City-makers? Innovatori europei alla prova delle “increspature spazio-temporali”

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15 giugno 2016

Matteo Del Fabbro * per MilanoIN

Una via di mezzo tra un social forum, una fiera e una conferenza scientifica: se gli organizzatori del primo “City Makers summit” europeo cercavano di stare in mezzo a mondi e pratiche diverse, senza voler essere etichettati con nessuno di essi, ci sono riusciti. E sono anche riusciti a legittimarsi come interlocutori qualificati del processo di costruzione delle politiche urbane dell’Unione Europea.

Lo scorso 30 maggio, ad Amsterdam, si è svolto un evento istituzionale di portata storica, sebbene fatichi a farsi strada fuori dal circuito degli specialisti di politiche urbane: l’adozione da parte degli Stati membri dell’Unione Europea del “Patto di Amsterdam”, documento che porta a compimento un percorso iniziato formalmente 19 anni fa (European Commission, 1997), ma avviatosi di fatto già con la firma dei Trattati di Maastricht. Con l’apertura dei propri mercati alla competizione internazionale, gli Stati europei hanno aperto anche una finestra di “rischi e opportunità” per i propri territori – regioni e città – i quali hanno potuto (dovuto) conquistare un crescente protagonismo politico ed economico (Le Galès, 2002).

L’incontro informale dei 28 ministri UE responsabili per le questioni urbane (per il Governo italiano, si tratta del sottosegretario alla Presidenza Claudio De Vincenti) è stato accompagnato da altri due appuntamenti, svoltisi in contemporanea nella metropoli olandese. Da una parte, il Comitato delle Regioni – organo consultivo dell’UE che rappresenta enti locali e regioni – ha invocato esplicitamente un impegno maggiore di Commissione e Stati membri; dall’altra, il think tank olandese Pakhuis de Zwijger, nell’ambito della sua iniziativa “New Europe – Citiesintransition.eu”, ha radunato 600 esponenti del movimento City Makers provenienti da tutta Europa.

Come messo in evidenza da Massimo Allulli e da Simone d’Antonio, la “Agenda Urbana per l’UE” offre a enti locali, stati membri e istituzioni europee un quadro formale e stabile di collaborazione, all’interno del quale formulare e attuare politiche specifiche per le “aree urbane”, migliorando la vita di cittadini e imprese tramite la creazione di valore, la riduzione dell’impatto ambientale, la promozione della solidarietà sociale. I city makers (ardua una traduzione fedele in italiano: “facitori di città”…) sono coloro i quali intendono introdurre in questa dinamica una serie di innovazioni – tecnologiche e digitali, ma non solo – per catalizzare le potenzialità insite in un processo di ricomposizione delle politiche pubbliche: auto-imprenditori, attivisti, ricercatori, professionisti, operatori culturali e sociali – “inventori” insomma, anzi “creativi” – ognuno con un suo bagaglio di pratiche sperimentali: un’associazione, una app, un progetto, una società di consulenza, un prototipo…

Un eclettismo, quello del movimento City Makers, che non viene celato o taciuto, diventa anzi implicitamente il filo conduttore della tavola rotonda che dà avvio all’ultima giornata del summit, appunto il 30 maggio scorso. Al centro di una sala conferenze, con il pubblico ripartito su tutti e quattro i lati, dialogano tra loro la vicesindaca di Atene con delega alla società civile, un professore della Luiss di Roma a capo di un gruppo di ricerca sui beni comuni urbani, la direttrice del Forum Europeo del Terzo settore, e il responsabile di un’iniziativa di rivitalizzazione urbana. Non è difficile immaginare come quest’ultimo senta il bisogno di puntualizzare che il city making “non riguarda soltanto situazioni di indigenza”, dopo aver ascoltato l’ottima vicesindaca di Atene dire che “il bisogno è la più forte spinta per l’innovazione”. Perché i city maker tengono insieme situazioni tanto divergenti quanto il tentativo di rendere una via semi-periferica di Amsterdam un’arteria commerciale adatta ai più recenti gusti di consumo e i gruppi di solidarietà auto-organizzata dei ceti depauperati di Atene.

Non c’è dubbio che i city maker siano portatori di una carica innovativa nella gestione e nello sviluppo urbano che non si ferma a enunciazioni astratte ma si sostanzia in pratiche concrete che rimettono in discussione i capisaldi del modo di “fare città” (ecco spiegata anche in italiano la ragione profonda del loro nome). Ad esempio, come concepire un progetto di rigenerazione urbana di un’ex area portuale-industriale che valorizzi la risorsa maggiormente disponibile in loco (l’acqua) in un’ottica di resilienza e di sostenibilità ambientale? La risposta del gruppo di ricerca The Hackable City è semplice: tramite un gioco! In altre parole: lasciate un attimo da parte libri, macchinari e schizzi: ci sarà sempre tempo per ritornarvi… mettetevi invece nei panni di qualcuno (famiglia/imprenditore/adolescente/etc) coinvolto nell’operazione e cercate di interagire con altri attori coinvolti. Le fasi del gioco corrispondono ai momenti chiave con cui ogni “unità territoriale” – un quartiere, una città, una regione – deve confrontarsi, per diventare soggetto attivo del proprio sviluppo futuro: chi sei, come reagisci a un evento imprevisto, come rendi sostenibile nel tempo la tua azione. Gli interessi e gli obiettivi propri e altrui vengono così esposti, rimasticati, resi trasparenti e in definitiva componibili secondo un processo politico democratico. Sembra facile, ma non lo è: non si sente infatti parlare di “partecipazione” da decenni, ma con scarsissimi risultati?

C’è un punto però sul quale i city maker possono interrogarsi. È evidente che se il movimento non si chiama semplicemente “makers” bensì “city makers”, il significato attribuito alla “dimensione urbana” non può essere considerato secondario. E caratteristica ineludibile della dimensione urbana è una specifica configurazione spaziale (e quindi temporale): le città – le metropoli, le città-regioni globali – si potrebbero concepire come “increspature spazio-temporali” (mi perdonino la metafora gli amici astrofisici). Esse si distinguono cioè per quegli “aspetti indivisibili e non individuali che caratterizzano la città come luogo comune” (Cremaschi, 2014). Aspetti che tuttavia sono fuori dalla portata dei radar del paradigma economico dominante: “il concetto di ‘prestazione economica’ sul quale si fondano il discorso scientifico e il discorso pubblico sulle prestazioni nazionali e regionali – livello e tasso di variazione nel tempo del ‘prodotto interno lordo’ – non sembra avere significato con riferimento alle città” (Calafati, 2014).

A ciò si aggiunga che la conoscenza scientifica circa le relazioni tra sviluppo economico e dinamiche spazio-temporali è ben lontana dall’aver raggiunto conclusioni solide e condivise: i principali filoni di ricerca, tra cui la NEG – New Economic Geography, hanno enfatizzato il guadagno complessivo, a lungo termine, derivante dall’agglomerazione delle attività economiche, ma restano sprovvisti di modelli affidabili per indicare il dove e il quando di tale guadagno. Ciò inficia seriamente l’utilizzo più o meno sistematico di queste analisi come base di un policy-making basato su fatti scientificamente dimostrati: “la maggior parte della letteratura che si avventura su questo terreno ha una conoscenza solo parziale dei dati empirici, e di norma fa supposizioni forti eppure relativamente arbitrarie sulle preferenze [degli attori] allorché si adotta una misura del benessere” (Storper, 2013).

Un movimento ambizioso come quello dei city maker dovrebbe sviluppare una riflessione sulle ricadute spazio-temporali delle proprie azioni: ad esempio, tematizzando la domanda di dove (e quando) le pratiche innovative producono i loro effetti all’interno di un sistema urbano, o di come le attività innovative modificano gli spazi (e i tempi) del tessuto urbano in cui si insediano. Gli antropologi urbani chiederebbero se con “innovazione urbana” si intende innovazione nella città o della città. In gioco, c’è la rinuncia a voler regolare lo sviluppo spaziale del territorio europeo e il conseguente affidamento fideistico ad attori economico-finanziari che, “un giorno, da qualche parte”, avranno aumentato la ricchezza complessiva disponibile.

*Matteo Del Fabbro è Dottorando invitato a Sciences Po, Cee (Parigi), Programma in Urban Studies del GSSI (L’Aquila)

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Calafati, A. G. (2014). La costruzione dell’agenda urbana europea e italiana. In A. G. Calafati (Ed.), Città tra sviluppo e declino (pp. 76-95). Roma: Donzelli

Cremaschi, M. (2014). Un paese per vecchi? Innovazione e creatività urbana a Roma. In A. G. Calafati (Ed.), Città tra sviluppo e declino (pp. 228-242). Roma: Donzelli

European Commission. (1997). Towards an urban agenda in the European Union. (COM(97)197 final). Brussels: European Commission

Le Galès, P. (2002). European Cities. Social Conflicts and Governance. Oxford: Oxford University Press

Storper, M. (2013). Keys to the City. Princeton, NJ: Princeton University Press

TAG: innovazione, Unione europea
CAT: Innovazione, Sharing economy

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