Partiti e politici
Difficile che la Lega si riprenda: non basta nemmeno una nuova leadership
La Lega non funziona più. Non funziona più né come antica scelta nordista, né come punto di riferimento nazional-sovranista. Come può evitare questo rapido tramonto? Le strade sono molto impervie…
Sembra che ormai sia troppo tardi, per la Lega, per tornare in auge presso il suo antico elettorato. Troppe giravolte, troppi proclami mai seguiti da fatti concreti, troppe pseudo-amicizie mai maturate, troppe scelte contraddittorie, troppi elettorati prima nemici o poi improvvisamente amici. Ma andiamo con ordine. Vediamo di riassumere una storia dai colori spesso cangianti.
Anni Ottanta: prima in Veneto e poi in Lombardia, nasce infine la Lega Nord a cavallo tra la prima e la seconda repubblica, al grido di “Roma ladrona!” e “mai accordi con i fascisti”, ma di lì a poco vittoriosa con Berlusconi in una coalizione con il Movimento Sociale Italiano, noto erede del neo-fascismo.
Rottura con lo stesso Berlusconi l’anno successivo (“il nano mafioso di Arcore”, “Berluskatz”, “piduista”) e corsa solitaria nel 1996. Nel 2000 torna con lui (“i suoi princìpi erano il bello, il buono e il giusto”) e con Fini. Il rifiuto di Roma Ladrona viene poco alla volta dimenticato, così come i costanti insulti contro i meridionali (“senti che puzza, arrivano i napoletani”, “al sud non hanno mai fatto un ca&&o dalla mattina alla sera”). Dal secessionismo si passa al federalismo e i vecchi nemici diventano amici: “se abbiamo avuto toni eccessivi in questi anni sul Sud e i meridionali, chiedo scusa…” mentre i nuovi avversari diventano dapprima l’Europa e in seguito gli immigrati extracomunitari.
Matteo Salvini parte alla conquista dell’Italia: basta con la Padania e la Lega Nord; un nuovo partito, prima “Noi con Salvini” poi “Lega per Salvini Premier”, con uno statuto sostanzialmente identico a quello della Lega Nord, ma con un’impronta più federalista e nazionalista che indipendentista e settentrionalista: la nuova forza politica non ha più come finalità il conseguimento dell’indipendenza della Padania, ma «la pacifica trasformazione dello Stato italiano in un moderno Stato federale attraverso metodi democratici ed elettorali» e «promuove e sostiene la libertà e la sovranità dei popoli a livello europeo». Ha anche un simbolo differente, senza più lo storico Guerriero di Legnano.
Nel 2018, questa Lega – Salvini Premier inizia a tesserare i soci sostenitori dell’Italia centro-meridionale (sostituendosi così al movimento Noi con Salvini) e sulle orme del Front National di Marine Le Pen, con cui si allea, diventa apertamente una forza politica della destra sovranista. In quell’anno ottiene il più importante successo elettorale di sempre, alle politiche, superando per la prima volta la declinante Forza Italia con il 17% dei consensi. Apertamente contro lo spreco di risorse per il Ponte sullo Stretto, che diventerà poi un suo cavallo di battaglia.
Dopo il governo con il Movimento 5 stelle, che aveva peraltro costantemente insultato fino al giorno prima, e il grande exploit alle Europee del 2019, l’appeal di Salvini e della Lega comincia a declinare senza soluzione di continuità, dal 33% di quell’anno all’attuale 5%. Quali le ragioni del declino di questa proposta politica, al di là della fiducia riscossa dal suo segretario?
Principalmente due: la prima è il progressivo allontanamento dalle sue origini storiche settentrionali, la seconda – forse la più rilevante – è quella di non aver dato seguito, una volta al governo, alle parole d’ordine e alle promesse fatte in campagna elettorale. L’Europa non è più un vero nemico, ma qualcosa con cui si collabora costantemente, gli sbarchi o l’invasione degli immigrati non sono stati fermati, la percezione della insicurezza economica e sociale rimane a livelli elevati, i motti sovranisti sono rimasti parole vuote. Oltretutto, la scena politica vede sempre più rilucere Giorgia Meloni come leader incontrastata del centro-destra.
E dunque: la Lega non funziona più. Non funziona più né come antica scelta nordista, né come punto di riferimento nazional-sovranista. Come può evitare questo rapido tramonto? Il suo elettorato della destra radicale sta transitando poco alla volta verso il Futuro Nazionale di Vannacci, che è ancora una forza politica “pura”, senza compromessi con il potere, quindi molto più appealing della vecchia Lega.
La sola chance che ha per recuperare consensi potrebbe essere quella di tornare nel suo alveo storico delle regioni padane, guidati forse da Zaia e Fedriga, assieme a Fontana. Ma davvero recupererebbe consensi in questo modo, al di là dei suoi territori lombardo-veneti?
C’è da dubitarne. L’elettorale leghista dell’ultimo decennio è profondamente mutato, rispetto ad un tempo. Si è spostato dichiaratamente su posizioni di destra (quasi il 90% si colloca tra la destra e il centro-destra), ha assunto un profilo molto simile a quello degli attuali “vannacciani”, con la remora di aver sempre meno fiducia nell’attuale ruolo della Lega.
Proporre oggi un cambio di stampo nordista, su posizioni politiche più “centriste” e “liberal”, alla Zaia, rischierebbe di svuotare ancor di più il suo bacino di riferimento. Sarebbe una vera e propria rinascita, un nuovo soggetto elettorale in cerca di un nuovo tipo di sostegno, quasi da costruire ex-novo anche nelle sue proposte politiche, più vicine ai governatori uscenti rispetto a quelle di Salvini.
In definitiva, il declino della Lega, se continuerà il successo di Vannacci, è ormai vicino. Forse a Giorgia Meloni, paradossalmente, converrebbe già tra pochi mesi cambiare partner per le prossime consultazioni politiche.
Università degli Studi di Milano
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