La Lombardia è la capitale mondiale del coronavirus

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6 Marzo 2020

37 morti oggi in Lombardia per il coronavirus, 12 nel resto d’Italia, 55 nel resto del mondo.

Le Borse crollano e l’intero pianeta si preoccupa del contagio, ma è fra Codogno, Bergamo e Brescia il primato mondiale dei decessi.

Chiuso in casa la sera come tutti i milanesi, ho rispolverato il noioso romanzo di Don Lisander, in cui risplendono però i capitoli che emergono dalla coltre di bigottismo che ammorba il resto. Se al liceo destava più interesse la storia peccaminosa di Virginia de Leyva e del suo amante, adesso non si può resistere ai capitoli sulla peste a Milano, con la precisa narrazione delle scelte di salute pubblica che arrivavano sempre troppo tardi, fra l’ironia degli scettici.

Abito vicino a quello che era il lazzaretto, il mio medico è a 30 metri dalla chiesa di San Carlo che ne segna il centro, mentre intorno i cento ristoranti di tutte le cucine sono vuoti e la sera è in  completo letargo il quartiere arcobaleno, creatura  recente e anacronistica, nata quando ovunque nel mondo civile l’autoghettizzazione degli omosessuali sta scomparendo perché non è più necessaria.

Dopo un’iniziale crollo del traffico ora le auto sono tante quanto prima, anche se sembra che tutti facciano lo smart working, che come il derby e il ticket nessun anglosassone sa che cosa sia. Ho abbastanza anni da ricordare quando Milano era una città di fabbriche e ora si pensa che lo smart working sia la panacea per tutti, perché nessuno pensa che esistano ancora operai, per i quali nessuno ha ancora inventato lo smart working.

La metropoli è stata finora risparmiata da contagi e morti in massa, si può camminare da via Vittorio Veneto, passare la chiesetta di San Carlo e arrivare a via San Gregorio, rifacendo il percorso di chi entrava vivo dalla porta del lazzaretto vicino alle mura e usciva da quella opposta, per essere scaricato nelle fosse comuni, dove adesso ci sono i giardinetti di via Benedetto Marcello, sotto ai quali ci sono probabilmente ancora le ossa delle centinaia, migliaia di milanesi che morivano ogni giorno durante l’epidemia di peste.

Nel confronto globale i numeri sono impietosi, ma i 37 morti di oggi su una popolazione regionale di 10 milioni di abitanti sono considerati un’inezia e poi si tratta in gran parte di “anziani con condizioni di comorbidità pregresse”, no? Tuttavia anche il cinico non può non notare il triste e negativo primato planetario della Lombardia.

I contagi in Germania e in Francia crescono rapidamente, come se la cosa potesse dar sollievo all’orgoglio sovranista, tutte le linee aeree del mondo sono costrette a mettere a terra parte della flotta, in Iran il numero dei nuovi casi sta esplodendo, ma guardiamo in faccia la realtà, il contagio in Lombardia sarà arrivato per sfortuna, ma le misure di prevenzione sono state rozze e insufficienti. Nemmeno i medici di base hanno mascherine adeguate, quelle che in Cina e a Hong Kong portano tutti, riuscendo così a far piegare verso il basso i grafici che ci raccontano di nuovi casi e nuovi morti.

È stata rara idiozia vietare l’arrivo di voli diretti dalla Cina, lasciando però chiunque libero di arrivare in qualunque altro modo. È stato imprudente non controllare negli aeroporti la temperatura di chi partiva, per evitare di esportare il contagio ed essere additati come untori d’Europa.

Come d’abitudine il lombardo ubbidisce alle (blande) regole imposte, senza convinzione però. Il “governatore” Fontana è stato sbeffeggiato per essersi fatto intervistare con una blanda mascherina da dentista, sono fioriti slogan ridicoli come #milanononsiferma. Il sindaco Sala, che non ha capito una fava della situazione e ha pensato innanzitutto a mostrare di non essere “razzista” contro i Cinesi, è sparito per un po’ e ora torna con aria seriosa dicendo che Milano ce la farà. Ma ce la farà come, senza le stesse rigide misure di prevenzione del contagio che hanno mostrato di funzionare in Cina? È pur vero che là, dopo l’epidemia di SARS del 2003, erano molto più pronti a intervenire, ma qui si cerca di evitare di fare sul serio, per esempio si parla da giorni di estendere la zona rossa, senza arrivare a decidere nulla.

I Cinesi, ah, i Cinesi. A parte i riparatori di telefonini, tablet e PC, indispensabili strumenti dello smart working, la comunità cinese sembra scomparsa. Ristoranti chiusi, centri massaggi chiusi, sartorie chiuse. Perché? Perché non vogliono rischiare di diventare vittime di un pogrom, se la situazione sanitaria dovesse sfuggire di mano. Tutti sanno che oggi a infettare i lombardi sono gli stessi lombardi, magari al bar di paese al tavolo della briscola, non i Cinesi che sono diventati invisibili, anzi li si nota in strada, perché il 90% di chi indossa una mascherina ha gli occhi a mandorla.

Dopo essersi baloccati sul supposto razzismo di non far andare a scuola i bambini di ritorno dalla Cina, dopo aver chiuso la zona di Codogno perché tutto sommato era piccola, ma aver rifiutato di fare la stessa cosa alla periferia di Bergamo, mentre non si può giurare che la situazione non stia sfuggendo di mano, sarebbe ora di proclamare che #lalombardiasiferma per due o tre settimane, come Wuhan, per seppellire il virus definitivamente. Prima che sia troppo tardi.

 

TAG: Cinesi a Milano, coronavirus, lombardia, milano
CAT: Milano, Sanità

Un commento

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  1. evoque 7 mesi fa

    Il noioso romanzo di Don Lisànder? E’ vero che tutti i gusti son gusti, ma non apprezzare la bellezza linguistica descrittiva indagatrice dell’animo umano e altro di quell’opera forse significa semplicemente non avere o avere poco gusto. Poi mi domando che competenze lei abbia per giudicare l’efficacia o no delle misure adottate. Infine le faccio notare una sua inesattezza, lei sostiene che bloccare i voli da e per la Cina – l’Italia è stato il primo paese a farlo – non è servito a niente perché nel contempo non sono stati effettuati controlli su chi entrava nel nostro paese con altri voli. Beh, se va sul sito del ministero della salute scopre che, dal 5 febbraio, a chiunque arrivava in Italia con voli europei ed extraeuropei veniva controllata la temperatura. Infine, pare certo – i virologi concordano – che il paziente che poi ha infettato gli altri sia entrato in Italia ben prima del 30 gennaio data del blocco dei voli.

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