Partiti e politici
Il campo minato
I rischi che il campo largo deve evitare se non vuole diventare un campo minato
16 Settembre 2026
Il cosiddetto Campo Largo rischia di perdere prima ancora di giocare.
Non per mancanza di voti, ma per come appare.
A molti elettori di centro-sinistra, oggi, infatti, non appare come un progetto, ma come un campo minato.
Il primo rischio è quello più visibile a tutti: il Campo Largo non litiga sui programmi, litiga su se stesso. Chi ne fa parte, chi no, chi è alleato e chi è tollerato.
Ogni settimana un veto, un distinguo, una polemica identitaria. Renzi sì, Renzi no. Calenda dentro, Calenda fuori. Conte con Schlein, Conte contro Schlein. 5 Stelle alleati strategici o zavorra populista.
Per un elettore di sinistra che deve tornare a votare dopo anni di astensione o di voto espresso turandosi il naso, questo è devastante.
Non vede una coalizione che governerà il Paese. Vede un condominio dove tutti litigano per le scale prima ancora di aver comprato l’appartamento.
La destra, in questo, è maestra di marketing: possono esserci divergenze enormi tra Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, ma quelle divergenze fino al voto resteranno in cantina. Il centrosinistra, invece, quelle divergenze le porta in piazza.
E quei conflitti così facilmente esibiti rischiano di apparire espressione di incompetenza più che espressione di democrazia.
Secondo rischio: il cortocircuito tra ceto politico e base.
Su tre dossier il Campo Largo rischia di apparire distante dalla sua base:
– Sicurezza e immigrazione: se il dibattito interno si riduce a “accoglienza vs. respingimenti”, il potenziale elettore di centro-sinistra delle periferie, quello che prende i mezzi e vive l’insicurezza reale, non si sente rappresentato. Vuole una sinistra che sia umana ma non ingenua. Se non la vede, non vota a destra: resta a casa.
– Lavoro e transizione green: la sinistra non può parlare solo a chi ha già la Tesla e il lavoro a tempo indeterminato. Se la transizione ecologica viene raccontata solo come divieto, ZTL, sacrificio, senza un piano credibile per salari, affitti e bollette, l’operaio, l’artigiano, il precario vedono il Campo Largo come un club radical-chic.
-Politica estera e guerre: Qui si gioca la frattura più profonda. Tra atlantismo acritico, pacifismo di principio e antiamericanismo di ritorno, l’elettorato di sinistra non capisce qual è la linea. E quando non capisce, sospetta che la linea non ci sia. Il risultato è un campo largo che parla benissimo ai suoi militanti più ideologizzati, ma che risulta incomprensibile, se non irritante, per il suo popolo potenziale.
Il terzo rischio è il più letale nel rush finale: la tentazione di vincere le primarie interne invece delle elezioni.
Nel centrosinistra c’è una vecchia malattia: pensare che per essere più puri bisogna essere meno numerosi. Escludere, scomunicare, mettere veti. “Senza di loro saremo più coerenti”.
È un errore strategico mortale. Perché l’elettore di sinistra, anche quello più radicale, nel segreto dell’urna, non premia la purezza. Premia l’utilità. Vota per mandare a casa la destra.
Se a due settimane dal voto il messaggio che passa è: “abbiamo cacciato Tizio perché non è abbastanza di sinistra”, l’elettore moderato, cattolico-democratico, liberale, civico, che era pronto a votare il campo largo per disperazione, si spaventa e si rifugia nell’astensione o nel voto utile altrove. E l’elettore di sinistra più radicale, che doveva essere galvanizzato dall’esclusione, si sente comunque tradito perché l’esclusione non è mai abbastanza.
Ogni esclusione nel centrosinistra non toglie un problema, aggiunge un risentito che farà campagna contro. Ogni veto è un manifesto elettorale regalato alla destra: “Vedete? Non sanno stare insieme tra loro, come possono governare il Paese?”.
Il rush finale si vince al centro, non ai bordi
Nel rush finale le elezioni non le vincono i comizi.
Le vincono le percezioni.
La destra arriverà compatta, anche se finta compatta.
Se il campo largo arriva al rush finale dando l’idea di un cantiere ancora aperto, con gli operai che litigano sul progetto, l’elettore di sinistra non salirà su quel treno. Non per antipatia verso Schlein o Conte o Bonaccini. Ma per un istinto di autodifesa: non si vota una cosa che sembra destinata a esplodere il giorno dopo.
Il campo largo non ha bisogno di più radicalità o più moderazione. Ha bisogno di una sola cosa che oggi non ha: bonifica.
Sminare il campo. Chiudere tre o quattro conflitti interni con un accordo vero, non con un rinvio. Decidere una linea chiara su due o tre temi divisivi e tenerla fino in fondo, anche a costo di scontentare una minoranza. E soprattutto, smettere di escludere.
In politica vince chi aggiunge, non chi sottrae. Soprattutto a sinistra.
Non per mancanza di voti, ma per come appare.
A molti elettori di centro-sinistra, oggi, infatti, non appare come un progetto, ma come un campo minato.
Il primo rischio è quello più visibile a tutti: il Campo Largo non litiga sui programmi, litiga su se stesso. Chi ne fa parte, chi no, chi è alleato e chi è tollerato.
Ogni settimana un veto, un distinguo, una polemica identitaria. Renzi sì, Renzi no. Calenda dentro, Calenda fuori. Conte con Schlein, Conte contro Schlein. 5 Stelle alleati strategici o zavorra populista.
Per un elettore di sinistra che deve tornare a votare dopo anni di astensione o di voto espresso turandosi il naso, questo è devastante.
Non vede una coalizione che governerà il Paese. Vede un condominio dove tutti litigano per le scale prima ancora di aver comprato l’appartamento.
La destra, in questo, è maestra di marketing: possono esserci divergenze enormi tra Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, ma quelle divergenze fino al voto resteranno in cantina. Il centrosinistra, invece, quelle divergenze le porta in piazza.
E quei conflitti così facilmente esibiti rischiano di apparire espressione di incompetenza più che espressione di democrazia.
Secondo rischio: il cortocircuito tra ceto politico e base.
Su tre dossier il Campo Largo rischia di apparire distante dalla sua base:
– Sicurezza e immigrazione: se il dibattito interno si riduce a “accoglienza vs. respingimenti”, il potenziale elettore di centro-sinistra delle periferie, quello che prende i mezzi e vive l’insicurezza reale, non si sente rappresentato. Vuole una sinistra che sia umana ma non ingenua. Se non la vede, non vota a destra: resta a casa.
– Lavoro e transizione green: la sinistra non può parlare solo a chi ha già la Tesla e il lavoro a tempo indeterminato. Se la transizione ecologica viene raccontata solo come divieto, ZTL, sacrificio, senza un piano credibile per salari, affitti e bollette, l’operaio, l’artigiano, il precario vedono il Campo Largo come un club radical-chic.
-Politica estera e guerre: Qui si gioca la frattura più profonda. Tra atlantismo acritico, pacifismo di principio e antiamericanismo di ritorno, l’elettorato di sinistra non capisce qual è la linea. E quando non capisce, sospetta che la linea non ci sia. Il risultato è un campo largo che parla benissimo ai suoi militanti più ideologizzati, ma che risulta incomprensibile, se non irritante, per il suo popolo potenziale.
Il terzo rischio è il più letale nel rush finale: la tentazione di vincere le primarie interne invece delle elezioni.
Nel centrosinistra c’è una vecchia malattia: pensare che per essere più puri bisogna essere meno numerosi. Escludere, scomunicare, mettere veti. “Senza di loro saremo più coerenti”.
È un errore strategico mortale. Perché l’elettore di sinistra, anche quello più radicale, nel segreto dell’urna, non premia la purezza. Premia l’utilità. Vota per mandare a casa la destra.
Se a due settimane dal voto il messaggio che passa è: “abbiamo cacciato Tizio perché non è abbastanza di sinistra”, l’elettore moderato, cattolico-democratico, liberale, civico, che era pronto a votare il campo largo per disperazione, si spaventa e si rifugia nell’astensione o nel voto utile altrove. E l’elettore di sinistra più radicale, che doveva essere galvanizzato dall’esclusione, si sente comunque tradito perché l’esclusione non è mai abbastanza.
Ogni esclusione nel centrosinistra non toglie un problema, aggiunge un risentito che farà campagna contro. Ogni veto è un manifesto elettorale regalato alla destra: “Vedete? Non sanno stare insieme tra loro, come possono governare il Paese?”.
Il rush finale si vince al centro, non ai bordi
Nel rush finale le elezioni non le vincono i comizi.
Le vincono le percezioni.
La destra arriverà compatta, anche se finta compatta.
Se il campo largo arriva al rush finale dando l’idea di un cantiere ancora aperto, con gli operai che litigano sul progetto, l’elettore di sinistra non salirà su quel treno. Non per antipatia verso Schlein o Conte o Bonaccini. Ma per un istinto di autodifesa: non si vota una cosa che sembra destinata a esplodere il giorno dopo.
Il campo largo non ha bisogno di più radicalità o più moderazione. Ha bisogno di una sola cosa che oggi non ha: bonifica.
Sminare il campo. Chiudere tre o quattro conflitti interni con un accordo vero, non con un rinvio. Decidere una linea chiara su due o tre temi divisivi e tenerla fino in fondo, anche a costo di scontentare una minoranza. E soprattutto, smettere di escludere.
In politica vince chi aggiunge, non chi sottrae. Soprattutto a sinistra.
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