Partite Iva, è meglio che il regime dei minimi non sia più appetibile

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29 Dicembre 2014

In questi giorni si è parlato molto di due novità relative al settore del lavoro autonomo, l’aumento dei contributi INPS determinato dalla riforma Fornero e la rimodulazione del Sistema dei Minimi. Le due novità sono distinte e qui intendo parlare solo della riforma del regime dei minimi che ha scatenato molte critiche per tutti visitate il sito di ACTA – associazione dei freelance. Secondo un calcolo fatto da Giorgio Infranca, molto critico verso le modifiche, il nuovo regime è meno incentivante rispetto al passato. La mia opinione è che proprio ciò sia complessivamente un bene. 

Vocabolario. Flessibilità, minori certezze sul posto di lavoro a fronte di una remunerazione congrua e proporzionale al rischio. Precarietà, si corrono gli stessi rischi del lavoro flessibile con una remunerazione inferiore.

Il Legislatore Italiano in materia di lavoro si è rivelato un pervertito. Ha generato la mostruosità di un mercato in cui a minori rischi per il Datore di Lavoro corrispondono maggiori benefici e a maggiori rischi per i Lavoratori corrispondono minori benefici. Tale mostruosità ha generato prevedibilmente la precarizzazione senza flessibilità, confermando che il male ha spesso origine nell’ottusità (H. Arendt) e nella stupidità (C. M. Cipolla).

Il Sistema dei Minimi si inserisce in questo quadro. Il Legislatore ha osservato che le attuali norme sul lavoro non hanno ottenuto i risultati previsti e dato che le imprese si ostinano a non assumere ha pensato bene di spingere i giovani a farsi impresa, introducendo delle agevolazioni per chi inizia (se la cosa vi rallegra chiamateli start upper e freelance). A fronte di un calo delle Partite Iva dal 2008 a oggi, “tra i giovani sotto i 35 anni solo nel 2012 le partite Iva sono aumentate dell’8%.”

A distanza di anni dal suo esordio il regime dei minimi non ha rivoluzionato il mercato del lavoro. Il numero delle Partite Iva è effettivamente cresciuto, ma la trappola della precarietà ne ha catturati la gran parte. Le ragioni sono come sempre molte. A mio avviso due aspetti sono stati sottovalutati: il fatto che per diventare imprenditori è necessario avere una certa attitudine imprenditoriale e un’idea imprenditoriale economicamente sostenibile.

Non metto in dubbio che del sistema dei minimi abbiano beneficiato tanti autentici imprenditori, start upper e freelance. È anche vero che molto probabilmente costoro avrebbero compiuto questa scelta anche senza questi benefici: insomma presentano le due caratteristiche suddette. Costoro hanno tutto il diritto di lamentare il peggioramento delle condizioni. Ma non si può dimenticare che simili agevolazioni sono state ideate con un obiettivo che non è stato raggiunto se la fascia della popolazione che deve goderne si ostina ad essere disoccupata per il 40 per cento.

Quello che a mio avviso è successo è che tali agevolazioni hanno distorto la percezione di molti al punto da indurli a compiere scelte che una volta esauritisi i vantaggi si sono rivelate economicamente insostenibili. In alcuni casi si è trattato di scelte autonome, gli individui razionali sono un mito da libri di economia.  In altri casi di scelte dettate dalle aziende che più o meno legittimamente hanno colto l’opportunità di scaricare sullo Stato alcuni costi del lavoro, perché hanno reso appetibili proposte di lavoro che senza i regimi dei minimi non lo sarebbero state affatto. Non possiamo escludere che molti, tra aziende e individui, abbiano scommesso che in qualche modo il regimi dei minimi si sarebbe perpetuato, visto che in Italia nulla è più duraturo del temporaneo. Soprattutto se si parla di lavoro.

Se il nuovo sistema dei minimi risulterà meno appetibile, molte persone decideranno di non aprire una partita Iva e molte aziende dovranno rivedere i loro piani di remunerazione. In questo modo avremmo meno persone che compiono scelte che si rivelano sbagliate e più aziende che si scervellano per generare un valore aggiunto più consistente. In fin dei conti questi dovrebbero essere gli obiettivi del Legislatore.

 

Post scriptum. Sì, anche un Legislatore che non brilla per intelligenza può partorire qualcosa di buono: si chiama eterogenesi dei fini.

TAG: Fornero, regime dei minimi
CAT: Lavoro autonomo, Precari

10 Commenti

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  1. giorgio-infranca 6 anni fa

    Caro Gianluca, la tua lettura è senza dubbio molto interessante e mi piace molto il fatto che tu abbia trovato qualcosa di positivo in una riforma pessima. Tieni però presente che c’è anche il mondo delle professioni intellettuali regolamentate. I giovani (e anche non giovani) professionisti iscritti agli albi, anche avendo spesso un unico committente, sono comunque costretti ad aprire la partita iva a causa delle incompatibilità con il lavoro dipendente.
    Per questi soggetti (che sono moltissimi) la tua visione positiva tentenna putroppo. Ciao e, avendo visto le tue origini, forza catania.

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  2. gianluca.greco 6 anni fa

    Grazie per l’apprezzamento.
    È naturale che la mia lettura tentenni su alcune fattispecie, com’è naturale che il regime dei minimi abbia finito per comprendere fattispecie nemmeno immaginate. Parlando di professioni ed albi. Non dimentichiamo però che per anni gli albi hanno rappresentato una barriera all’entrata che generava un sorta di oligopolio (molto allargato) e spesso tariffe salatissime. Se gli Albi hanno perso queste capacità protezionistica di valorizzazione e tutela e sono diventati un fattore di debolezza e di precarietà, non significa che bisogna demandare tutto al regime dei minimi, che aveva, a mio avviso, per scopo l’incentivare l’avviamento e non il sostegno di lungo periodo. Forse bisognerebbe chiedersi se gli iscritti agli albi sono troppi perché ci si riappropripri di quella capacità di valorizzazione. Ed in molti casi è così. Oppure chiedersi se non vada rivista radicalmente la legislazione sulle professioni. E per molte professioni sarebbe opportuno visto che il mondo è cambiato un po’ da quando vennero ideati gli albi. Il regime dei minimi è per molti una cura palliativa in attesa che qualcosa accada.

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  3. giorgio-infranca 6 anni fa

    Sulla necessità di una seria riforma delle professionisti sfondi una porta aperta! Ma quella è altra storia purtroppo. Cosí stando le cose il regime dei minimi per i giovani professionisti all’inizio della carriera (vedi
    i praticanti) ha dato un grosso aiuto. Ad ogni modo, vediamo che succede. Lieto del confronto, buona giornata, Giorgio

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    1. gianluca.greco 6 anni fa

      Il regimi dei minimi, vado a memoria, non credo sia nato per agevolare i praticanti delle professioni. Anche perché le Professioni regolate sono state per troppo tempo una zavorra per l’Italia piuttosto che una risorsa da coltivare. Se i Praticanti da sempre ( prima del regime dei minimi) accettano condizioni inique è perché hanno sempre sperato di entrare poi a far parte di un ceto sociale con tutti i vantaggi che ciò comporta. Pare che le ultime generazioni abbiano perso la scommessa. Perdonami se non riesco a vederne il lato tragico. Non sarà un commercialista in più a risollevare le sorti del nostro Paese :-)

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  4. pat 6 anni fa

    Ma quali pensi possano essere le soluzioni lavorative per tutti quelli che sono usciti dal mercato del lavoro? Le piva ad oggi restano un appiglio in attesa che il sistema si adegui : prima le persone provano ad ingegnarsi poi il sistema ahimè arriva – se arriva -. Ma così é davvero una super iniquità : tra piva con trattamenti differenziati e contratti flessibili che convivono con lavoratori garantiti credo che qualcosa debba davvero cambiare ma non nei termini prospettati con questo regime dei minimi secondo me . Grazie dello spazio.

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    1. gianluca.greco 6 anni fa

      Le soluzioni lavorative per quelli che sono usciti dal mercato del lavoro sono delle soluzioni economicamente sostenibili che non poggino unicamente sull’esistenza del regime dei minimi.

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  5. francesco-giartosio 6 anni fa

    Penso anche io che questa operazione di pulizia sia un’ottima cosa. Queste distorsioni, come far pagare il 5% di imposte agli autonomi e il 23% ai dipendenti, portano solo a fenomeni come le finte partite IVA. Tutti si camuffano da autonomi per pagare meno tasse (e ora che questo privilegio viene cancellato, strillano). Così come finora, a causa della convenienza sui contributi, gli artigiani si cammuffavano da professionisti, e ora che il pendolo va dall’altra parte sono i professionisti a volersi cammuffare da artigiani. Perché non facciamo che tutti pagano le stesse imposte e gli stessi contributi? Troppo facile? In ogni caso, se qualcuno deve essere agevolato penso che debbano essere gli artigiani e commercianti, che sono quelli che creano lavoro.

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  6. diego.terna 6 anni fa

    caro Gianluca
    ne avevamo parlato, brevemente.
    Faccio un esempio, molto parziale, ma che, a mio parere, potrebbe spiegare bene perchè il tuo ragionamento è, nonostante tutto, troppo raffinato per funzionare in Italia, dove esiste una regola precisa, nel tempo confermata alla morte: il limite verso il basso è inesistente.
    Supponi di esserti laureato in architettura una decina di anni fa. Cerchi un lavoro in uno studio, in qualsiasi parte di italia: non esiste ufficio che ti faccia un contratto da dipendente, neppure a tempo determinato. Esiste solo ritenuta d’acconto (fino a 5000 euro all’anno) e apertura partita iva. Si inizia generalmente con un tirocinio gratuito e poi ritenuta d’acconto. Allo sforamento del limite, apertura partita iva. Oppure nulla (non prendo in considerazione chi paga in nero. esistono).
    In quanto architetto ti iscrivi all’ordine e quindi ad inarcassa, che è sicuramente più conveniente dell’inps (attualmente 18.5% del reddito. una decina di anni fa era intorno al 14.5% se non ricordo male).
    allora apri partita iva e non perchè ti stai inventando una start-up (10 anni fa non si sapeva neppure che era, una startup) e nemmeno perchè vuoi fare il free lance: semplicemente l’alternativa è fra lavorare e non lavorare.
    Se sei un architetto, dieci anni fa, puoi aprire una partita iva normale o con un regime agevolato: non esistono minimi e la tassazione è molto più gravosa, rispetto a questo tipo di regime. Puoi anche avere un commercialista che non sa che esiste il regime agevolato e quindi ti apre una partita iva normale.
    Cosa c’è di positivo in tutto questo? Che l’inarcassa, per agevolare l’inizio dell’avventura imprenditoriale di un architetto, chiede, per tre anni (poi 5, ma solo più recentemente), un terzo dei contributi previdenziali. Che è una bella botta di soldi in più, in teoria, giusto nel momento in cui sono più gravosi i tuoi costi imprenditoriali (cioè quando apri uno studio, quando hai pochi clienti, le attrezzature e i software da acquistare, etc…).
    Questa agevolazione la passi direttamente allo studio che ti ha “assunto” perchè ti permette di chiedere meno soldi.
    Quando smetti di essere dipendente, tutte le agevolazioni possibili e immaginabili te le sei fumate.
    D’altronde inizi anche a capire perchè gli studi si comportano nella maniera che fino a poco tempo prima hai ritenuto, eufemisticamente, da stronzi: non hai alcuna sicurezza nei pagamenti e nessuna agevolazione per imprenditorialità iniziale. I clienti non pagano e quando pagano è solo dietro un sollecito continuo e questo accade anche quando hai un contratto in corso. La pubblica amministrazione è ancora peggio: un buco nero nel quale non riesci a sollecitare alcunchè, visto che ti rapporti, generalmente, con dei muri di gomma completamente disinteressati alle tue richieste.
    Non puoi quindi neanche pensare di assumere qualcuno, anche se, teoricamente, avresti un budget: quindi richiedi collaborazioni estemporanee e puntuali (alla faccia di chi vorrebbe far girare l’economia, no?).

    La conclusione: un architetto del 2004-2005 è sopravvissuto anche all’inesistenza del regime dei minimi. é stato stupido a piegarsi alla situazione? E’ stato ingenuo nel non scappare dall’Italia?
    Io non ho risposte, se non l’assioma detto prima: andrà peggio, sicuramente, ma non ci sarà soluzione, come quella che ipotizzi tu.

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    1. gianluca.greco 6 anni fa

      La tua descrizione del percorso tipo di un architetto all’esordio conferma quanto delineo, a beneficiare del regime dei minimi non sono i lavoratori ma le imprese, nel caso in questione gli Studi.
      Non so se molti si sono comportati da stupidi. Diciamo che da giovani si pecca di ottimismo e ingenuità. Diciamo che forse, e non parlo solo degli Architetti, sarebbe stato opportuno ribellarsi di più. Infine, non so se lo scenario che prefiguro si realizzerà. Penso però che il regime dei minimi piuttosto che incentivare all’azione abbia anestetizzato la capacità di reazione. Come nell’aneddoto della rana cinese se ci si scotta in fretta magari si ha la prontezza di saltare fuori dalla pentola, se invece si cuoce a fuoco lento non ci si accorge nemmeno di essere finiti in pentola.

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  7. andrea-bonessa 6 anni fa

    Assolutamente d’accordo con Gianluca, ma ancora di più dopo le considerazioni sull’architetto e i liberi professionisti. Talmente abituati a vivere in un mercato drogato, dove i “liberi professionisti” sono in numero esorbitante, protetti da un sistema ordinistico corporativo, non ci si rende conto che il giocattolo ormai non funziona più. I piccoli studi, il mondo degli autonomi, non può reggere. Il sistema di sfruttamento dei giovani laureati negli studi professionali è insostenibile e gisutificato solo in un paese dall’economia malata.
    Ben venga tutto ciò che non incentiva piccola impresa, lavoro autonomo, nanismo imprenditoriale e empirismo professionale.

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