Enti locali

L’arte dell’ascolto e la democrazia generativa: la lezione di Nantes nel nuovo libro di Marianella Sclavi

Quando politica, tecnica e cittadinanza smettono di parlarsi, i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ma cosa accade quando imparano davvero ad ascoltarsi?

21 Settembre 2026

Di che cosa parliamo quando parliamo di politica e partecipazione?

Il nuovo volume di Marianella Sclavi offre un’immersione salutare e rigenerante (densissima a tratti vulcanica, come la materia viva di cui si occupa) nelle dinamiche della democrazia deliberativa e dell’azione pubblica, prendendo le mosse dall’esperienza francese (a Nantes in particolare ma non solo) e da un gruppo di persone del partito socialista francese e dintorni che avevano, negli anni della loro formazione, avuto a che fare con le idee e le pratiche della teologia della liberazione.

Il cuore concettuale dell’opera si fonda su un’evidenza semplice quanto rivoluzionaria: l’ascolto reciproco, quando posto concretamente alla base delle decisioni pubbliche “illumina gli occhi, attiva i neuroni e apre il cuore”.

Si parla soprattutto del metodo con cui i contenuti delle politiche vengono ideati, costruiti, trattati, implementati e messi a terra. Un metodo partecipativo e deliberativo che si coltiva intenzionalmente dando autonomia e parola (ossia potere) a cittadini e gruppi destinatari delle politiche.

Un metodo che parte dal presupposto che “quando qualcuno dissente da te, non cercare di spiegargli che ha torto, cerca di capire in che senso ha ragione. Non serve a nulla avere ragione da soli”.

Quindi il ruolo delle istituzioni e delle politiche è pensato concretamente come strumento per coinvolgere indagando, abilitando e promuovendo “intelligenza collettiva”.

Come riporta la sinossi dell’opera: “quando politica, tecnica e cittadinanza smettono di parlarsi, i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ma cosa accade quando imparano davvero ad ascoltarsi? Il volume racconta una storia controcorrente: quella di Nantes, città-laboratorio in cui il dialogo fra cittadini, professionisti ed eletti è diventato metodo di governo. Marianella Sclavi ci accompagna in un’indagine storico-etnografica e insieme militante, che ricostruisce le “radici molteplici” di una democrazia capace di apprendere dai conflitti invece di soffocarli. Attraverso ritratti di protagonisti, esperienze urbane, pratiche istituzionali e quindici “ricette” di democrazia deliberativa, emerge un’idea forte: senza il sapere d’uso delle persone comuni, il sapere tecnico e il potere decisionale della politica restano monchi”.

Un ponte tra teoria e prassi sul campo

Per chi come me attraversa la città da decenni, muovendosi nei quartieri e tra i “piani alti” e “bassi” dell’amministrazione, la lettura di questo testo riecheggia come una straordinaria aderenza all’esperienza. Vi si ritrovano a specchio con altre storie parole, volti, delusioni e fiammanti entusiasmi, unitamente alla possibilità di provare a sciogliere nodi complessi.

Come pensavo già nel 2017 a proposito del lavoro d’intreccio comunitario a Milano c’è la forza delle “molte fibre che si sovrappongono dando robustezza al filo” (la celebre metafora di Ludwig Wittgenstein) per me descrive perfettamente la sostanza dei processi urbani: la robustezza di un filo infatti non è data da una singola fibra che corre per tutta la sua lunghezza, ma dal continuo sovrapporsi di molte fibre l’una sull’altra. In questo senso è bello accorgersi che certe azioni concertate e co-costruite a più livelli e più attori “possono essere un buon cocktail”.

È quanto emerge nitidamente nelle reti locali di contesti complessi e differenti come il quartiere di edilizia residenziale pubblica di San Siro o la realtà ad alta densità d’iniziativa privata di Via Padova a Milano. In questi territori, la sociologia metropolitana del quotidiano si fa materia viva tra abitanti, gruppi informali, funzionari e politici in un andirivieni continuo con le politiche pubbliche per non scadere nella frustrazione o nella fuga dall’impegno civico. La scommessa di Nantes per me dialoga direttamente con questa idea di tessitura sociale e di generatività, dimostrando che la tenuta democratica nasce proprio dalla stratificazione di relazioni, patti di cittadinanza e micro-esperienze condivise.

Marianella Sclavi infatti ci invita ad adottare un vero e proprio “approccio da bricoleur” per:

  • ampliare gli stili di ragionamento; superare le rigidità ideologiche e i dogmi per aprire il ventaglio delle possibilità pratiche.
  • moltiplicare gli sguardi; attivare gruppi di cittadini capaci di agire di volta in volta come osservatori, archeologi, storici dell’arte, cinefili, scrittori e sentinelle del territorio.
  • unire valori e processi; coniugare obiettivi ideali e analisi pragmatica di dinamiche, paradossi e articolazione degli interessi reali.

Oltre la retorica partecipativa: il sapere artigianale

Uno dei punti di maggior contatto tra la lezione della Sclavi e la prassi del lavoro di comunità è il superamento della semplice “retorica partecipativa”. Partecipare non è una panacea neutra, ma un percorso artigianale che richiede di “sporcarsi le mani” nei processi di piccola scala. Non servono specialisti con risposte preconfezionate prêt-à-porter, bensì figure capaci di facilitazione, gestione del conflitto e ascolto attivo.

Attraverso la disamina di molteplici ambiti d’intervento – dall’inclusione sociale alla cultura, dall’urbanistica al contrasto alla segregazione fino alla mobilità -, l’autrice esplora concetti e strumenti cruciali per chi opera nei territori (che non sono mai uno uguale all’altro!):

  • il “diritto di seguito” e i “documenti sapienziali”;
  • la rilettura dell’efficacia delle politiche nell’intersezione tra approcci top-down e bottom-up, coniugando territorializzazione, contrattualizzazione, trasversalità e centralità degli abitanti intorno alla gestione del progetto di ogni politica ed intervento significativo.

In un’epoca segnata da un’impostazione ideologica vuota all’insegna di posizionamenti temporanei i fallimenti politici sono spesso imputati, tanto a destra quanto a sinistra come al centro ai famigerati “errori di comunicazione”.  Invece troppo spesso si prescinde dal merito e dal metodo delle politiche e in questo senso l’”Elogio dei tre saperi” si presenta come un canovaccio teatrale per partire dai valori e dotarsi di strumenti e stili adeguati di ascolto e cura (artigianale e creativa) delle politiche.
È un libro intriso di una rara passione civile, che invita a “spaccarsi la testa” sulla complessità piuttosto che rifugiarsi nel rancore o in facili scorciatoie.

 

 

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.