Governo

La legge elettorale: l’unica riforma che interessa sempre ai politici

A ogni elezione la politica italiana tenta di riscrivere le regole per conservare il potere. Una vera riforma dovrebbe invece restituire la scelta ai cittadini, favorire la partecipazione e far emergere i candidati più competenti.

14 Settembre 2026

La politica torna sempre alle proprie regole

Ogni volta che si avvicinano le elezioni, la politica italiana riscopre improvvisamente l’urgenza di modificare la legge elettorale. Cambiano le maggioranze, i partiti e le formule proposte, ma il meccanismo rimane sostanzialmente identico: chi possiede il potere cerca di riscrivere le regole della competizione prima di tornare davanti agli elettori.

Anche nel 2026, in vista delle elezioni previste nel 2027, il Parlamento sta discutendo una riforma che modifica il sistema vigente, introduce un impianto proporzionale e prevede un premio di maggioranza. I promotori parlano di stabilità e governabilità; le opposizioni denunciano invece una legge costruita per favorire l’attuale maggioranza. È un copione che l’Italia ha già visto molte volte.

Una storia di leggi con il nome dei politici

Mattarellum, Porcellum, Italicum, Rosatellum e ora nuove formule dai nomi più o meno fantasiosi. Il semplice fatto che le leggi elettorali vengano identificate con il nome dei loro promotori rivela una concezione proprietaria delle regole democratiche. In una democrazia matura, il sistema elettorale dovrebbe costituire un’infrastruttura stabile, comprensibile e condivisa. In Italia viene invece trattato come uno strumento tattico da adattare ai sondaggi e alle convenienze del momento.

Naturalmente, nessuna legge elettorale è neutrale. Ogni sistema deve trovare un equilibrio tra rappresentanza e governabilità. Ma proprio perché determina chi entra in Parlamento e chi governa, non dovrebbe essere modificato unilateralmente da coloro che ne trarranno un vantaggio diretto.

Il conflitto d’interessi della politica

Quando i politici decidono le regole attraverso le quali saranno rieletti, esiste un evidente conflitto d’interessi. È come se i partecipanti a una partita potessero ridisegnare il campo, spostare le porte e modificare il punteggio dopo aver studiato le caratteristiche degli avversari.

L’attenzione ossessiva verso soglie, collegi, premi e coalizioni mostra quali siano spesso le vere priorità dei partiti: assicurarsi un posto nella partita, evitare di essere cancellati dalle successive elezioni e massimizzare il numero dei seggi. Non si discute della legge elettorale perché improvvisamente si è scoperta una passione per la qualità della democrazia. Se ne discute perché il modo in cui vengono trasformati i voti in seggi può decidere la sopravvivenza di una classe politica.

Le vere priorità rimangono fuori

Mentre settimane di dibattito e attenzione mediatica vengono dedicate alle convenienze elettorali, i problemi dei cittadini restano gli stessi. Salari insufficienti, precarietà, difficoltà di accesso al credito, scarsi finanziamenti alla ricerca, bassa produttività, servizi pubblici fragili e ostacoli amministrativi per imprese e lavoratori autonomi ricevono raramente la stessa attenzione.

La distanza tra politica e società emerge proprio da questa sproporzione. Per un cittadino è urgente riuscire a pagare un affitto, ottenere un mutuo, trovare un lavoro stabile o avviare un’impresa. Per molti partiti sembra invece urgente stabilire se il premio di maggioranza debba scattare al 40 o al 42% e quale formula garantisca più seggi alla propria coalizione.

Una riforma democratica sarebbe un’altra cosa

Una vera riforma elettorale dovrebbe partire dai cittadini. Dovrebbe chiedersi come restituire loro la possibilità di scegliere direttamente i propri rappresentanti, rendere trasparenti le competenze e i percorsi dei candidati e rafforzare la responsabilità degli eletti nei confronti del territorio. Oggi, invece, troppo spesso sono le segreterie dei partiti a decidere chi possa realmente entrare in Parlamento e in quale posizione.

Si potrebbe introdurre, per esempio, un curriculum pubblico, sintetico e comparabile per ogni candidato, contenente esperienze professionali, competenze, eventuali incarichi precedenti, risultati raggiunti, conflitti d’interesse e posizioni sui principali temi. Non per riservare la politica a chi possiede determinati titoli, ma per permettere agli elettori di compiere una scelta informata. La democrazia non dovrebbe ridursi a votare il candidato più simpatico, più visibile sui social network o maggiormente promosso dal partito.

Una riforma autentica dovrebbe inoltre rafforzare gli strumenti di democrazia diretta e partecipativa: referendum più accessibili, assemblee civiche, consultazioni pubbliche, piattaforme digitali trasparenti e meccanismi attraverso i quali i cittadini possano intervenire anche tra un’elezione e l’altra. Le persone con esperienze specifiche potrebbero essere coinvolte nelle decisioni riguardanti i rispettivi settori, affiancando alla rappresentanza politica forme strutturate di partecipazione e competenza.

Una democrazia del XXI secolo, realmente proiettata verso il futuro, dovrebbe valorizzare le competenze nella selezione dei propri rappresentanti. Il sistema dovrebbe mettere i cittadini nelle condizioni di riconoscere e scegliere le persone più preparate, anziché favorire chi urla più forte, comunica meglio o gode di maggiore visibilità. Naturalmente, la democrazia non può trasformarsi in una tecnocrazia nella quale soltanto gli esperti hanno diritto di parola. Ma uguaglianza del voto non significa rinunciare all’informazione, alla conoscenza e alla valutazione del merito. Significa mettere tutti nelle condizioni di conoscere meglio coloro che chiedono di rappresentarli e di comprendere le conseguenze delle diverse scelte.

Preferenze, primarie regolamentate, voto diretto, trasparenza dei candidati, educazione civica e partecipazione continua potrebbero avvicinare concretamente i cittadini alle istituzioni. Eppure, questi temi sembrano interessare alla politica molto meno delle soglie di sbarramento, dei premi di maggioranza e della distribuzione dei collegi. Perché una riforma che attribuisce più potere ai cittadini riduce inevitabilmente quello delle segreterie. Riscrivere la formula con cui distribuire i seggi, invece, permette ai partiti di continuare a spartirsi la stessa torta.

Le regole non appartengono a chi governa

La legge elettorale non dovrebbe appartenere né alla maggioranza né all’opposizione. Dovrebbe essere approvata attraverso un confronto ampio, con regole valide non per la successiva elezione, ma almeno per quella seguente. In questo modo chi la scrive non conoscerebbe con certezza la propria convenienza politica immediata.

Continuare a modificare il sistema a ridosso del voto trasmette invece un messaggio devastante: la priorità della politica non è risolvere i problemi del Paese, ma preservare se stessa. I cittadini lo hanno ormai compreso. Ogni nuova operazione di ingegneria elettorale rafforza la sfiducia e alimenta l’astensionismo.

La democrazia ha bisogno di regole, ma soprattutto di credibilità. E non esiste credibilità quando chi partecipa alla competizione pretende, ogni volta, di riscriverne le regole per assicurarsi di rimanere in gioco.

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