anche un politico e ha subito un’evoluzione. Da militare era un fatutore del nazionalismo jugoslavo caratteristico del titoismo, un nazionalismo che anteponeva gli interessi della Federazione Jugoslava ai nazionalismi delle varie etnie e dei vari Stati. Nel 1991, quando la Jugoslavia si dissolve e scoppia la guerra in Croazia lui fa togliere le bandiere serbe esposte dopo la dichiarazione dell’indipendenza croata e fa rimettere quelle jugoslave con la stella rossa. Poi però viene messo alla testa delle forze serbe in Bosnia e si trasforma in un nazionalista serbo. Il governo anche su questa vicenda ha cercato di barcamenarsi: ha seguito una consuetudine che vale in Serbia, in Croazia e in altri paesi dei Balcani, cioè che un militare resta un militare anche se viene condannato per crimini di guerra e come tale viene celebrato quando muore. Ma, assecondando Ursula von der Leyen, non ha concesso i funerali di Stato e non si è presentato, usando come pretesto un incontro col presidente dell’Uzbekhistan. Tuttavia è evidente che puntava su un’elevata partecipazione – centinaia di migliaia di persone – pronto a rivendicarla come un segnale di consenso al suo nazionalismo. Invece alla cerimonia c’erano meno di 20 mila persone, un flop clamoroso – gli studenti portano in piazza anche mezzo milione di persone – e per il governo un vero smacco.
Che ruolo ha assunto il movimento sindacale?
Il movimento sindacale in Serbia è spazzatura e questa è un’eredità della Jugoslavia, dove i sindacati erano legati direttamente al governo, non era permesso scioperare e quindi il loro ruolo era fae avere ai lavoratori il pane e le uova a un prezzo accessibile. Dopo il 1991 i sindacati non hanno mai organizzato uno sciopero: i sindacati di Stato sono rimasti di fatto tali e quelli “indipendenti” sono stati creati dalla CIA in funzione anti Milosević – un po’ come Otpor tra gli studenti – ed erano controllati da Washington. Gli studenti e l’opposizione sociale hanno invitato i sindacati alle manifestazioni e chiesto loro di battersi per un nuovo codice del lavoro più favorevole ai lavoratori. La burocrazia sindacale ha risposto partecipando al gran completo, ma solo ed esclusivamente per opportunismo. In realtà sono preoccupati della piega che potrebbe prendere la mobilitazione. Ma tieni conto che qui la situazione non è come in altri paesi europei, dove all’interno della burocrazia ci possono essere dirigenti sindacali che si oppongono dall’interno alle politiche dei loro leader. Questi sono bonzi sindacali corrotti. Per loro l’ideologia conta zero.
Qualcuno mette in relazione il movimento serbo e quello in Albania. È un paragone sensato? I Balcani si stanno incendiando?
Prima di tutto devo precisare che in Serbia gli studenti già dai primi mesi della mobilitazione hanno elaborato un manuale dell’organizzazione in assemblee, i cosiddetti plenum, che ha plasmato da subito il suo agire. In Albania invece la protesta è partita in modo del tutto spontaneo e solo dopo un po’ gli attivisti ci hanno contattato, ci hanno chiesto il libro e si sono ispirati al modello serbo per sviluppare le loro assemblee. Quindi una relazione c’è e da tempo, ma il loro movimento non è controllato dai plenum, ma da alcune ONG e gruppi locali e molti dei suoi esponenti sono liberali talvolta in rapporto diretto coi democratici americani, interessati anche a causa degli affari di Kutchner, il genero di Trump, nelle vicende albanesi. In generale dire che sì, nei Balcani c’è una situazione in ebollizione.
Il governo italiano sembra impegnato attivamente nei Balcani occidentali e in qualche misura lo rivendica. Come giudichi questo attivismo dal tuo punto di osservazione?
L’Italia nutre questa passione per i Balcani da tempo, almeno dagli anni del fascismo e l’Albania è un caso esemplare, in cui l’attivismo italiano continua a manifestarsi, ad esempio con questa vicenda dei campi per i migranti voluti dalla Meloni. In Serbia non sperimentiamo una situazione analoga sia perché non siamo un paese costiero sia perché la borghesia serba forse ha un pizzico più di dignità di quella albanese. Tuttavia le aziende italiane qui sono presenti e l’ambasciatore italiano ricopre un ruolo anche politico, prende posizione sui fatti di cronaca, ad esempio la visita di Zelenski, insomma gioca di sicuro un ruolo più significativo di quello che gli ambasciatori italiani svolgono in altri paesi. D’altra parte è molto cauto, come del resto anche gli altri diplomatici europei, nel prendere posizione sul governo. Tutti sanno che Vucić incarna gli interessi dei ricchi, mentre chi va in piazza è perlopiù gente povera, conscia di non poter fare affidamento sui politici liberali e sulla UE. Molti di loro un tempo erano favorevoli all’ingresso della Serbia nell’Unione, ma l’esperienza di questi anni ha fatto loro cambiare idea. Ursula von der Leyen dovrebbe venire in visita prima delle elezioni e vedremo come sarà accolta, ma in generale l’atteggiamento nei confronti di Bruxelles non è buono e i diplomatici devono tenerne conto.
Immagine in copertina: Wikicommons.
Intervista tratta dalla newsletter di PuntoCritico.info del 15 settembre.
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