Partiti e politici
Il generale d’armata delle tenebre
La strategia di Vannacci è chiara: estremizzare per esistere. Alzare l’asticella della provocazione per costringere gli alleati a inseguirlo sul terreno della reazione pura
Ricordate il fascista truce di una volta, quello con il teschio tra i denti, il manganello d’ordinanza e il passo dell’oca? Roba superata, modernariato da nostalgici. E poi c’era il fascista perbene. Quello che, tutto sommato, “ha fatto anche cose buone“, che teneva alla camicia stirata, al rispetto delle istituzioni (specie se in divisa) e che si presentava come il garante dell’ordine e della disciplina contro il caos progressista.
Oggi, però, il mercato della destra post-ideologica esige un prodotto più spendibile, rassicurante, persino pettinato: ecco a voi la resurrezione del fascista perbene con la sua versione 2.0. Quello che parla con il tono pacato del buon padre di famiglia, indossa la giacca d’ordinanza, esibisce galloni e medaglie e, con il sorriso di chi la sa lunga, svuota di senso la realtà, la logica e, già che c’è, i codici penali. Perchè, nell’anno di grazia 2026, l’evoluzione della specie ci ha regalato la sua versione aggiornata e corretta a favore di telecamera: il Generale d’armata (ma soprattutto di voti cartacei) Roberto Vannacci. Uno che, non pago di aver riempito i canali social e le librerie con i suoi bignami sul “mondo al contrario”, ha deciso di fondare l’ennesimo partitino personale dal nome che è già tutto un programma: Futuro Nazionale. Che poi, a guardare bene le idee che propone, più che un “futuro” sembra un viaggio di sola andata verso il 1926, ma tant’è.
L’altro giorno, a chiusura dell’assemblea costituente della sua neonata creatura politica, il Nostro ha deciso di indossare i panni del novello statista e di lanciare un aut aut nientemeno che al resto del centrodestra. La formula, registrata con il consueto tono da caserma imperiale, è di quelle che fanno tremare i polsi: “Italia agli italiani. Centrodestra con noi o con von der Leyen?”. Che tradotto dal politichese significa: o Giorgia Meloni rincorre me sulla strada del sovranismo duro e puro, oppure le tolgo i voti dei nostalgici del “mondo al contrario”. Un aut-aut talmente strategico che a Palazzo Chigi, si dice, la Meloni stia ancora cercando di capire se ridere in favore di telecamera o convocare un consiglio dei ministri straordinario per decidere come gestire il Generale della saggistica balneare.
Ma il vero capolavoro della giornata, la perla nera che merita di essere scolpita nel marmo della sfrontatezza politica, Vannacci l’ha riservata al tema della violenza di genere. Con la stessa sicumera con cui un tempo spiegava che i tratti somatici determinano l’italianità, il Generale ha liquidato la normativa vigente con una alzata di spalle: “Non esiste il femminicidio, il reato non serve”. Fine della citazione, fine della discussione, fine del senso del ridicolo.
Ora, mentre il Generale pronunciava queste storiche parole davanti a una platea di fedelissimi adoranti, i telegiornali continuavano, purtroppo con la regolarità di un bollettino di guerra, a snocciolare i dati delle tragedie familiari. Donne uccise in quanto donne, da mariti, ex fidanzati, compagni incapaci di accettare la fine di un possesso. Ma per Vannacci no: il fenomeno non esiste. È un’invenzione dei media, una congiura del politicamente corretto, una stortura giuridica che mina la vera “parità”. Secondo questa logica specchiata, siccome siamo tutti uguali davanti alla legge, punire in modo specifico chi uccide una donna per motivi di possesso e discriminazione di genere sarebbe un’ingiustizia. Un ragionamento talmente raffinato che persino un esaminando di giurisprudenza al primo anno verrebbe rispedito a casa a calci nel sedere.
Ciò che è veramente preoccupante, e che trasforma la farsa in tragedia, non è tanto l’uscita estemporanea di un militare prestato alla politica che cerca di capitalizzare il risentimento dei bar dello Sport. Il problema vero è la normalizzazione di questa narrazione. È il fatto che una forza politica che siede nelle istituzioni europee e italiane possa impunemente negare l’evidenza statistica e giuridica di un fenomeno criminoso strutturale.
Negare il femminicidio non è una legittima opinione politica sulla “parità dei sessi”: è un insulto quotidiano alla memoria delle vittime e al lavoro di magistrati, forze dell’ordine e centri antiviolenza che ogni giorno contano i danni di una cultura patriarcale che qualcuno, evidentemente, rimpiange come “l’età dell’oro”. Ma d’altronde, da chi ha basato una carriera politica sulla celebrazione della “normalità” (ovviamente stabilita da lui), cosa ci si poteva aspettare?
Il centrodestra di governo, nel frattempo, fischietta e guarda altrove. Da un lato la Meloni fa i video istituzionali per la giornata contro la violenza sulle donne, dall’altro tollera che il suo principale alleato di fatto (o concorrente a destra) smantelli pezzo per pezzo la legittimità delle leggi dello Stato per racimolare lo zero-virgola-qualcosa dello sciovinismo più becero.
La strategia di Vannacci è chiara: estremizzare per esistere. Alzare l’asticella della provocazione per costringere gli alleati a inseguirlo sul terreno della reazione pura. Resta da vedere se il centrodestra italiano deciderà di farsi dettare l’agenda da chi scambia la complessità del diritto penale con le regole di un corpo di guardia del secolo scorso. Nel dubbio, consigliamo al Generale di dare un’occhiata alle statistiche reali della Direzione centrale della polizia criminale. Scoprirà che la realtà, purtroppo per lui e per i suoi slogan da campagna elettorale permanente, non si cancella con un colpo di spugna o con un capitolo di un libro autoprodotto.
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