L’a.d. di TIM Gubitosi: “Nessuno resti escluso dal digitale”

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3 Novembre 2021

La povertà digitale può essere strutturale, situazionale ma anche cognitiva e comportamentale. Il digital divide, nel nostro Paese, è fortemente correlato con il livello di istruzione. Tra coloro che dispongono al massimo della terza  media le persone in difficoltà sono la maggioranza, ben il 58,7 percento. Non si può tuttavia trascurare però che una quota di persone esposte al digital divide è presente anche tra chi possiede un titolo di studio superiore (15,8 percento).

A fotografare il digital divide italiano è uno studio realizzato dal Censis con il Centro Studi Tim, intitolato “La digitalizzazione degli  italiani. Fattori di spinta ed elementi trainanti”, presentato oggi insieme a Luigi Gubitosi, amministratore delegato di Tim e a Patrizio Bianchi, ministro dell’istruzione, intervenuti all’evento streaming “Italia 2026: il digitale che non lascia indietro nessuno”. L’evento è stato organizzato nell’ambito della 4 weeks 4 inclusion, la più grande maratona interaziendale promossa da Tim e dedicata ai temi dell’inclusione e della diversità che quest’anno, per la prima volta in Italia, vede impegnate oltre duecento aziende.

Secondo lo studio del Censis fino a 44 anni le competenze digitali medie dei cittadini sono tali da poter fronteggiare  qualsiasi esigenza. Tra i 45 e i 65 anni il 17,1 percento dei cittadini invece entra in sofferenza (stiamo parlando di 3,1 milioni di persone in età ancora lavorativa). Oltre i 65 anni, poi, il problema si moltiplica e l’area del disagio  copre il 61,9 percento del totale (circa 8,6 milioni di persone).

Dall’analisi emerge anche che le competenze digitali sono fortemente influenzate dal far parte o meno della popolazione attiva. Tra gli occupati la quota di chi è in difficoltà supera di poco il 5 percento, ma sale all’11,3 percento tra i disoccupati e arriva fino a quasi la metà degli inattivi (44,6 percento). Il basso tasso di attività delle donne in Italia (55,2 percento in totale, ma sotto il 40 percento in alcune regioni del Sud), non favorisce l’inclusione digitale. Chi non è impegnato in un’attività lavorativa, peraltro, ha molte meno occasioni per utilizzare e sviluppare le proprie competenze digitali.

«Nell’era della transizione digitale – spiega Luigi Gubitosi – la battaglia non è più quella contro il digital divide dovuta alla mancanza di infrastrutture ma contro una più ampia “fragilità digitale”. Ci stiamo concentrando su questa, sulla fragilità digitale, che tende a manifestarsi in vari modi e creare situazioni di disagio: quando l’esclusione deriva da mancanza di connessione o di device si risolve facilmente, è “solo” una questione di soldi. Ma il tema è evitare divari di competenze, non c’è solo andare in Rete ma sapere interpretarla».  Per questo, racconta l’ad, «con Luiss e altre istituzioni aderiamo a un  progetto (Italian Digital Media Observatory, ndr) che combatte  le fake news, insegna alle persone a capire la qualità dell’informazione. Mentre si cerca l’avanguardia dobbiamo fare nostre le parole di Liliana Segre e fare in modo  che nessuno rimanga escluso».

Luigi Gubitosi

Dallo studio è emerso che durante la pandemia per aver accesso ad internet chi non aveva le giuste competenze ha provato ad  arrangiarsi per superare il lockdown. Le persone con scarse competenze digitali, in particolare gli anziani, si sono  appoggiate su familiari e conoscenti. Pochi hanno dovuto rinunciare. In futuro si percepisce una maggiore disponibilità a mettersi sotto sforzo personalmente, in parte anche attraverso momenti di formazione. Tra le paure, la preoccupazione maggiore è sicuramente la sicurezza che si supera più facilmente con la formazione. Addirittura il 39,9 percento arriva ad ammettere di limitare la  navigazione al minimo indispensabile. La  domanda di sicurezza si  rivolge verso l’esterno: l’81,1 percento degli utenti vedrebbe favorevolmente una limitazione su siti ritenuti potenzialmente dannosi.

«Nel 2026 – auspica Gubitosi – vedo un’Italia in cui dovrebbe essere stata completata la rete, dove continuiamo a  fare progressi: siamo passati da un giga a due e mezzo, fino ad arrivare a dieci. Il progresso è continuo, e dobbiamo garantire che lo sia anche per le competenze: nel 2026 ci sarà un’Italia che funzionerà meglio, e tante cose che oggi sembrano dei miracoli saranno scontate».

Il ministro dell’istruzione Patrizio Bianchi, intervenendo nel corso della maratona per l’inclusione, ha ringraziato Tim «per aver  organizzato questa importante iniziativa, che non intende lasciare nessuno indietro come  ha ricordato la senatrice a vita Liliana Segre. Grazie anche a lei per le parole che ha detto, sentire la sua voce ci riempie  il cuore».

«Ce la dobbiamo fare a  superare le due pandemie, quella della salute ma anche quella dell’individualismo, che non ha messo al centro della vita collettiva la capacità di includere e costruire la comunità», ha aggiunto Bianchi. «La scuola non e’ più il luogo dove accumulare le conoscenze e informazioni, la scuola serve per tenere insieme le persone e costruire comunità sempre più ampie. Il digitale in tutto questo è fondamentale perché consente di uscire dal proprio contesto locale conquistando un orizzonte più ampio. Ma c’è bisogno che tutti siano messi in  condizione di farlo e la scuola serve a superare le differenze», ha concluso il ministro.

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TAG: digital divide, Luigi Gubitosi, Patrizio Bianchi, TIM
CAT: Internet

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