Governo
Il governo Meloni e la rivolta dei giovani. Chi ha interesse ad alzare la temperatura delle piazze?
Ottobre, mese di scontri e manganelli. Ma le cariche della polizia erano sempre necessarie? Forse la Meloni pensa che dipingere i giovani come pericolosi rivoltosi sia una buona strategia mediatica. Ma se quei ragazzi andassero a votare, potrebbe rivelarsi un clamoroso autogol.
Proviamo a immaginare la scena di un gruppo di anziani ricoverati in una RSA che dopo aver mangiato la minestrina con i tempestini alle sei di sera, guardano il telegiornale, magari su Rai Uno. E che cosa vedono? Ragazzi violenti, con il cappuccio nero tirato giù sugli occhi, che rubano le scarpe da un negozio in via Torino a Milano e poi assaltano Decatlhon in piazza Cairoli per rubare delle biciclette e poi vengono generosamente manganellati da un gruppo di poliziotti, dispensatori delle giuste mazzate meritate da quei piccoli criminali.
A questo punto, il gruppo di ospiti della RSA che come sappiamo votano sempre volentieri, perché nel giorno delle elezioni si aprono i seggi anche nelle residenze protette come in una giornata di festa (succede qualcosa di nuovo, se non altro), sapranno per chi tornare a votare: il governo Meloni che protegge il paese dalla barbara furia dei cattivi ventenni. Viva la polizia e viva i manganelli!
Si potrebbe sostenere con un po’ di malizia che sia questa l’operazione mediatica di un governo che guarda da sempre volentieri al popolo degli auricolari, quello ricoverato nelle RSA, e si potrebbe anche sostenere con altrettanta malizia che il governo Meloni abbia puntato a trasformare una generazione che scendeva in piazza, spesso pacificamente, a manifestare per stipendi decenti, una scuola migliore, case a prezzi accessibili, servizi pubblici funzionanti, in un unicum di violenti e devastatori da punire con il manganello (e in futuro, chissà, con l’olio di ricino).
Perché, a guardare con attenzione quello che è accaduto, qualcosa non torna. Dentro a questo grande contenitore chiamato “violenza giovanile” è finito tutto, come in una diabolica macedonia in cui sono stati mescolati gli atti di vandalismo, gli assalti ai negozi, gli espropri — riesumati da un vocabolario che sembrava sepolto negli anni Settanta — ma anche manifestazioni nate pacificamente, alle quali hanno partecipato migliaia di ragazzi che non avevano voglia di fare a botte con la polizia né tanto meno di rubare una bicicletta.
Tutti insieme, tutti violenti. C’è una domanda che a questo punto dovremmo porci: siamo sicuri che la gestione dell’ordine pubblico di queste settimane abbia avuto sempre l’obiettivo di evitare o contenere gli scontri? E non invece, in qualche occasione, di provocarli?
Mi riferisco alle cosiddette “cariche di alleggerimento” della Polizia che in realtà alleggeriscono ben poco. La carica viene presentata quasi come una pratica terapeutica. Qualcosa che serve a diminuire la pressione, a ristabilire la tranquillità. In realtà si tratta di un reparto di agenti in tenuta antisommossa che avanza contro un gruppo di manifestanti, generalmente con scudi e manganelli, per costringerlo ad arretrare.
Per carità, se qualcuno lancia pietre, incendia automobili o aggredisce gli agenti, la polizia deve intervenire. Ma il problema nasce quando la carica viene utilizzata per provocare una reazione da parte di manifestanti che sarebbero stati tranquilli e in pace con il mondo, ma che all’improvviso vengono manganellati. Magari solo perché la Polizia vuole imporre un percorso o impedire che un corteo attraversi una determinata strada. Alla fine, il risultato, per il governo Meloni, è quello di poter dichiarare a squarciagola: “Ci sono stati degli scontri, colpa vostra, cattivi ragazzi che non siete altro”. E giù con i manganelli (e nuovi Decreti Sicurezza), perché il bastone è l’unica cura possibile per questa generazione di delinquenti.
Sabato 24 ottobre, a Torino, migliaia di persone si radunano in piazza Castello. Vogliono proseguire verso via Po, ma la polizia impedisce il passaggio del corteo, invitando i manifestanti a dirigersi verso i Giardini Reali. Gli studenti non ci stanno, anche perché il portale della mobilità torinese indicava proprio via Po come una delle vie che sarebbero state percorse dai ragazzi. Ma di fronte al loro tentativo di avanzare, la Polizia fa partite tre “cariche di alleggerimento”, con scudi e manganelli.
Qualcuno dei ragazzi resiste e nessuno può sostenere che tutti i manifestanti fossero pacifici. Ma resta aperta una domanda: era davvero necessario caricare gli studenti per impedire l’accesso a via Po? Chi ha deciso il blocco? Quando? Per quale ragione? E soprattutto, chi ha ordinato le cariche? Sono dettagli irrilevanti? Direi proprio di no. Perché in una democrazia l’uso della forza da parte dello Stato dovrebbe essere sempre necessario, proporzionato e verificabile.
Una settimana prima, sabato 17 ottobre, si era svolta una scena simile in Galleria Vittorio Emanuele, a Milano. Dal corteo si erano staccate le frange più violente che avevano lanciato bombe carta, transenne e pietre contro le forze dell’ordine. Per carità, comportamenti ingiustificabili, ma a un certo punto la Polizia ha effettuato una carica persino dentro la Galleria Vittorio Emanuele, mentre i turisti increduli filmavano con i loro cellulari la corsa dei poliziotti e i clienti dei negozi della Galleria si rifugiavano impauriti dietro le saracinesche abbassate.
La Galleria Vittorio Emanuele improvvisamente trasformata in uno scenario da guerriglia urbana. Chi ha autorizzato quell’intervento? Quale pericolo immediato doveva essere fronteggiato? C’erano alternative? È legittimo chiederselo, anche sapendo che in quelle ore la violenza di alcuni manifestanti era stata molto grave.
Per decenni abbiamo venduto all’estero il Bel Paese della pizza, dell’arte e dello shopping. Adesso rischiamo di esportare anche le immagini delle bombe carta davanti al Duomo e dei manganelli in Galleria. Una sequenza ripetuta di scene simili può avere un costo reputazionale per l’Italia e qualcuno dovrebbe cominciare a preoccuparsene. Senza pensare solo ai voti che il governo Meloni potrebbe guadagnare dal presentare la gioventù italiana (tutta) come composta da degenerati e violenti.
Certo, non esiste, almeno per quanto sappiamo, una prova che il governo Meloni abbia ordinato alle forze dell’ordine di provocare gli scontri. Sarebbe scorretto affermarlo. Ma possiamo domandarci se una gestione particolarmente muscolare delle piazze produca un risultato politicamente conveniente per chi si presenta come garante dell’ordine. Le televisioni trasmettono immagini di incendi, barricate e poliziotti aggrediti. Le ragioni della manifestazione scompaiono e il dibattito si concentra sulla necessità di ristabilire l’ordine.
A questo punto il governo può presentarsi come l’unico argine contro la violenza. È un meccanismo studiato da tempo dai sociologi. Stanley Cohen parlava di moral panic, il panico morale che nasce quando un gruppo sociale viene identificato con una minaccia collettiva. I giovani diventano così i nuovi folk devils, i cattivi di cui una società spaventata sente il bisogno.
Il racconto pubblico (soprattutto sulle televisioni nazionali) può trasformare i comportamenti di una minoranza nelle caratteristiche di un’intera generazione. Il governo Meloni è il grande sospettato come regista di una simile operazione anche per una caratteristica anagrafica interessante. Quando si è insediato, nel 2022, l’età media dei ministri era di 60,6 anni, una delle più alte della storia repubblicana. Oggi i componenti rimasti in carica hanno naturalmente quattro anni in più.
Si potrebbe parlare, con un po’ di ironia, di un governo di anziani, capitanati da una reazionaria in gonnella, un po’ più giovane, per carità, ma pur sempre ammiratrice rea confessa del Duce, con il fondato sospetto che questo esecutivo guardi molto più agli elettori anziani che alle generazioni destinate a vivere in Italia nei prossimi decenni.
Il popolo degli auricolari, quello che ascolta la televisione a volume altissimo, magari con il dispositivo acustico nell’orecchio, potrebbe trovare rassicurante un governo che promette ordine, disciplina e severità. Naturalmente non tutti gli anziani sono conservatori, così come non tutti i giovani sono progressisti. Ma gli elettorati di diverse età hanno priorità spesso differenti. E una politica che trasforma il disagio giovanile in un problema di sicurezza potrebbe diventare molto rassicurante per il tradizionale elettorato di destra.
Ma chi vuol fare credere che i giovani siano soltanto una massa disorganizzata, capace di protestare ma incapace di incidere sulla politica, dovrebbe guardare alla Serbia. Dopo il crollo della pensilina della stazione di Novi Sad, nel novembre 2024, che ha provocato sedici morti, gli studenti hanno costruito un movimento contro la corruzione e l’opacità del potere. Hanno organizzato assemblee, manifestazioni, reti di solidarietà e una mobilitazione durata quasi due anni, conclusasi nella vittoria del Partito degli Studenti domenica scorsa.
È la dimostrazione che una generazione può imparare a organizzarsi e diventare un soggetto politico autonomo. I ragazzi che oggi vediamo nelle piazze non sono necessariamente destinati a tornare a casa e dimenticare tutto. Possono maturare un’identità politica, organizzarsi e soprattutto andare a votare alle prossime elezioni. Certamente non per la coalizione capitanata dalla Meloni.
Non che la sinistra italiana abbia fatto della gestione dell’ordine pubblico una grande questione politica nazionale. Manca ancora una riflessione sulla proporzionalità degli interventi della Polizia e sulle sue responsabilità nella degenerazione delle manifestazioni. Eppure le manganellate potrebbero rappresentare un formidabile autogol per il governo degli anziani a favore del Campo Largo, la colazione guidata da PD e Cinque Stelle, che negli ultimi anni ha assunto posizioni più progressiste su diverse questioni sociali.
Una gestione decente dell’ordine pubblico dovrebbe consistere nella capacità di proteggere le persone, evitare i danni e consentire lo svolgimento pacifico delle manifestazioni. E se il risultato di queste settimane è stato quello di trasformare migliaia di giovani arrabbiati in una generazione percepita come pericolosa, forse dovremmo chiederci se la Meloni ne ricaverà davvero un vantaggio elettorale. O se invece la scelta di mostrare i ragazzi italiani (ma il fenomeno delle rivolte sta diventando mondiale!) come un problema di polizia, non li porterà alla scelta di recarsi alle urne alla prossima mandata elettorale per mandare a casa il governo degli anziani. Per poi costituirsi in futuro in un soggetto politico autonomo che mandi a casa anche i ferri vecchi della sinistra italiana, non ancora dotati di auricolare, ma tutti bisognosi di una visita per misurare l’udito, se non vogliono fare la fine che farà questo governo di sordi.
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