Risparmio
Previdenza complementare: il 7° Rapporto Assogestioni-Censis analizza opportunità e prospettive per i lavoratori
I lavoratori percepiscono la rilevanza della previdenza complementare ma la conoscono poco e chiedono di essere affiancati per prendere scelte più consapevoli.Il 7° Rapporto Assogestioni-Censis sottolinea l’importanza di comunicare la riforma del secondo pilastro
I lavoratori, tra i 18 e i 50 anni, oggi, percepiscono la rilevanza della previdenza integrativa, ma continuano a conoscerla poco, a rinviarne la scelta o a guardarla con diffidenza. A metterlo nero su bianco è la settima edizione dell’indagine di Assogestioni, l’associazione italiana del risparmio gestito, realizzata con il Censis, che ha indagato il rapporto degli italiani con la previdenza complementare. Un focus che amplifica il racconto delle ricerche passate, in ragione dell’imminente entrata in vigore delle novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2026, intervenuta sulla normativa a più di trent’anni dalla Riforma Dini del 1995.
«Assogestioni è impegnata da anni nel promuovere una cultura previdenziale più diffusa e nel contribuire, attraverso il dialogo con istituzioni, Autorità e operatori, alla costruzione di un secondo pilastro più solido e accessibile. La riforma della previdenza complementare rappresenta un passaggio importante, ma deve essere letta come l’inizio di un percorso più ampio. Per questo l’Associazione sta riflettendo anche su nuove forme di collaborazione tra pubblico e privato, capaci di avvicinare le persone alla previdenza fin dall’inizio della vita», spiega Maria Luisa Gota, presidente di Assogestioni, aprendo i lavori dell’evento dell’Associazione “Dare forma al futuro, costruire fiducia” attualmente in corso a Roma.
«Una possibile direttrice, ancora in fase di approfondimento, è quella di una ‘paghetta previdenziale’ alla nascita: un piccolo patrimonio iniziale, alimentato con il contributo delle famiglie e con il sostegno del sistema pubblico, che possa crescere nel tempo e rendere immediatamente concreto il valore della pianificazione di lungo periodo. È una riflessione aperta e attualmente ancora in una fase iniziale, ma coerente con una convinzione di fondo: la previdenza complementare deve diventare una componente naturale del percorso di vita dei cittadini», conclude.
Previdenza complementare: «Forse è utile, ma ancora non mi convince»
Il 76,1 per cento dei lavoratori che conosce la previdenza complementare pensa che potrebbe essere una soluzione per mantenere o migliorare il proprio tenore di vita da pensionato. E il 69,9 per cento ritiene che, oltre che per integrare la pensione pubblica, potrebbe comunque contribuire a generare le risorse per finanziare progetti, attività ed esigenze di vita nell’età longeva. Tuttavia, questo riconoscimento ad oggi non si è tradotto in conseguente adesione: i tassi di partecipazione alle forme di previdenza complementare sono inferiori al 40 per cento delle forze di lavoro.
Previdenza complementare: sono in pochi a conoscerla e chi la conosce rimanda
Solo il 28,9 per cento dei lavoratori dichiara di conoscere bene la previdenza complementare, il 57,6 per cento a grandi linee, il 13,5 per cento non la conosce. Solo il 17,0 per cento dei lavoratori ha una conoscenza effettiva, verificata dal funzionamento dei suoi meccanismi di base e appena il 6,0 per cento conosce bene le novità normative introdotte dalla Legge di Bilancio 2026. Inoltre, per il 55,8 per cento dei lavoratori intervistati, circolano sulla previdenza complementare informazioni poco chiare. E al 18,3 per cento è capitato di ricevere informazioni sulla previdenza complementare che poi si sono rivelate false.
Nel lento decollo della previdenza complementare pesano poi la persistenza di meccanismi di procrastinazione, con il 45,0 per cento dei lavoratori convinto di avere altre priorità in questo momento e che quindi alla pensione penserà più avanti, e il 51,3 per cento certo che non abbia senso pianificare la pensione perché le regole cambiano troppo di frequente.
«La riforma della previdenza complementare introduce strumenti concreti per rendere il secondo pilastro più accessibile, moderno e coerente con i bisogni dei lavoratori. Ma le norme, da sole, non bastano: serve un grande impegno in termini di educazione, attraverso cui spiegare con chiarezza perché pianificare per tempo significa proteggere il proprio futuro. Questo vale in particolare per i giovani, per i quali l’orizzonte di lungo periodo rappresenta un alleato fondamentale – dichiara Fabio Galli, direttore generale di Assogestioni – . Assogestioni continuerà a fare la propria parte per promuovere consapevolezza, fiducia e partecipazione, anche attraverso il confronto con imprese, HR e operatori del settore».
La rassegnazione a pensioni pubbliche basse
Eppure, in media i lavoratori si aspettano una pensione pubblica pari al 48,4 per cento della propria retribuzione da lavoro. I dipendenti pari al 49,7 per cento, gli autonomi al 41,5 per cento. Più in generale, il 24,7 per cento dei lavoratori ha indicato meno del 40 per cento, il 46,7 per cento tra il 40 per cento e il 60 per cento, il 17,4 per cento più del 60 per cento e l’11,2 per cento ha dichiarato di non saperlo. Per il 76,6 per cento dei lavoratori l’aumento dell’età pensionabile non garantirà comunque pensioni adeguate. Tanto che l’80,3 per cento dei lavoratori è convinto che i giovani non avranno una pensione dignitosa.
Il 64,8 per cento dei lavoratori vorrebbe andare in pensione entro i 60 anni. Desiderio condiviso dal 68,1 per cento dei 18-35enni, dal 65,1 per cento dei 36-45enni e dal 59,3 per cento dei 46-50enni. In media, l’età di pensionamento desiderata è pari a 60 anni. Riguardo all’età a cui i lavoratori sono convinti che andranno in pensione, il 9,3 per cento indica prima del 65° anno di età, il 34,4 per cento tra i 65 e i 69 anni e il 56,3 per cento a 70 anni o più. L’età media attesa del pensionamento è pari a 69 anni. Pensano che andranno in pensione a 70 anni o più il 67,8 per cento dei 18-35enni, il 56,4 per cento dei 36-45enni e il 38,3 per cento dei 46-50enni. Lo scarto tra l’età media pensionabile attesa e quella desiderata è pari a 9 anni.
La consulenza è decisiva per il decollo della previdenza complementare
Il 55,0 per cento dei lavoratori che conosce la previdenza complementare dichiara che, se fosse supportato da un consulente esperto e di cui si fida nel comprenderne i vantaggi concreti, probabilmente si deciderebbe ad iscriversi. E comunque il 55,9 per cento dei lavoratori apprezzerebbe l’affiancamento di professionisti esperti per capire bene contenuti, opportunità, benefici e rischi delle varie forme di previdenza complementare.
«Abbiamo voluto concentrare l’indagine di quest’anno su un tema che tiene insieme interesse individuale e interesse generale del Paese» sottolinea Galli. «La previdenza complementare non è soltanto una risposta ai bisogni futuri dei lavoratori, ma anche un elemento di stabilità per l’intero sistema finanziario. Investitori istituzionali più solidi e capaci di contribuire a una sana allocazione del capitale sostengono lo sviluppo dei mercati e dell’economia reale».
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