UE
Quando i diritti di pochi diventano privilegi: il rischio delle gabbie dorate
Le istituzioni europee garantiscono stipendi e tutele avanzate, ma la distanza dagli altri lavoratori rischia di alimentare sfiducia. La soluzione non è ridurre questi diritti, bensì estenderne i principi attraverso una vera convergenza sociale europea.
L’Europa come esempio di un problema più ampio
In questo articolo prendo come esempio le istituzioni europee perché offrono alcune delle retribuzioni e delle condizioni di lavoro più favorevoli nel settore pubblico. Il fenomeno, tuttavia, non riguarda soltanto l’Unione europea. Differenze analoghe possono emergere nelle organizzazioni internazionali, nei ministeri, nei parlamenti, nelle autorità indipendenti e in altre strutture nazionali. Non è neppure un problema esclusivamente italiano: in forme differenti attraversa numerosi Paesi.
Concentrarsi sul caso europeo serve quindi a osservare una questione molto più ampia, quella delle disuguaglianze sociali e della crescente distanza tra gruppi di lavoratori che beneficiano di sistemi avanzati di protezione e tutti coloro che, pur svolgendo attività importanti, ricevono salari più bassi e tutele molto più deboli.
Una critica formulata da un europeista
Scrivo questa riflessione da convinto europeista, da presidente di un think tank europeo e da persona che ha lavorato nelle istituzioni europee. Non si tratta di un attacco all’Unione né alle persone che vi lavorano. Le istituzioni europee hanno bisogno di funzionari preparati, indipendenti e adeguatamente remunerati. È giusto che chi supera concorsi complessi, possiede competenze specifiche e assume responsabilità importanti riceva un trattamento proporzionato al proprio ruolo. Le stesse istituzioni definiscono competitive le proprie retribuzioni. Secondo EU Careers, agli stipendi possono aggiungersi, in base alla situazione personale, assegni per i figli, indennità di espatrio o residenza all’estero e rimborsi per i trasporti. Sono misure ragionevoli: chi si trasferisce in un altro Paese, cresce dei figli o costruisce una vita lontano dalla propria rete familiare deve essere sostenuto.
Il modello europeo e la distanza dalla realtà
Gli stipendi e il welfare delle istituzioni europee rappresentano, sotto molti aspetti, un buon modello di tutela del lavoratore. Il problema nasce quando questo modello rimane confinato all’interno delle istituzioni e non viene accompagnato da una volontà europea e nazionale di estenderne progressivamente i principi.
Non è realistico sostenere che ogni lavoratore debba ricevere esattamente lo stesso stipendio di un funzionario europeo. Mansioni, competenze e responsabilità sono differenti. Tuttavia, maternità e paternità adeguatamente tutelate, ferie retribuite, sostegno per i figli, protezione sanitaria, stabilità contrattuale e aiuti per chi deve trasferirsi non dovrebbero essere considerati benefici eccezionali. Dovrebbero rappresentare obiettivi generali verso i quali orientare l’intero mercato del lavoro. Se sono normali per chi lavora nelle istituzioni, ma vengono giudicati irrealizzabili per tutti gli altri, si crea una contraddizione difficile da ignorare.
Quando un diritto diventa un privilegio
Un diritto riservato stabilmente a una piccola minoranza finisce inevitabilmente per essere percepito come un privilegio.
Questo non significa che debba essere eliminato. Al contrario, dovrebbe essere progressivamente esteso. La soluzione non è togliere la tutela della maternità, le ferie, gli assegni familiari o le indennità di trasferimento a chi già ne beneficia. Una politica che riduce i diritti dei lavoratori più protetti non migliora la condizione degli altri. Il problema è creare le condizioni affinché protezioni comparabili, pur adattate alle diverse professioni, siano accessibili a una parte molto più ampia della società. I diritti, per essere davvero tali, devono contenere un’aspirazione all’universalità. Se rimangono prerogative di chi riesce a entrare in un determinato circuito istituzionale, perdono parte della loro natura sociale e assumono quella del privilegio.
Il confronto con lavoratori e imprenditori
La distanza appare ancora più evidente confrontando queste condizioni con quelle di molti lavoratori privati, autonomi e piccoli imprenditori. Un imprenditore investe capitale, cerca finanziamenti, affronta oscillazioni della domanda, anticipa costi e deve districarsi tra imposte, contributi, autorizzazioni e adempimenti amministrativi. Può lavorare per anni senza raggiungere le retribuzioni e la sicurezza economica garantite da alcune posizioni istituzionali, pur sostenendo direttamente il rischio d’impresa.
Le funzioni non sono perfettamente comparabili e sarebbe semplicistico contrapporre automaticamente il funzionario all’imprenditore. Entrambi possono svolgere un ruolo essenziale. Tuttavia, è legittimo chiedersi se il rapporto tra responsabilità, rischio, remunerazione e sicurezza non sia diventato eccessivamente squilibrato. Non si può celebrare chi crea imprese e occupazione e, contemporaneamente, lasciarlo solo davanti alla burocrazia, alla difficoltà di accedere al credito e all’incertezza economica.
Il rischio delle gabbie dorate
Quando una parte della classe politica e amministrativa vive in un sistema molto protetto, può gradualmente perdere il contatto con le difficoltà quotidiane dei cittadini. Questo non avviene necessariamente per malafede. Le persone interpretano la realtà anche attraverso le proprie esperienze. Chi dispone di uno stipendio elevato, di una carriera prevedibile e di un welfare efficace può sottovalutare l’insicurezza di chi non sa se il contratto sarà rinnovato, non può permettersi di avere un figlio o rischia i propri risparmi per mantenere aperta un’attività.
Nascono così delle “gabbie dorate”: ambienti nei quali si condividono sinceramente valori europeisti e democratici, ma si fatica a comprendere il crescente distacco della popolazione.
Sono fortemente critico verso l’antieuropeismo e verso la retorica semplicistica della “casta”. Tuttavia, liquidare ogni protesta come populismo impedisce di riconoscere che una parte di quel malessere nasce da differenze reali.
Dall’Europa istituzionale all’Europa sociale
L’Unione ha già svolto un ruolo importante nella tutela del lavoro. La direttiva europea sull’orario di lavoro prevede, tra le altre cose, un limite medio di 48 ore settimanali, riposi minimi e almeno quattro settimane di ferie retribuite (EUR-Lex). Sono stati compiuti passi anche sul salario minimo adeguato, sebbene molte decisioni dipendano ancora dagli Stati e dai sistemi nazionali di contrattazione.
L’Europa potrebbe però essere più ambiziosa. Salari minimi adeguati, limiti effettivi alla durata del lavoro, sperimentazione della settimana corta, protezione della genitorialità, sostegno ai lavoratori autonomi, semplificazione per le piccole imprese e l’avvio di un percorso verso un reddito universale europeo dovrebbero diventare elementi centrali del progetto comunitario. Non si tratta di imporre un modello identico a economie profondamente diverse, ma di promuovere una progressiva convergenza verso standard sociali più elevati.
Non togliere diritti, ma allargarli
La soluzione non consiste quindi nel ridurre gli stipendi o le tutele di chi lavora nelle istituzioni europee, italiane o internazionali. Quelle condizioni dimostrano che un’organizzazione del lavoro più sicura e rispettosa della vita personale è possibile. Devono diventare un esempio, non un’eccezione irraggiungibile. Perché ciò avvenga servono sia un maggiore coordinamento europeo sia investimenti nazionali.
Bruxelles non può sostituirsi interamente agli Stati, ma gli Stati non possono utilizzare i limiti delle competenze europee come giustificazione per la propria inerzia.
Occorre sostenere i salari, ampliare le protezioni familiari, offrire maggiore continuità ai giovani e ridurre il peso amministrativo che grava su imprese e autonomi. L’Europa sarà davvero percepita come una comunità politica quando i cittadini vedranno nelle condizioni garantite dalle sue istituzioni non i privilegi di una minoranza, ma l’anticipazione di diritti destinati progressivamente a tutti.
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