Il nuovo regime dei minimi cambia, in peggio. Storia di una follia consapevole

20 dicembre 2014

Il mio precedente contributo era ricco di auspici: tutti disattesi, più di quanto si potesse immaginare.

Difficilmente, avremmo creduto che il nuovo regime dei minimi, di cui al ddl stabilità 2015, rimanesse invariato anche dopo il passaggio in Senato (l’approvazione, in seconda lettura al Senato, è arrivata nella prima mattinata di oggi con fiducia su un maxiemendamento presentato dal Governo).

Anche perché il Vice Ministro dell’Economia Enrico Morando, nella seduta della Commissione Bilancio della Camera del 25 novembre scorso, in sede di prima lettura del disegno di legge, riferiva che “nella definizione della disposizione di cui all’art. 9 del disegno di legge di stabilità si è incorsi in talune criticità che dovranno essere corrette. Il Governo ha comunque deciso di riflettere qualche giorno ancora prima di pervenire alle modificazioni da più parti auspicate” (testo completo in calce).

Anche il sottosegretario Enrico Zanetti sembrava da subito iper battagliero sul punto invocando, continuamente, la necessità assoluta di modificare la norma (si veda la puntata di Ballarò del 4 novembre 2014 http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-9eb54ea4-bdb2-4bdd-8e7d-887f43f6c8e2.html#p=0, dal sesto minuto in poi).

Ma, alla fine, nulla è cambiato.

Anzi – ed era difficile – il sistema, dopo il doppio passaggio parlamentare, risulta addirittura peggiorato atteso che con un emendamento del relatore del disegno di legge, Senatore Giorgio Santini, poi inserito nel maxiemendamento presentato dal Governo, è stato introdotto il divieto di cumulo per l’accesso al nuovo regime. In pratica, le partite Iva con redditi da lavoro dipendente e assimilati prevalenti rispetto al reddito di lavoro autonomo saranno esclusi dal nuovo regime forfettario se la somma dei redditi totali (lavoro dipendente, assimilato e autonomo) supera i 20 mila euro.

Quindi porte chiuse a coloro (forse gli unici che ne avrebbero in teoria potuto trarre giovamento) che pensavano, usufruendo del nuovo regime, di poter “arrotondare” mediante un secondo “lavoretto”.

Scelta non comprensibile anche questa, perché certamente non si rinuncerà a opportunità di extraguadagno ma si continuerà a farlo, in nero.

Tutti gli emendamenti che cercavano di aggiustare il tiro sono stati ritenuti inammissibili o respinti.

Tra questi, ve ne erano anche un paio (n. 1.408 e 1.407) che recepivano la mia proposta di modificare il regime agevolato mediante un aumento della soglia per tutti a 45.000 euro e la previsione di tre aliquote crescenti in funzione del reddito (in calce troverete copia dell’emendamento 1.408).

Un sistema ragionevole che mirava alla crescita del paese e al recupero del sommerso.

Un sistema però probabilmente troppo giusto per essere ritenuto meritevole, non certo di accoglimento – nessuno si era illuso – ma nemmeno di approfondimento, atteso che è stato ritenuto subito inammissibile sulla base di una asserita mancanza di copertura finanziaria.

E quindi?

Beh, quindi benvenuto al nuovo regime dei minimi che entrerà in vigore dal 1° gennaio 2015.

Il nuovo regime, come ormai noto, prevede:

– soglie differenziate di accesso in base all’attività svolta (non più 30.000 uguale per tutti, come prevedeva il vecchio regime);

– base imponibile forfetizzata in base a codici di attività (e non più quale differenza tra costi  e ricavi come prevedeva il vecchio regime);

– imposta sostitutiva triplicata al 15% (e non più al 5% come prevedeva il vecchio regime).

Tutto in barba a fondamentali principi costituzionali.

Per quando riguarda le soglie (troverete il dettaglio in calce), ciò che soprende davvero è il fatto che per tutte le attività professionali (quindi anche per tutti i lavoratori autonomi di seconda generazione), per gli intermediari di commercio e per chi svolge attività di costruzione e immobiliare, la soglia massima di ricavi per poter entrare nel regime, pari a euro 15.000, sia rimasta immutata, dopo la doppia lettura parlamentare (lettura parlamentare si fa per dire), nonostante da tutti, ripetutamente, ritenuta “ridicola” .

Ciò, come già detto, comporta che il sistema sia di fatto inutilizzabile per la stragrande maggioranza dei potenziali interessati.

Non solo. Per chi riesce a restare sotto i 15.000 euro risulta molto più conveniente, in virtù delle detrazioni da lavoratore autonomo e della possibilità di dedurre i costi effettivamente sostenuti, aderire al regime ordinario.

Quindi il nuovo regime risulta non solo inutilizzabile ma sicuramente inutilizzato.

Facciamo un calcolo molto semplice ma che rende subito l’idea.

Prendiamo il caso di un professionista (coefficiente di reddività, secondo il nuovo regime, pari al 78%) con ricavi  pari a euro 10.000 e costi pari a euro 2000:

 Nuovo Regime dei Minimi

Reddito forfetizzato: pari a euro 7.800 (78% di 10.000)

Imposta sostitutiva: circa euro 1.100

Regime Ordinario

Reddito imponibile: pari a euro 8.000.00 (ricavi – costi)

IRPEF e addizionali: circa 800 euro

I numeri parlano da soli. Il regime ordinario comporta addirittura un risparmio di 300 euro (che per redditi così bassi non sono briciole).

Il sistema è chiaramente folle e chiaramente inutile atteso che lascia fuori tutti quei soggetti con ricavi superiori a euro 15.000 per i quali l’introduzione del vecchio regime dei minimi, in vigore fino al 31 dicembre 2014, si era rilevato davvero un grosso aiuto.

In sostanza, il nuovo regime, per i soggetti con ricavi inferiori a euro 15.000 non conviene, per i soggettti con ricavi superiori è inaccessibile. Applausi.

Tanto è vero che tutti i quotidiani stanno commentando le corse ad aprire la partita iva entro il mese corrente per poter così profittare, in virtù della norma transitoria contenuta nel testo della stabilità, del vecchio regime.

Infatti, il professionista che aprirà la partita iva dal 2015, a fronte di un reddito pari a euro 30.000 euro, sarà tassato con il regime ordinario (non potendo entrare nel nuovo regime per il superamento della soglia) con una tassazione pari a circa 7.000 euro rispetto a una tassazione di circa 1.500 euro che avrebbe avuto con il vecchio regime dei minimi (ecco perché chi sostiene che la pressione fiscale sia stata abbassata dice cose abbastanza lontane dalla realtà).

Ma anche qui bisogna stare attenti. Il percorso non è infatti del tutto privo di ostacoli atteso che un domani l’Amministrazione Finanziaria potrebbe sempre censurare tale condotta qualificandola come abusiva specie in mancanza di attività effettiva nell’ultimo mese dell’anno. (in sostanza l’Agenzia delle Entrate potrebbe dire: “mio caro tu hai aperto la partita iva a dicembre 2014 al solo esclusivo fine di non rientrare nel nuovo regime“).

L’amarezza è davvero tanta, soprattuto dopo aver letto da parte di coloro che l’avevano impacchettato, che il testo era tutto da riscrivere (tutti possiamo sbagliare, ci mancherebbe).

Si è creato e, cosa ancor più grave, mantenuto un sistema non solo inutile ma addirittura peggiorativo e che va esattamente nella direzione opposta rispetto alle esigenze di crescita del paese.

Ecco perché credo si tratti di una follia consapevole. Diversamente sarebbe ancor più grave perché vorrebbe dire avere dinnanzi la totale incompetenza.

Una riflessione in conclusione che forse abbiamo fatto un pò tutti.

Attesa l’asserita e ripetuta insussitenza di coperture finanziarie, non era forse il caso di essere un tantino più onesti e lasciare tutto com’era? O non si poteva rinunciare alla slide con la scritta “Aiuti per le piccole partite iva”?

Singolare modo di utilizzo del termine “aiuto”. Credo che la prossima volta molti italiani preferiranno non essere aiutati affatto.

 

 

TAG:
CAT: Lavoro autonomo, Legislazione, Liberi professionisti

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