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Iran. La guerra non ha indebolito il regime, ha indebolito gli iraniani
A parlare è una dissidente della Repubblica islamica che vive in Europa. Non crede che la guerra abbia avvicinato l’Iran alla democrazia. Anzi, secondo lei il conflitto ha rafforzato il potere interno, alimentando il nazionalismo e lasciando il popolo iraniano più povero e solo.
* Nota della redazione: L’intervista che segue raccoglie le valutazioni di una dissidente iraniana residente in Europa. Le analisi e le interpretazioni espresse appartengono all’intervistata e non rappresentano fatti accertati quando non diversamente indicato.
Lei è una dissidente iraniana. Vive in Europa, critica apertamente la Repubblica islamica ma allo stesso tempo sostiene che l’ultimo conflitto non abbia prodotto gli effetti sperati, per lo meno ufficialmente, da parte di America e Israele che dichiaravano di voler puntare con la guerra a un cambio di regime. Cominciamo dalla domanda più semplice: la guerra è davvero finita?
«No. A mio giudizio siamo soltanto in una fase di sospensione. Il cessate il fuoco non coincide necessariamente con la fine del conflitto. Molti osservano soltanto l’aspetto militare, mentre io guardo soprattutto alle conseguenze politiche ed economiche, che continueranno ancora per molto tempo e non è escluso che vengano ripresi i bombardamenti, soprattutto sui siti produttivi petroliferi, così da fiaccare ulteriormente l’economia iraniana»
Il presidente Trump ha rivendicato una vittoria degli Stati Uniti. Lei mi ha già detto di non essere d’accordo con questa affermazione. Perché?
«Per due motivi. Innanzitutto l’America non è ancora riuscita a riaprire lo stretto di Hormuz che prima della guerra era aperto. L’Iran non lo avrebbe chiuso se non fosse stata attaccato e in un certo senso la Repubblica islamica ha scoperto di essere in grado di esercitare un potere sulla regione mediorientale che prima non pensava di avere. In secondo luogo, il conflitto non ha portato alla caduta della Repubblica islamica. Anzi, è successo il contrario. Dal mio punto di vista, il regime si è trovato paradossalmente rafforzato, anche perché oggi le milizie dei Pasdaran sono passate alla testa della strategia militare dell’Iran e guardano con favore alla possibilità di intervenire in difesa di altre milizie sciite che vengono attaccate in altri Paesi.
Quale differenza vede fra lo stile di comando degli Ayatollah e quello dei Pasdaran?
In teoria avrebbero dovuto essere alleati. Ma gli Ayatollah erano dei preti col turbante, molto più interessati alla repressione religiosa all’interno del paese e molto più prudenti in politica estera. Quando si trattava di rispondere a qualche attacco dall’esterno, come per esempio l’uccisione del generale Qasem Soleimani, gli Ayatollah preferivano evitare reazioni troppo violente che avrebbero portato a un’escalation del conflitto. I Pasdaran invece sono dei laici, sempre con un’anima sciita molto forte, ma con un’ottima formazione militare e una visione geopolitica più ampia, che guarda anche al di là dei confini dell’Iran. Non per niente hanno attaccato i paesi del Golfo considerati alleati degli Stati Uniti con il risultato che l’economia internazionale ha subito conseguenze importanti. Anche se a pagare il prezzo più alto della guerra sono stati soprattutto i cittadini iraniani. La popolazione iraniana è uscita dalla guerra più fragile, più povera e più impaurita.»
Quindi chi ha vinto?
«Se guardiamo esclusivamente agli equilibri geopolitici, ritengo che la Repubblica islamica abbia consolidato la propria posizione, anche internamente, molto più di quanto molti si aspettassero. Anche la Cina, che mantiene stretti rapporti con Teheran, potrebbe trarre vantaggio da questo nuovo equilibrio. Non bisogna dimenticare che la Cina ha fornito all’Iran un forte supporto di intelligence, tra cui l’accesso ai dati satellitari per difendersi dai missili dei nemici, oltre ad alcune componenti necessarie per costruire missili e droni. Non dobbiamo poi dimenticare che Pechino continua a comprare notevoli quantità di greggio dall’Iran a prezzi assolutamente favorevoli.»
Perché sostiene che il regime si sia rafforzato?
«Perché un’aggressione esterna produce quasi sempre un effetto di ricompattamento nazionale. Molti iraniani sono profondamente critici verso il governo, ma quando vedono il proprio Paese sotto attacco reagiscono prima di tutto come cittadini iraniani. È un meccanismo che nella storia abbiamo visto molte volte: il dissenso interno passa in secondo piano quando prevale la percezione di una minaccia esterna.»
Lei sostiene quindi che il nazionalismo abbia prevalso sull’opposizione politica al regime?
«Sì. Molte persone che contestavano duramente la Repubblica islamica hanno pensato che, durante la guerra, la priorità fosse difendere il Paese. Non significa che abbiano cambiato opinione sul regime. Significa che hanno fatto una distinzione tra il giudizio sul governo e quello sull’Iran come nazione.»
Nel dibattito occidentale molti ritenevano invece che la guerra avrebbe favorito una rivolta interna.
«Anch’io credo che tanti iraniani sperassero in un cambiamento politico. Ma una parte di loro, dopo il conflitto, ha dovuto constatare che l’intervento militare non avrebbe portato la democrazia. Anzi, secondo molti ha ottenuto l’effetto opposto.»
In che senso?
«Perché il regime oggi appare più saldo. Non solo sul piano politico, ma anche nella gestione della sicurezza interna. Chi immaginava un rapido cambio di potere si trova invece davanti a una realtà diversa. Ci sono impiccagioni tutti i giorni dei dissidenti politici che hanno protestato o ucciso soldati nelle manifestazioni.»
Qual era allora secondo lei il vero obiettivo della guerra?
L’obiettivo era quello di indebolire l’Iran, cioè più che altro la Repubblica perché comunque nel Medioriente, uno dei paesi più forti e più ricchi, quindi poteva essere una minaccia per altri paesi che volevano diventare primi senza fare
Lei parla anche di un cambiamento negli equilibri interni al sistema di potere iraniano.
«Sì. Come le ho già detto, dopo il conflitto si è rafforzato il peso dei Pasdaran e delle strutture di sicurezza legate alla Repubblica islamica, mentre i Basij – la milizia popolare fedelissima agli Ayatollah – svolgono solo un ruolo di controllo del territorio. Non significa che la Repubblica islamica sia cambiata nella sua natura, ma oggi hanno un peso maggiore i vertici militari rispetto a quelli religiosi. L’Iran sta vivendo una transizione da un regime di tipo teocratico a uno prevalentemente militare, in cui i Pasdaran hanno ottenuto il controllo strategico del Paese al posto della vecchia élite degli Ayatollah.»
È una trasformazione importante?
«Molto importante. Prima della guerra esistevano, almeno secondo la mia lettura, degli equilibri interni più complessi. Dopo il conflitto mi sembra che la componente militare abbia assunto un ruolo ancora più centrale nelle decisioni strategiche.»
Paradossalmente, però, lei racconta anche un’altra realtà: quella di una società che appare più libera nella vita quotidiana.
«È uno degli aspetti più difficili da spiegare a chi osserva l’Iran soltanto da fuori. Negli ultimi anni la società iraniana è cambiata moltissimo. Nelle grandi città si vedono comportamenti che fino a pochi anni fa sarebbero stati impensabili. La popolazione è molto più moderna di quanto spesso immaginiamo in Europa. A Teheran molte donne non portano più il velo e bisogna dire che i Pasdaran sembrano aver capito che è meglio dimostrare un po’ più di tolleranza su come le donne decidono di vestirsi, piuttosto che rischiare rivolte di piazza. Non solo, è scomparsa dalle strade anche la polizia morale ed è stato abolito l’obbligo dell’Hijab che viene utilizzato solo in occasioni speciali come per esempio in tribunale. nelle moschee in alcuni uffici pubblici.»
Eppure il controllo politico rimane.
«Sì. È questa la contraddizione. Da una parte la società civile evolve rapidamente. Dall’altra gli apparati di sicurezza diventano sempre più attenti a individuare eventuali infiltrazioni, collaborazioni con servizi stranieri o minacce percepite come tali. Sono due fenomeni che convivono.»
Lei insiste molto sul fatto che il vero sconfitto della guerra sia stato il popolo iraniano. Perché?
«Perché il regime è ancora lì, mentre le condizioni di vita delle persone sono peggiorate drasticamente. Oggi chi vive in Iran parla soprattutto di inflazione, stipendi che non bastano più, difficoltà a trovare farmaci e beni di prima necessità. La politica, per molti, è passata in secondo piano rispetto al problema della sopravvivenza quotidiana.»
Quanto è peggiorata la situazione economica?
«Moltissimo. Le bombe di Usa e Israele hanno soprattutto colpito la struttura produttiva del paese che si era sviluppata come conseguenza dell’embargo internazionale. Oggi molte fabbriche sono state distrutte. Le acciaierie, per esempio, sono state bombardate e questo significa mandare in sofferenza tutta la struttura industriale. Le bombe hanno preso di mira anche l’industria farmaceutica. Quella iraniana era molto avanzata, anche nella produzione di vaccini, perché l’Iran subisce da anni sanzioni anche in questo campo. Prima della guerra, era molto facile procurarsi farmaci e vaccini. Oggi è diventato difficilissimo. Gli antibiotici si comprano sul mercato nero a prezzi folli. Secondo le persone con cui sono in contatto, sono aumentati in maniera impressionante i prezzi di moltissimi altri prodotti. Alcuni beni sono diventati difficili da reperire e, quando si trovano, costano molto più di prima. Persino le scatolette di tonno sono diventate carissime. La chiusura delle industrie danneggiate dalle bombe ha quindi portato non solo alla scomparsa dei beni di consumo prodotti in Iran, ma anche al fatto che oggi molti sono disoccupati e quindi la povertà si è diffusa in tutto il Paese.»
Lei cita con amarezza il problema dei farmaci che non si trovano più.
«Sì, perché è uno degli aspetti che colpisce di più chi vive lì. Molti medicinali sono difficili da trovare oppure vengono distribuiti con forti limitazioni. Chi ha disponibilità economiche li compra al mercato nero, ma per tante famiglie è diventato impossibile curarsi.»
Quindi, secondo lei, il costo umano della guerra va ben oltre il numero delle vittime.
«Esattamente. Quando si parla di una guerra si contano quasi sempre i morti, ma ci si dimentica delle persone che continuano a vivere portandosi dietro traumi, ansia, depressione e paura. In Iran è aumentato il numero di suicidi, così mi raccontano i miei amici, ma anche i casi di morte per patologie cardiache come l’infarto in ragazzi giovani. Anche questo è un effetto della guerra.»
Lei stessa ha amici e parenti in Iran. Che cosa le raccontano?
«Mi descrivono un Paese molto stanco. La sensazione dominante non è tanto la rabbia quanto la demoralizzazione. Molti avevano sperato che questa crisi producesse un cambiamento politico. Oggi prevale invece l’idea che quel cambiamento non arriverà, per lo meno nel breve periodo.»
Questa delusione riguarda anche gli oppositori del regime?
«Sì. Ed è forse l’aspetto che mi colpisce di più. Molti dissidenti speravano che la guerra potesse accelerare una trasformazione dell’Iran. Oggi diversi di loro ritengono invece che il conflitto abbia finito per rafforzare il sistema che volevano combattere. Ma non solo: in Iran nessuno scenderà più in piazza. Tutti si ricordano lo scorso gennaio, quando i militari hanno sparato sulla folla e anche se non sappiano quante persone sono morte (e forse non lo sapremo mai), credo che nessuno protesterà più. Il prezzo che hanno pagato è troppo alto.»
Lei è molto critica anche verso una parte della diaspora iraniana.
«Credo che tra chi vive all’estero si sia creato uno scarto rispetto a chi è rimasto nel Paese. È comprensibile: chi vive lontano osserva gli eventi con una prospettiva diversa. Ma molte persone in Iran mi hanno detto una cosa molto semplice: “Noi non volevamo essere bombardati”.»
Questa frase l’ha colpita?
«Moltissimo. Perché racconta bene il paradosso. Si può essere contrari alla Repubblica islamica e, nello stesso tempo, rifiutare l’idea che il proprio Paese venga colpito militarmente. Le due cose non sono in contraddizione.»
Lei ritiene che una parte della diaspora abbia sopravvalutato la possibilità di un rapido cambio di regime?
«Secondo me sì. Molti avevano creduto che il sistema fosse ormai prossimo al collasso. Oggi vedono che la realtà è diversa e questo ha prodotto una forte delusione.»
Lei parla anche di un sentimento nuovo tra gli iraniani che in precedenza opponevano il regime: il nazionalismo.
«Più che nazionalismo parlerei di attaccamento al proprio Paese. Molti iraniani hanno pensato: possiamo criticare il nostro governo, ma non vogliamo che sia una guerra a decidere il nostro futuro. È una distinzione che in Europa forse non sempre viene colta.»
Questa esperienza ha cambiato anche il modo in cui gli iraniani guardano all’Occidente?
«Per alcuni sì. C’è chi continua a vedere nell’Europa e negli Stati Uniti un modello politico. Ma c’è anche chi oggi guarda con maggiore diffidenza a qualsiasi intervento esterno. Molti hanno maturato la convinzione che il cambiamento, se arriverà, dovrà nascere soprattutto all’interno della società iraniana.»
Lei descrive però una società tutt’altro che immobile.
«Assolutamente. È una società giovane, istruita e molto più aperta di quanto spesso si immagini. Internet, i social network, i contatti con l’estero hanno cambiato profondamente le nuove generazioni. Anche chi vive lontano dalle grandi città oggi è molto più informato rispetto al passato. Tutti si informano usando per esempio Instagram, a cui si può accedere con una VPN. Ormai gli iraniani vedono che cosa succede nel resto del mondo e vorrebbero vivere liberamente, proprio come si vive in Europa. E questo fenomeno riguarda anche le campagne, che non sono più così arretrate come pensiamo.»
Quindi il problema, secondo lei, non è la società iraniana.
«No. La società è cambiata moltissimo. Il punto è che il cambiamento sociale non coincide automaticamente con quello politico. Sono due processi diversi e hanno tempi diversi.»
E oggi quale sentimento prevale?
«La preoccupazione. Le persone pensano soprattutto a come pagare l’affitto, trovare un farmaco, mantenere la famiglia. Quando l’economia entra in una crisi così profonda, anche il dibattito politico cambia completamente.»
Se dovesse riassumere con una frase ciò che le raccontano ogni giorno i suoi amici in Iran, quale sarebbe?
«Mi dicono: “Non sappiamo come sarà il nostro futuro”. Ed è questa, credo, la conseguenza più pesante lasciata dalla guerra.»
Fine modulo
Secondo lei il conflitto ha cambiato anche il rapporto tra gli iraniani e l’idea stessa di un cambio di regime?
«Credo di sì. Per molti anni una parte dell’opposizione ha sperato che la pressione internazionale potesse accelerare la fine della Repubblica islamica. Oggi, invece, molte persone sono molto più caute. La guerra ha mostrato quanto possa essere alto il prezzo pagato dalla popolazione civile.»
Lei continua a definirsi una dissidente. Questo non è cambiato.
«Assolutamente no. Continuo a non condividere il sistema politico iraniano e continuo a pensare che il Paese abbia bisogno di profonde riforme. Ma una cosa è desiderare un cambiamento, un’altra è pensare che possa arrivare attraverso una guerra.»
È una distinzione importante.
«Molto importante. Io non difendo la Repubblica islamica. Difendo il popolo iraniano. E credo che spesso, fuori dall’Iran, queste due cose vengano confuse.»
Lei sostiene anche che la guerra abbia modificato gli equilibri all’interno del potere. Con quali altre conseguenze?
«Visto che i militari hanno un peso maggiore di prima, chi sperava in un’evoluzione più pragmatica del sistema potrebbe trovarsi davanti a un quadro più rigido.»
Eppure lei descrive una società sempre più moderna.
«È questa la contraddizione dell’Iran contemporaneo. Da una parte c’è una popolazione giovane, istruita, connessa al resto del mondo attraverso Internet e i social network. Dall’altra c’è un sistema politico che procede con tempi molto diversi. Per capire l’Iran bisogna tenere insieme queste due realtà.»
Lei pensa che il dissenso continuerà comunque a esistere?
«Sì. Il dissenso non è scomparso. Semplicemente oggi molte persone hanno altre priorità. Quando una famiglia non sa come pagare le cure mediche, comprare il cibo o affrontare l’inflazione, è inevitabile che la sopravvivenza quotidiana diventi il primo pensiero.»
Quindi la protesta si è fermata?
«Direi che si è trasformata. Non credo che gli iraniani abbiano cambiato improvvisamente idea sul sistema politico. Credo però che oggi prevalga la consapevolezza dei rischi. Dopo quello che è accaduto negli ultimi anni, molte persone sono più prudenti.»
Che Paese ha trovato parlando con amici e parenti?
«Un Paese stanco. Più che arrabbiato, stanco. È questa la parola che mi viene ripetuta più spesso. Stanco della crisi economica, delle tensioni continue, dell’incertezza. Molti non fanno più grandi discorsi politici: si chiedono semplicemente come riusciranno a vivere nei prossimi mesi.»
Lei ritiene che l’Occidente abbia compreso davvero questo stato d’animo?
«Non sempre. Ho l’impressione che spesso si osservi l’Iran soltanto attraverso la lente della geopolitica o del programma nucleare. Ma dietro tutto questo ci sono milioni di persone che cercano semplicemente di fare una vita normale. E non ci riescono.»
Che cosa dovrebbe fare, allora, la comunità internazionale?
«Credo che dovrebbe distinguere con maggiore attenzione tra il regime e la popolazione. Ogni scelta internazionale dovrebbe chiedersi quale impatto avrà sulla vita quotidiana degli iraniani. Sono loro ad aver pagato il prezzo più alto.»
Lei continua a sperare in un cambiamento?
«Sì. Ma penso che dovrà nascere soprattutto dalla società iraniana. Le trasformazioni più profonde, nella storia, sono quasi sempre quelle che maturano dall’interno. Una guerra può distruggere molto; è molto più difficile che riesca a costruire una democrazia.»
Se dovesse lasciare un messaggio ai lettori italiani, quale sarebbe?
«Vorrei che provassero a guardare gli iraniani prima ancora che all’Iran. Dietro ogni notizia ci sono persone comuni: studenti, insegnanti, medici, lavoratori, famiglie. Quando si parla di guerra ci si concentra sulle strategie militari, ma la vera storia è quella di chi continua a vivere mentre tutto cambia intorno a lui.»
Dopo tutto quello che è successo, qual è oggi il suo sentimento prevalente?
«La speranza non è scomparsa. Ma sono diventata più prudente. Oggi credo meno nelle scorciatoie e molto di più nella forza e nella consapevolezza della società civile iraniana. Spero che un giorno diventi finalmente possibile essere governati da qualcuno che ci assomiglia. Non più dei preti col turbante, non più dei militari, ma dei laici eletti dal popolo, capaci di provare rispetto per noi cittadini, perché, le assicuro, non siamo diversi, per cultura e convinzioni, da voi europei.»
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