Le Pmi dei distretti industriali hanno recuperato fatturato e margini pre-crisi

16 Marzo 2017

«Serve una politica di investimento, che si rivolga anche al Sud Italia, grande risorsa per il nostro Paese. Se non lavoriamo sulla riduzione del debito però, con programmi pluriennali, difficilmente il Pil crescerà e non riusciremo a risolvere il grosso problema della disoccupazione». Con queste parole, Carlo Messina, consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, ha chiuso la presentazione del Nono Rapporto annuale sull’economia e finanza dei distretti industriali 2016, che evidenzia come i distretti siano “luogo privilegiato per la diffusione e l’adozione di comportamenti complessi e catalizzatori di innovazione tecnologica, organizzativa e di mercato”.

Lo studio – illustrato dal capo-economista della banca Gregorio De Felice e dal responsabile della ricerca Industry & Banking Fabrizio Guelpa – ha analizzato i bilanci aziendali degli ultimi otto anni (2008-15) di quasi 15mila imprese appartenenti a 149 distretti industriali e di 45mila imprese non distrettuali attive negli stessi settori di specializzazione.

Il risultato parla chiaro, del resto. Nel biennio 2015-16 i distretti industriali hanno ottenuto buoni risultati con una crescita cumulata del fatturato è stata pari al +1,4%, mentre il margine Ebitda è salito al 7,6% nel 2016 dal 7,2% del 2014. Fatturato e margini unitari sono ormai su livelli superiori a quelli pre-crisi. Al contrario, nelle aree non distrettuali il divario è ancora significativo.  Eccellenti sono i risultati di alcuni distretti, in particolare del prosecco di Conegliano-Valdobbiadene, l’occhialeria di Belluno, i salumi di Parma, i vini dei colli fiorentini e senesi.

Nei distretti è più alta anche la quota di export (38,1% a differenza del 27,8% registrato per i non distretti), è più intensa la presenza all’estero con partecipate e c’è un maggior impegno proprio sul fronte innovazione (53 brevetti ogni 110 imprese contro i 4° dei non distretti), senza contare che sono in grado di attirare anche il crescente interesse delle multinazionali e di spingere le stesse capofila distrettuali a riportare in Italia produzioni un tempo delocalizzate.

Quasi la metà delle imprese meccaniche distrettuali, peraltro, già produce macchinari 4.0 e nel sistema moda il 70% delle imprese è attiva nell’e-commerce. Dati che fanno sperare in un’accelerazione della crescita (+4,3% cumulato) trainata dai mercati esteri e sostenuta dalla domanda interna con un maggior ruolo per i beni di investimento. La sfida del digitale però può essere vinta solo attraverso un’accelerazione degli investimenti, perché il ritardo nell’adozione delle nuove tecnologie da parte del tessuto produttivo italiano e distrettuale italiano c’è e deve essere assolutamente superato.

A margine dell’incontro non poteva ovviamente mancare qualche battuta sui temi caldi del momento. «Il Sole 24 Ore?Come ho già detto, noi siamo creditori – ha risposto Messina –. Non è un nostro obiettivo essere azionisti. Siamo 100mila persone e uno sbaglio ci può essere. Valuteremo il piano dell’azienda e qual è il modo per recuperare il nostro credito o perdere il meno possibile. Scopo principale della banca non è avere equity in operatori diversi dal settore bancario. Bisogna fare di tutto affinché il Sole vada avanti». Ma il consigliere delegato spende parole anche per l’ILVA, «un’azienda, che abbiamo consentito che non fallisse, e che ha la prospettiva di tornare ad essere leader nel Paese», perché averne ridotto la produzione ha ridotto il Pil dell’Italia.

Nella foto di copertina, Carlo Messina, consigliere delegato di Intesa Sanpaolo

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CAT: PMI

Un commento

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  1. tom-joad 3 anni fa

    Carlo Messina dice che difficilmente il PIL crescerà se non ci sarà una riduzione del debito. Questa affermazione è un controsenso. Se non si investe (= aumento di debito) come si fa a crescere?

    Poi volevo chiedere all’autrice dell’articolo da cosa dipende la crescita del margine EBITDA delle imprese nei distretti industriali. Mi sembra di capire che l’aumento di fatturato e il miglioramento dei margini derivi da maggior export. Sarebbe interessante sapere in quale misura, visto che non è che sia poi una cosa così positiva l’export se a rimetterci è il mercato interno.

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