Partiti e politici
La politica vuole conquistare la cultura. Ma ha smesso di produrla
Destra e sinistra si contendono l’egemonia culturale, ma faticano a produrre visioni del futuro. Mentre le identità si irrigidiscono, la politica rischia di delegare sempre più ai tecnici e agli algoritmi. E se il potere di decidere il futuro non fosse più nelle nostre mani?
Destra e sinistra tornano a contendersi l’egemonia culturale. La destra denuncia il predominio della sinistra nelle istituzioni culturali; la sinistra accusa il governo di volerlo sostituire con una propria rete di nomine. Ma mentre litigano su chi debba controllare la cultura, entrambe sembrano sempre meno capaci di produrne una politica.
Una cosa è la politica della cultura: conquistare spazi, distribuire incarichi e nomine. Un’altra è la cultura politica: una visione dell’uomo e della società, un’idea dei rapporti fra libertà e uguaglianza, Stato e mercato, individuo e comunità, tecnica e vita, lavoro e capitale. Dovrebbe spiegare non solo da che parte stare, ma come funziona il mondo e come potrebbe diventare.
È questo retroterra che sembra essersi indebolito. Non perché destra e sinistra siano identiche: su molti temi le differenze restano profonde. Ma rimandano sempre meno a progetti complessivi e più a identità e parole d’ordine.
Massimo Cacciari ha più volte richiamato la perdita dei grandi riferimenti culturali che sostenevano le forze politiche del dopoguerra. Una politica ridotta a gestire vincoli economici, tecnici e geopolitici chiede al pensiero non alternative, ma un modo per amministrare l’esistente. Bastano il tecnico per farlo funzionare e il comunicatore per renderlo accettabile. L’intellettuale serve quando mette in discussione il quadro delle decisioni.
Gli intellettuali, del resto, non sono scomparsi. Università, festival, podcast e social ne moltiplicano la presenza. Ma visibilità e influenza non sono la stessa cosa. Si può essere onnipresenti nei media e quasi irrilevanti quando si formano le decisioni.
Nel Novecento partiti, sindacati, riviste e scuole di formazione potevano trasformare idee in linguaggio politico e qualche volta in progetto. Non mancavano conformismo e dogmi; ma il confronto culturale partecipava all’azione collettiva. Giorgio Caravale, in Senza intellettuali, ha ricostruito la frattura fra politica e cultura negli ultimi trent’anni: dai partiti di massa al personalismo, dall’elaborazione collettiva alla comunicazione, fino alla reciproca diffidenza fra politici e uomini di cultura.
Il rapporto più fecondo, però, non era quello dell’obbedienza. Era quello della tensione. Un partito culturalmente vivo non è quello che dispone di professori e scrittori pronti a firmare appelli, ma quello capace di ascoltare chi mette in discussione la sua linea. La forza di una cultura politica si misura anche dal dissenso che sa sopportare.
La Nuova Destra di Marco Tarchi, fra gli anni Settanta e Ottanta, cercò di uscire dalla marginalità attraverso riviste e confronti con tradizioni lontane. Era un laboratorio metapolitico controverso, ma rivelava un bisogno: produrre idee prima di conquistare spazi. Viene da chiedersi se una cultura politica non sia talvolta più vitale quando deve ancora immaginare il mondo che vorrebbe costruire.
Qui nasce il paradosso della destra italiana: dopo aver denunciato a lungo l’egemonia culturale della sinistra, rischia di scambiare l’accesso alle istituzioni con la produzione di una cultura. Nominare un direttore, recuperare un autore trascurato, riequilibrare una presenza può essere legittimo; non equivale però a elaborare una visione della società.
Marcello Veneziani, che ha dedicato molte riflessioni alla cultura di destra, ha ricordato che il vero intellettuale è «fuori formato», estraneo agli opportunismi contingenti di una parte. Da posizioni lontane, la sua critica incontra quella di Cacciari: chi produce idee non dovrebbe diventare un funzionario culturale dello schieramento. Il pensiero più utile è spesso quello che disturba chi vorrebbe servirsene.
Per la sinistra il percorso è diverso. Socialismo, comunismo, cattolicesimo democratico e liberalismo progressista furono mondi intellettuali prima ancora che alleanze elettorali: avevano editori, riviste, lessici, conflitti. La sinistra conserva spazi culturali, ma da questi non nasce necessariamente un progetto capace di interpretare il futuro. Rischia di proporsi soprattutto come amministratrice più competente o inclusiva dell’esistente. La destra rischia di sostituire alla costruzione di una controcultura la conquista delle sue sedi.
Ed ecco il paradosso più evidente: mentre si indeboliscono le culture politiche, si irrigidiscono le identità. Destra e sinistra tendono ad assomigliarsi nei meccanismi con cui cercano consenso — centralità del leader, sondaggi, comunicazione continua, rincorsa all’agenda del giorno — mentre accentuano le contrapposizioni simboliche. I conflitti restano, entro forme di competizione sempre più simili.
Meno cultura politica, più identità politica. Quanto meno si riesce a distinguersi attraverso idee del futuro, tanto più si avverte il bisogno di distinguersi attraverso appartenenze e nemici. L’omologazione delle strutture può alimentare la radicalizzazione delle identità.
Cambia così anche la figura dell’intellettuale: dall’intellettuale organico di gramsciana memoria e da quello critico capace di contraddire la propria parte all’intellettuale-testimonial. Non gli si domanda: «Che cosa non abbiamo capito?», ma: «Come spiegare meglio che abbiamo ragione?». Non apre possibilità: legittima posizioni già decise.
Le culture politiche del Novecento, nonostante errori e tragedie, interpretavano un passato, leggevano il presente, indicavano un futuro. La politica odierna appare spesso prigioniera di un presente permanente: emergenze, sondaggi, campagna elettorale successiva. Senza un futuro da immaginare, il pensiero lungo sembra superfluo.
Ma il passaggio dall’intellettuale al tecnico potrebbe non essere l’ultimo. Dopo il tecnico viene l’algoritmo.
L’intelligenza artificiale promette di trattare una complessità che nessuna mente umana potrebbe padroneggiare da sola. Una politica priva di visioni potrebbe affidare all’IA non solo l’esecuzione, ma la preparazione delle scelte. Il rischio non è necessariamente che la macchina «prenda il potere»: basta che diventi progressivamente indispensabile per esercitarlo.
Non siamo soltanto nella fantascienza. Nel 2023, in Romania, ION fu presentato come consulente onorario virtuale per raccogliere e sintetizzare le opinioni dei cittadini, non per decidere al posto del governo. Nel 2025, in Albania, Diella è stata annunciata come figura ministeriale virtuale legata alla gestione degli appalti pubblici: una qualifica contestata sul piano giuridico, mentre le funzioni decisionali effettive e il controllo umano sono rimasti questioni cruciali. Esperimenti limitati, non un governo delle macchine. Ma quali passaggi della decisione pubblica siamo disposti a delegare?
Si aprono due prospettive. Nella prima l’IA resta nelle mani di poteri umani sempre più concentrati: governi, grandi imprese, proprietari dei dati, delle infrastrutture e della capacità di calcolo. La borghesia industriale possedeva i mezzi di produzione. Il nuovo potere potrebbe possedere i mezzi della cognizione: gli strumenti con cui la società osserva, classifica e amministra se stessa.
È un salto qualitativo. La fabbrica produceva merci; i sistemi digitali producono anche rappresentazioni della realtà da cui discendono decisioni. Chi li controlla può influire su quali fenomeni vengono considerati importanti, quali rischi sono ritenuti urgenti e quali soluzioni appaiono ragionevoli. La costruzione stessa del problema diventa così una risorsa di potere.
Nella seconda prospettiva, la dipendenza cresce non solo per concentrazione proprietaria, ma perché la complessità rende difficile contestare risultati e raccomandazioni. Le istituzioni rischiano di adattarsi a modelli poco comprensibili, senza che le macchine abbiano volontà propria. Il potere si sposterebbe allora più in profondità: non solo scegliere fra alternative, ma determinare quali alternative arrivino sul tavolo del decisore umano.
È qui che la crisi delle culture politiche assume un significato nuovo. La sinistra che, con Marx, studiò le strutture del capitalismo industriale non può limitarsi agli effetti della tecnologia. Marx non denunciò soltanto la condizione operaia: indagò proprietà, capitale e rapporti di produzione. Per interpretare il potere contemporaneo occorre un’ambizione analoga, senza ripetere meccanicamente categorie ottocentesche.
Lavoro, disuguaglianze, privacy, discriminazioni: la politica discute soprattutto di questi effetti dell’IA, e fa bene. Ma deve affrontare anche le domande che li precedono. Chi possiede i dati? Chi controlla i modelli? Chi stabilisce gli obiettivi che gli algoritmi devono ottimizzare? Chi possiede gli strumenti attraverso i quali la società conosce se stessa?
Studiosi e movimenti critici hanno già cominciato a esaminare il tecnocapitalismo e le nuove forme di potere. La sinistra dei partiti fatica a tradurre queste analisi in un progetto di trasformazione. Anche la destra, richiamandosi alla sovranità, deve misurarsi con infrastrutture cognitive private e sovranazionali. La questione attraversa entrambi gli schieramenti.
Non si tratta di rimpiangere i partiti ideologici del Novecento o l’intellettuale organico. Quell’epoca conobbe dogmi, conformismi ed esclusioni. Occorre piuttosto ricostruire luoghi in cui la politica sia costretta a pensare prima di comunicare, in cui una critica possa modificare una scelta invece di limitarsi a commentarla. Perché una democrazia non vive soltanto di procedure e consenso: ha bisogno di persone capaci di comprendere e discutere le alternative che vengono loro offerte.
La vera crisi, allora, non è degli intellettuali. È della domanda politica di pensiero.
Ma questa crisi potrebbe essere soltanto il prologo. Perché se la politica perde l’abitudine di pensare il futuro, qualcun altro — o qualcosa d’altro — potrebbe cominciare a pensarlo al suo posto.
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