Partiti e politici
Il feticcio del programma comune al 100%
Il Campo Largo non ha bisogno di un programma comune al 100%. Quella è una chimera. E inseguirla è il modo più rapido per non farlo mai.
Il Campo Largo, secondo me, non ha bisogno di un programma comune al 100%. Quella è una chimera. E inseguirla è il modo più rapido per non farlo mai.
Chi vota PD può guardare con simpatia ai 5 Stelle. Chi vota 5 Stelle può volere l’alleanza con il PD. Ma il PD resta il PD e il M5S resta il M5S. Hanno storie, culture, elettorati diversi. Rinnegare quell’identità in nome di una sintesi forzata non produce unità. Produce astensione.
Vale per tutti. Vale per AVS e vale per Italia Viva.
La politica non è un concorso di purezza. È il principio di realtà.
La destra lo ha capito da tempo. Meloni, Salvini e Tajani non la pensano allo stesso modo su Europa, tasse, diritti, Ucraina. Litigano ogni settimana. Ma non drammatizzano. Si rallegrano di quel 70% che condividono e gestiscono il 30% che li divide come fisiologico.
Nel campo avverso si fa l’opposto. Si litiga sul 30% per dimostrare di essere più puri sul 70% che già si condivide. Sanità pubblica, salari, scuola, lotta al precariato, transizione ecologica giusta: su questo c’è già un campo. Largo.
Le divergenze ci sono. Su armi, politica estera, giustizia. Sono serie, vanno dette. Ma sono secondarie rispetto alla posta in gioco: mandare a casa questa destra e cambiare rotta.
I leader dovrebbero smetterla di cercare l’unanimità e iniziare a praticare la coalizione. Non un partito unico, ma un patto tra diversi che non si vergognano di esserlo.
È così che si può sperare di vincere. È così, soprattutto, che non si fa scappare la gente dal voto.
Condivido le virgole. Siamo la patria di chi ha inventato la scienza della politica, e cioè Machiavelli, ma che cosa sia la politica ancora non riusciamo a capirlo. Almeno chi, a parole, dice di volere cambiare le cose. È una vecchia ossessione identitaria della sinistra italiana combattersi per chi è più puro ideologicamente. Naturalmente così si lascia sfuggire tra le dita quella che Machiavelli chiama la “verità effettuale della cosa”. E nell’articolo è chiamato “principio di realtà”. Niente! da questo orecchio non ci sentono. No so se incazzarmi o mettermi a piangere. Sapendo, però, che in tutti e due i casi non otterrò niente, continueranno a fregarsene della realtà.