Finanza e Soldi
Credito consapevole, perché gli italiani fanno ancora fatica a valutare un prestito prima di firmarlo
Gli italiani usano il credito al consumo più della media europea ma hanno tra i livelli più bassi di alfabetizzazione finanziaria: un paradosso che ha un costo reale
Il credito al consumo in Italia vale ormai 169 miliardi di euro – dato aggiornato alla fine del 2024, con una crescita del 5,3% rispetto all’anno precedente secondo l’analisi della Fondazione Fiba di First Cisl su dati Bankitalia e BCE.
Un mercato in espansione costante, che nel solo primo trimestre del 2025 ha segnato un ulteriore +5,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. I prestiti personali tirano con particolare forza: +15% tendenziale nei primi tre mesi del 2025. La domanda c’è, i soldi si muovono. Quello che spesso manca è altro.
Manca la comprensione di quello che si sta firmando. E non è una questione di buona volontà, né di istruzione in senso stretto. È un problema che attraversa trasversalmente il Paese e che i dati certificano con una certa brutalità: meno di 4 italiani su 10 rispondono correttamente a domande elementari su inflazione, interesse composto e diversificazione del rischio, contro una media OCSE di 6 su 10.
L’Edufin Index 2024, l’indice che misura la consapevolezza finanziaria degli italiani, si ferma a 56 punti su 100. La sufficienza è a 60.
Il costo di non capire
Questa distanza ha un prezzo preciso e misurabile. Il TAEG medio applicato in Italia alle nuove operazioni di credito al consumo si attesta al 10,45%, un valore che supera di quasi due punti percentuali la media dell’area euro (8,38%). La Francia è al 6,73%, la Germania all’8,34%.
Non si tratta soltanto di un differenziale di mercato: riflette anche la minore capacità dei consumatori italiani di negoziare, confrontare e scegliere in modo informato.
L’Italia si distingue anche per un altro dato: la quota del credito al consumo sul totale dei prestiti alle famiglie è del 18,9%, contro una media europea dell’11,1%. Una dipendenza superiore alla norma, che si spiega in parte con fattori culturali e in parte con la difficoltà di accedere a forme di finanziamento alternative o più trasparenti. Chi non capisce le condizioni di un contratto tende a scegliere la soluzione più immediata, non quella più conveniente.
Simulare prima di decidere: uno strumento sottoutilizzato
Uno dei cambiamenti più rilevanti degli ultimi anni nel mercato del credito è la disponibilità di strumenti digitali che permettono di esplorare in anticipo le condizioni di un finanziamento.
Oggi è possibile, sulle piattaforme di operatori come Compass, effettuare la simulazione del prestito direttamente online, inserendo importo, rata da rimborsare mensilmente e finalità, e ottenere in pochi secondi una stima della durata e del costo complessivo, TAEG incluso. Non è un impegno, non è una firma: è un’esplorazione.
Eppure questo tipo di strumento resta largamente sottoutilizzato, in particolare nelle fasce di popolazione con minore familiarità digitale o finanziaria.
Molti consumatori si presentano in agenzia o compilano un modulo online avendo già in testa una cifra e un’aspettativa di rata, senza essersi confrontati con le variabili che determineranno il costo reale del finanziamento: la durata, le commissioni, le spese accessorie che il TAN non incorpora ma il TAEG sì.
Una questione di struttura, non di pigrizia
Sarebbe sbagliato leggere questo scenario come un problema individuale, da risolvere invitando le persone a “informarsi di più”.
La ricerca sull’alfabetizzazione finanziaria suggerisce che le difficoltà hanno radici strutturali e culturali, come nota lo stesso Edufin Index 2024: il modo in cui il denaro viene trattato in Italia, la riservatezza che circonda le questioni economiche nella sfera privata e familiare, il sistema scolastico che non ha mai integrato l’educazione finanziaria in modo sistematico.
Tutto questo produce una popolazione di consumatori che nel credito si orientano prevalentemente per abitudine o per comodità.
La nuova Direttiva europea sul credito al consumo (2023/2225), che l’Italia dovrà recepire entro novembre 2026, va nella direzione giusta: introduce obblighi informativi più stringenti per gli istituti eroganti, rafforza i diritti del consumatore e istituisce la figura del consulente del debito. Ma il recepimento normativo da solo non basta se non è accompagnato da un cambiamento nelle abitudini di chi chiede un prestito.
Credito al consumo, il gap Nord-Sud (e il gap di genere)
I dati mostrano anche che la distanza non è uniforme. I livelli più alti di alfabetizzazione finanziaria si registrano al Nord-Est e tra i 45-64enni. Il gender gap è stabile a 5 punti (59 gli uomini, 53 le donne), con le donne in coppia che tendono a delegare le decisioni finanziarie al partner molto più di quanto facciano le donne single.
Sul fronte del credito, la rischiosità – misurata come tasso di deterioramento dei prestiti – è concentrata al Sud: il picco è in Sicilia (0,365%), seguita da Campania e Calabria.
Il profilo del consumatore più esposto non è quello con il reddito più basso in assoluto: è quello con reddito medio, esigenze di liquidità reali e strumenti cognitivi insufficienti per valutare un’offerta. Il credito raggiunge queste persone con facilità crescente, grazie alla digitalizzazione dei processi. La capacità di valutarlo cresce più lentamente.
Il mercato dei prestiti si è fatto più accessibile. Il passo successivo è che diventi davvero più comprensibile.
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