A Brescia non parlate di Eroi. Brevi note dall’epicentro

28 Marzo 2020

Dichiaro subito il mio coinvolgimento, perché la foto di copertina ritrae mia figlia, vent’anni e studente di Medicina al secondo anno fotografata non in ospedale ma su una ambulanza del 118, milite soccorritore nelle fila della Croce Bianca di Brescia, fondata dagli zanardelliani centotrenta anni orsono e da sempre al centro della pietas cittadina nelle guerre nelle pestilenze e nelle sofferenze di ogni giorno: una storia potente da portare sulle spalle. È un eroe? No, è un milite come centinaia di volontari nella sua e in altre associazioni. E non lo sono, eroi, i medici, non lo sono gli infermieri. E per ognuno di loro c’è una famiglia silenziosamente solidale, che comprende la vocazione al servire o familiari che guardano e commentano preoccupati per lui o per lei e per se stessi.

Non credo che fuori da qui o fuori da Bergamo ci sia una esatta percezione dei sentimenti che viviamo, nemmeno nella grande Milano che assiste annoiata a una cosa che costringe a casa ma che le pare lontana, in un Oriente lombardo da Hic Sunt Leones. Vedete, un terremoto o una alluvione sono sciagure che emozionano, accadimenti imprevedibili e senza causa che riescono ad avere un sentire partecipato perché si può andare sul posto ad aiutare, a spalare, a offrire solidarietà. Sono movimenti sociali numericamente importanti che si trasformano in una fisica comunione tra soccorritore e soccorso. Qui no, la pestilenza si porta dietro qualcosa di maledetto, come se fosse in qualche modo una colpa in una visione ancestrale dell’evento. E una solitudine perché di fronte al morbo sei solo e le disposizioni sono emesse per farti stare solo e chi ti aiuta non ha uno sguardo perché celato dalla mascherina. Nessuno fuori di qui avrà mai la percezione di ciò che si prova quando una chat improvvisamente si silenzia perché se qualcuno non scriverà più ce lo si comunica riservatamente in due e non davanti agli altri. Il “come stai” che compare sugli schermi non è un banale inizio ma il segno un po’ ansioso di una solidale preoccupazione. Il “come stai oggi” non lo vorresti scrivere mai a un amico perché rifiuti l’idea che gli sia capitato, ieri eravate insieme. Ogni giorno un nome, poi un altro, poi una famiglia una di qua e una della provincia, una in quel paese e un’altra nella casa a fianco senza una logica o un perché e via a ricostruire la storia dei contatti per mettersi quasi sgradevolmente al riparo ma anche per ricordare che sì, ci si poteva anche vedere di più. E poi i consigli, le paure, il pratico realismo che censura senza fiducia e con sarcastico distacco i numeri regionali e nazionali recitati al tramonto in televisione dietro finte mascherine; litanie senza senso perché lo sai benissimo che i tamponi qui  non li hanno fatti; che nessuno sa più di quanto sai tu che almeno sai chi sta male; che i medici curano senza sapere quale malattia hanno davanti e a volte non sanno nemmeno del malato perché, nascosto in casa, si tachipirinizza da solo senza dire nulla fino a quando una ambulanza lo viene a prendere d’urgenza perché è andato oltre il suo momento opportuno per il ricovero. E chi sta bene e non tossisce guarda ogni mattina sfangata i suoi familiari, impotente perché a parte la rigida consegna non sa se potrà proteggerli dal male; poi guarda le statistiche sulle età e chiama subito i genitori barricati in un’altra casa solo per sentire la loro voce. Una voce che si spegne senza preavviso e senza possibilità di una visita nelle decine di residenze per anziani che ogni paesotto o cittadina ha realizzato per assistere dignitosamente chi perde autonomia, residenze per le quali hai fatto la fila e magari hai pure provato a spintonare per avere un posto, un ricovero e che oggi sono diventate degli autentici falò delle esistenze, non solo dei focolai del morbo.
E, ancora, in mezzo a queste preoccupazioni non tutti hanno un conto corrente di lungo respiro, nemmeno nella ricca Brescia, abituati a vivere di reddito quotidiano e non di rendita: viva è la preoccupazione non sul domani, che c’era da un decennio, ma quella dell’oggi, sul come barcamenarsi la settimana prossima senza una rete di sicurezza che non sia la solidarietà familiare, altro che reddito di cittadinanza e quota 100. Tutte insicurezze che si fanno strada nell’animo e nel fisico, private, inconfessabili.

La città che nel Marzo ma del Milleottocentoquarantanove stava combattendo per Dieci Giornate l’austriaco oppressore oggi reagisce con la mediocritas silenziosa e determinata del carattere del suo genius loci, per sua sfortuna troppo convinta di far da sé senza aspettarsi nulla da un Ente Regionale sentito estraneo, spesso avversario, da sempre avaro a Oriente quanto prodigo a Settentrione. Una città che era orgogliosa anche della sua sanità e che oggi è orgogliosa più dei suoi medici, che non sono professori distanti perché almeno uno lo conosci come ricordi pure i visi di infermieri e infermiere, i reparti degli ospedali che hai visitato o frequentato. Senti i rumori nel silenzio, solo continue senza sosta le ambulanze con la sirena, le campane della città dalle mille campane che ancora provano, il lugubre schioccare dell’aria al passaggio degli elicotteri, quello dell’elisoccorso giallo che vola dritto come un fuso sulla rotta degli Spedali Civili che dal 1480 accolgono i bresciani. O quelli lugubri e inquietanti di Polizia e Carabinieri che ogni mattina fanno la ronda opprimenti e bassi nel cielo per intimorire i rari passanti. Non una voce in giro. E quando guardi il giornale o la fotografia di un ospedale in testa risuona il rumore freddo e ritmato degli apparecchi salvavita che rompe il silenzio delle sale della Intensiva, i beep e gli sbuffi, gli allarmi che tante volte hai cercato di interpretare a sopracciglia sollevate e sguardo interrogativo magari a fianco del letto del parente ricoverato.

È un pessimo servizio per loro definire i soccorritori, gli infermieri o i medici come eroi perché da un eroe ci si attende sempre l’estremo sacrificio rispetto a una patria che li tradisce, una patria impotente, una patria inadeguata alla grandezza del gesto. Facendo così non c’è limite al chiedere: sono in servizio a mani nude? Che eroi! Avanti così! Sono infettati? Che eroi, sempre di fianco ai pazienti! Bravissimi, speriamo resistano ancora qualche giorno senza protezioni individuali. Ma nessuno si sente tradito: arrabbiato sì, per gli errori evidenti ma non tradito perché ancora si fa conto sulle proprie forze e i medici motivano con energia altri medici tra scariche di adrenalina e niente tempo per le umane delusioni. Non ci servono eroi così, non abbiamo bisogno delle Termopili a Brescia per sapere la qualità civile dei suoi cittadini.

Chi alla fine vorrà riguardare la fotografia in copertina e magari ne sa qualcosa riconoscerà invece un camice di qualità, una mascherina adeguata, occhiali guanti e cuffie adatti, tutti di un livello di sicurezza superiore a quello indicato dalla Regione attraverso Areu e non forniti dalla Regione. È l’orgoglio di Croce Bianca l’avere qualcosa di più per i volontari e per i bresciani da assistere , i DPI  arrivano da mezzo mondo dopo una determinata e durissima ricerca fuori dai canali ufficiali, scippati alla concorrenza internazionale, perché si è volontari ma sempre imprenditori, tra mille notizie e spifferi e voci qualche volta disinteressate e generose, molto spesso no. Protezioni gettate con la stanchezza nel bidone dei rifiuti speciali dopo ogni servizio, acquistate grazie ai contributi che i bresciani chiusi in casa e le loro aziende hanno donato alla associazione mentre altri bresciani facevano uscire pasti e dolci dai loro ristoranti per sostenere con entusiasmo i “loro” volontari.
Ecco, io non credo che da fuori si possa comprendere questo incredibile stato d’animo, la sorprendente tragicità degli eventi che si susseguono ma non travolgono e la splendente bellezza degli animi di chi fa a gara per aiutare facendo dimenticare ogni umano difetto; a dire il vero non c’è nemmeno la pretesa che lo si capisca o la voglia di raccontarlo, non sta nel carattere nostro o bergamasco. Non c’è la pretesa di qualcuno di essere migliori, c’è la convinzione di non arrendersi e di saper fare le cose, c’è una storia potente alle spalle che inconsapevolmente spinge a cercare il risultato. E c’è la fortuna di vivere qui. Come urla, più forte della sirena, il motto della Croce Bianca: “Brixiana mente succurrit”. Senza fermarsi ad aspettare una mascherina.

TAG: coronavirus
CAT: Neuroscienze, Scienze sociali

2 Commenti

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  1. davidegiacalone 6 mesi fa

    Bravo

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  2. davidegiacalone 6 mesi fa

    Bravo

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