Finanza
Mps, tre lezioni (per tutti) dal gran teatrino di Siena
Il rinnovo del cda di Montepaschi è stata mal gestito, con un cda più sensibile allo desiderata di un socio che alle indicazioni della Vigilanza. Ma una riflessione critica varrebbe la pena farla anche a Francoforte.
Anche se non è più l’epoca dei governatori che sussurravano nelle orecchie ai banchieri, e tanto bastava per combinare un matrimonio bancario, mettersi in testa di ciurlare nel manico con la Vigilanza bancaria europea, non è mai un’idea geniale: nemmeno in tempi sboccati come quelli che viviamo. In consessi che si presumono votati alla prudenza, non sarebbe mai dovuta diventare un’opzione per il Montepaschi di Siena, una banca che negli ultimi 15 anni è stata più volte sull’orlo del baratro, e ha dovuto fare cinque aumenti di capitale.
Eppure, al termine di un triennio in cui il Monte era finalmente uscito dalle secche, il cda della banca che ieri ha preso meritato congedo ha ingaggiato un tira e molla imbarazzante con la Vigilanza Bce sulla scelta dei nomi dei nuovi amministratori e soprattutto dell’amministratore delegato. Imbarazzante per lo stesso cda, che ha prestato ascolto più ai desiderata di un singolo azionista – il Gruppo Caltagirone, titolare di una quota del 13,5% – che ai rilievi arrivati da Francoforte. E imbarazzante anche per la Bce la quale non ci ha fatto una bella figura a vedersi ignorata pubblicamente e messa nelle condizioni di dover (eventualmente) intervenire a cose fatte.
E non è che ai vertici del Monte non fossero stato significati gli orientamenti del regolatore attraverso i consueti canali istituzionali e persino sui giornali. «Se gli organi societari di una banca non capiscono o fanno finta di non capire i segnali dell’autorità e insistono a nominare un candidato dubbio, la stessa autorità poi si trova in difficoltà» quando dovrà agire d’autorità per rimuovere un amministratore inadatto, notava un commentatore del rango di Salvatore Rossi su La Stampa del 1 aprile. Ora sarebbe irrispettoso attribuire al già direttore generale della Banca d’Italia nel periodo 2013-2019 – gli anni infuocati di Mps, per inciso – la funzione di portavoce della Vigilanza Bce. Ma certo la dotta dissertazione di un ex banchiere centrale sulla procedura “fit and proper” apparsa un quotidiano nazionale era un’antifona che avrebbe dovuto far rizzare le antenne a Siena. Il messaggio era: non mettete la Bce in condizione di dover intervenire ex post con la mannaia.
Il messaggio è rimasto inascoltato e al di là delle smentite ribadite anche ieri in assemblea, il cda uscente ha continuato ad assecondare le preferenze di Caltagirone, determinato ad avere in pugno la tutta la filiera che da Mps passa per Mediobanca e arriva a fino alle Assicurazioni Generali, licenziando Lovaglio con la scusa dell’avviso odi garanzia, quando invece è segreto di Pulcinella che proprio sulla gestione del dossier Mediobanca, si era consumato il rapporto di fiducia tra i due.
Tanta risolutezza padronale di un singolo azionista dentro una grande banca quotata ha finito però per danneggiare il costruttore romano che pure era uscito vittorioso nella lunga battaglia contro la Mediobanca di Alberto Nagel. Di più, Caltagirone era ormai a un passo dal consacrarsi come un solido riferimento istituzionale dei nuovi assetti della finanza italiana. E invece, gli eventi hanno preso un’altra piega.
Si poteva permettere infatti di vedere incrinata la più solida delle certezze del continente, cioè l’egida della Bce su moneta e sistema bancario? Era pensabile che la volontà di un singolo azionista prevalesse sugli orientamenti del regolatore bancario? Lasciar passare tutto questo avrebbe costituito un precedente pericoloso in Europa.
Ecco quindi spuntare magicamente una lista concorrente a quella varata dal cda, presentata da un azionista del tutto marginale, Plt holding della famiglia Tortora, detentrice dell’1,2% del capitale di Mps, che ricandida Lovaglio. Chi e come abbia fatto lievitare dal nulla questa iniziativa resta avvolto nel mistero o nelle risposte di circostanza, ma è stato chiaro sin da subito che tutto era fuorché una ripicca di Lovaglio, che anzi, dicono i bene informati, ha esitato prima di accettare. Poi investitori come Blackrock e il fondo sovrano norvegese hanno scelto di appoggiarla. Infine, i giochi si sono chiusi quando la Delfin della famiglia del Vecchio (17,42%) e il Banco Bpm (3,74%) hanno deciso di appoggiare Plt Holding e Lovaglio.
La conclusione è nota. Ieri all’assemblea per il rinnovo del cda di Mps ha trionfato la lista Lovaglio con il 49,9% dei voti espressi, a fronte del 38,79% della lista del cda.
Per vie contorte, si è giunti così alla soluzione preferita dalle autorità di vigilanza: e cioè che i soggetti vigilati e il mercato fanno ciò che il regolatore reputa appropriato date le circostanze, senza bisogno di interventi autoritativi.
Naturalmente, non sapremo mai con certezza se ci sia stata una moral suasion sugli investitori istituzionali da parte della Bce. Possiamo supporlo, e qualche illazione è anche circolata. Né sapremo se in questo ha giocato un ruolo il nostro ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che si dice essere molto ascoltato dall’a.d. del Banco, Giuseppe Castagna, che a sua volta gli deve molta riconoscenza per le difese alzate contro la scalata di Unicredit.
Dopo lo scontro con Bruxelles sull’uso del golden power, evitare screzi con la Bce deve essere apparso cosa saggia in Via XX Settembre, che si è ufficialmente tenuta fuori dalla partita, e ancora di più in Piazza Meda, quartier generale del Banco Bpm.
Forse proprio il Banco Bpm ha già iniziato a muovere le sue pedine in vista di futura convergenza con Mps, il famoso e vagheggiato terzo polo bancario, caro alla Lega. Quel che è certo che la Plt Holding non è proprio una sconosciuta in Piazza Meda. A fine marzo quest’ultima ha coordinato un finanziamento in pool da 159 milioni per sostenere la società della famiglia Tortora nell’acquisizione di impianti fotovoltaici, e della partita erano tra gli altri anche Unicredit e Credit Agricole, che del Banco è azionista di peso.
Quanto alla Delfin, il cui a.d. Francesco Milleri è stato freddo sulle ultime mosse di Caltagirone, è probabile che le liti ereditarie tra figli del fu Leonardo Del Vecchio abbiano giocato in favore di un percorso meno avventuroso e conflittuale, su una strada battuta, con un amministratore delegato già sperimentato, anche se indagato, e un piano industriale validato dalla Bce. Da qui tutto in avanti è possibile: la dismissione della quota Delfin in Mps per far cassa da distribuire tra gli eredi oppure la partecipazione in nuove operazioni di concentrazione, con Unicredit o con il Banco Bpm, e forse le due cose potrebbero anche viaggiare insieme.
Dalla vicenda si possono per il momento trarre tre lezioni. La prima è che ignorare l’arbitro mentre la partita è in corso non è mai una buona decisione: anche se sei uno degli azionisti principali non puoi ignorare la Bce. Non averlo voluto capire, a dispetto dello stuolo di esperti ingaggiati (tra cui la blasonata Korn Ferry), è stata o imperdonabile leggerezza o hybris in purezza. Che, si sa, presto o tardi finisce per rivoltarsi contro i suoi servitori. È una lezione per gli azionisti troppo esigenti come Caltagirone, ma anche per amministratori, banchieri e consulenti.
Secondo, come suggerito dall’ex d.g. di Bankitalia nell’articolo citato, bisognerebbe mettere mano alla procedura fit and proper prevista per l’adeguatezza degli amministratori di una banca (onorabilità, professionalità, competenza, indipendenza) passando dall’attuale modello dell’autorizzazione ex post, che lascia liberi gli azionisti di decidere salvo bocciature successive, a quello dell’autorizzazione preventiva in uso altri Paesi europei, evitando così nuovi e incresciosi teatrini come quello appena visto a Siena.
La terza lezione riguarda la Vigilanza Bce, a cui questa vicenda dovrebbe aver insegnato la necessità di maggiore prudenza nel dare il via libera investitori privati non istituzionali nell’assumere posizioni di grande rilievo in una banca, come è successo a Siena. Quando si autorizza con troppa scioltezza, poi non ci si deve stupire delle conseguenze. Qualche riflessione critica su questa vicenda andrebbe dunque fatta anche a Francoforte.
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