Geopolitica
Romania: droni, riarmo, crisi sociale. Intervista a Rares, lavoratore e attivista antiguerra
I droni provenienti dall’Ucraina hanno colpito un paese attraversato dalla crisi, che però si indebita per 17 miliardi per riarmarsi e attrezzarsi a diventare un potenziale fronte. Ma il riarmo lascia molti scettici, soprattutto tra i lavoratori.
La Romania colpita recentemente due volte da droni militari provenienti dai campi di battaglia dell’Ucraina oltre che vittima involontaria del conflitto che da tre anni si combatte oltre i suoi confini, è anche il paese membro UE che a maggio ha sottoscritto con Bruxelles il secondo prestito SAFE più alto dopo la Polonia – quasi 17 miliardi di euro, da restituire in 45 anni – ufficialmente per lo “sviluppo economico”, di fatto per modernizzare l’apparato militare e integrare le infrastrutture strategiche. L’Europa, insomma, si appresta a versare una valanga di denaro ai paesi sul proprio confine orientale per trasformarli in un teatro di guerra pronto per i combattimenti. Valanga di denaro che, inevitabilmente, influenza il dibattito politico: in Romania nel governo e in Parlamento, persino nel sindacato mettere in discussione la trasformazione del paese in potenziale teatro di guerra sembra .
Ce lo racconta Rares, 28 anni, tecnico del suono in un teatro a Bucarest, ma anche militante politico in Grupul de Acțiune Socialistă (GAS), un gruppo che si definisce “socialista rivoluzionario e internazionalista”, in larga misura giovani, che in questi anni hanno cercato di intervenire nel locale movimento contro la guerra. “Alla classe operaia in Romania e nella regione – scrivono i militanti di GAS in una nota diffusa dopo la caduta dei droni – non interessa in alcun modo quale dei blocchi imperialisti dominerà le rotte commerciali del Mar Nero, i corridoi energetici o la logistica del grano. Comunque il riarmo sarà finanziato dai lavoratori, con prestiti garantiti dalla promessa del loro sfruttamento nei prossimi anni, dopodiché toccherà loro anche subire gli le conseguenze della guerra. Noi siamo solidali coi lavoratori rumeni, ucraini, russi, bulgari e turchi, che hanno lo stesso interesse: porre fine alla guerra”. A Rares abbiamo chiesto quale sia il suo giudizio sulla situazione a partire dalla sua esperienza quotidiana.
A proposito dei droni: come ha reagito la popolazione rumena?
Ci sono stati due episodi: il primo a Galati, vicino al confine, dove per la prima volta dall’inizio della guerra è stata colpito un edificio civile. C’erano già stati episodi simili in passato, ma mai era stata colpita un’abitazione. Subito i media hanno detto che era stato un drone russo, non c’erano dubbi. La gente ha reagito con spavento e allo stesso tempo si è divisa: per alcuni erano stati davvero i russi, altri dubitavano. Del resto i rumeni per tradizione non si fidano dello Stato. Per molti commentatori i due episodi confermano ancora una volta che bisogna aumentare la spesa militare. L’estrema destra ha cercato di approfittare della situazione e in Parlamento ha votato contro un dispositivo che prevedeva l’abbattimento di tutti i droni che sorvolano il paese. Ma non era un discussione seria, ma soltanto un modo per convincere la gente che ci servono più armi. Nel secondo caso c’è la conferma che erano droni ucraini, ma hanno detto solo che erano esplosi nel porto di Costanza, senza ulteriori spiegazioni. Questo ti fa capire perché qui c’è una diffidenza generale anche verso i media. Qualcosa di simile alla reazione che abbiamo visto alle elezioni, quando è stato escluso il candidato dell’estrema destra: “Bene non avere un presidente di destra, ma estrometterlo è stato antidemocratico”. Ora la tesi ufficiale è che i droni ucraini caduti nel porto di Costanza siano stati deviati dai russi, ma questo semplicemente suggerisce all’opinione pubblica che il problema non sono i russi, ma la guerra in sé. E la risposta dei media – sono stati i russi a iniziare – non è molto efficace.
L’atteggiamento dei rumeni verso la guerra è cambiato col tempo e in che modo?
Mentre tutti i partiti politici difendono la sottoscrizione del prestito SAFE la mia impressione è che nella popolazione il sentimento antiguerra è cresciuto, anche se non c’è nessuno che lo organizza. In molti oggi si chiedono perché mandiamo dei soldi all’Ucraina e si interrogano anche sulla natura di questa guerra. Tra le persone con cui mi è capitato di discutere mentre facevamo campagna contro la guerra soltanto un terzo diceva di volere più armi per difendersi dalla Russia, che è poi la posizione del governo.
E il sindacato?
I sindacati in generale non prendono posizione. Alcuni però a un certo punto hanno cominciato a chiedere di aprire un confronto su chi riceverà i soldi per la armi e in seguito hanno chiesto anche di aver accesso alla documentazione. Un lieve mutamento di approccio che per certi versi può sembrare un passo avanti, anche se in realtà non c’è stato alcun avanzamento reale. La realtà è che anche in sindacato si pensa che il riarmo per i lavoratori è un’occasione per arrotondare le proprie entrate.
Il ministero della difesa ucraino ha ammesso che ci sono oltre 2 milioni di disertori. Ti è capitato di incontrarne qualcuno e che atteggiamento ha il governo rumeno?
All’inizio della guerra c’è stata molta solidarietà da parte dei rumeni, ma le reazioni sono state contraddittorie, così come è contraddittorio il fenomeno della fuga dall’Ucraina. Ci sono molte persone normali, semplici lavoratori, compresi alcuni in età di leva. Due anni fa ne ho incontrato alcuni che chiedevano dei soldi o di aiutarli a trovare qualche lavoretto. In realtà per loro la Romania è soprattutto una tappa sulla via della Germania o di altri paesi dell’Europa occidentale. Alcuni però si sono fermati qui e si sono integrati: lavorano, i bambini vanno a scuola, a me capita di incontrarli, ad esempio quando vado a fare sport. Dove vivo io, però, si sono viste in giro anche auto molto costose e la gente si è resa conto che quei profughi erano ricchi, più di loro, e ha reagito in modo più ostile, accusando lo Stato di preoccuparsi più dei profughi ucraini che di loro e alimentando pulsioni reazionarie, ma in generale ha prevalso la solidarietà.
In Italia si parla di servizio militare obbligatorio e c’è una crescente presenza di militari e studenti nelle scuole e nelle università. Anche in Romania?
Anche qui qualcuno ha proposto di rendere obbligatorio il servizio militare, ma alla fine è passata una formulazione che prevede più soldati ma su base volontaria. Nelle strade ci sono manifesti che pubblicizzano le accademie militari facendo leva sulla crisi sociale che attraversa il paese. Il messaggio è: se vi arruolate avrete denaro da spendere, di che mangiare e un posto di lavoro sicuro. La pressione ad arruolarsi è più efficace nelle zone rurali dove un tempo c’erano molte fabbriche, ma a seguito della deindustrializzazione la disoccupazione è arrivata al 30%. Qui hanno mandato anche delle squadre di arruolatori nelle scuole, mentre nelle aree urbane si sono rivolti agli influencer. Il presidente della Romania qualche mese fa ha promesso addirittura che le reclute con sei mesi di ferma prenderanno 5 mila dollari. L’austerità mette sotto pressione anche gli studenti, che hanno bisogno di un lavoro, ma a cui propongono posti pagati sempre meno, per cui anche per loro fare il militare sembra offrire maggiori prospettive.
Prima hai parlato delle persone con cui hai parlato facendo campagna contro la guerra. Di che cosa si tratta?
Abbiamo iniziato prendendo parte a una campagna per cacciare Elbit System, azienda della difesa israeliana, dalla Romania e credo sia stata una buona iniziativa, ma abbiamo proposto di andare oltre organizzando anche altre iniziative, ad esempio delle discussioni pubbliche. Nelle aree dove si producono armi e si trovano anche impianti di Elbit System abbiamo parlato con la popolazione locale – medici, insegnanti, lavoratori edili e lavoratori del turismo – e abbiamo notato che tra i più istruiti la percezione che dobbiamo difenderci è più forte. Mentre i lavoratori edili vengono da te e ti dicono semplicemente: non vogliamo andare in guerra. Anche i sondaggi confermano che dopo l’attacco all’Iran il timore che la guerra colpisca direttamente la Romania cresce. Non c’è ancora una coscienza consolidata, ma la disponibilità a discutere è notevole.iarmo
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