Partiti e politici

Il paradosso Renzi

L’appello all’unità del centrosinistra lanciato da Matteo Renzi alla Leopolda 2026 ha, per una volta, premesse ineccepibili. E questo è il paradosso da maneggiare.

5 Ottobre 2026

L’appello all’unità del centrosinistra lanciato da Matteo Renzi alla chiusura della Leopolda 2026 ha, per una volta, premesse ineccepibili. E questo è il paradosso da maneggiare.

Renzi ha detto due cose semplici, che in un Paese normale non dovrebbero nemmeno far discutere. Primo: senza centrosinistra unito la partita è chiusa, con il rischio concreto che la destra porti a casa la riforma costituzionale. Secondo: l’unità non può essere un cartello elettorale dell’ultimo minuto, serve “un programma serio, un contratto alla tedesca”.

Sono premesse giuste. Il problema, per Renzi, non sono mai state le premesse. È tutto ciò che viene dopo.

Ed è qui che si misura la diffidenza — vasta, trasversale, coltivata per motivi diversi — che una parte consistente del campo progressista continua a nutrire nei confronti di Renzi. C’è chi non gli perdona la rottura del 2019, chi lo considera ingombrante, chi — come Giuseppe Conte — ha fatto delle “garanzie” su Renzi una precondizione politica. Una diffidenza non solo emotiva, diventata criterio di posizionamento.

Proprio per questo, però, la costruzione comunicativa dell’intervento di Firenze è stata molto abile.

Primo colpo: Elly Schlein. Renzi ha definito “giuste e generose” le parole della segretaria del PD, riconoscendone la lealtà. Non è un complimento di cortesia. È una mossa che spiazza. Perché Schlein viene da una storia diversa dalla sua, è stata tra le poche ad avere “il coraggio di affrontarmi quando io qualsiasi cosa dicevo ero il vate, ero il guru”. Riconoscerle lealtà significa due cose: togliere al PD l’alibi di presentarsi come garante imbarazzato di Renzi — “è la persona meno adatta a fare la garante per me” — e allo stesso tempo saldare il debito pubblico con l’unica leader che in questo momento può tenere insieme il campo.

Secondo colpo: Conte. A chi gli chiedeva garanzie, Renzi ha risposto rovesciando il tavolo: “Anche io chiedo delle garanzie a Conte”. E le tre garanzie sono un piccolo capolavoro retorico: “mai più Salvini al Viminale, mai più Giorgetti in Consiglio dei ministri e che non staremo mai dalla parte di Donald Trump”.

Il riferimento è trasparente: il primo governo Conte, quando il leader del Carroccio ricopriva il ruolo di ministro dell’Interno. Non è un attacco frontale, è un’allusione. Non dice “sei inaffidabile”, dice “ricordiamoci tutti da dove veniamo”. E costringe Conte a rispondere non sul carattere di Renzi, ma sulla propria storia di governo.

Paradossalmente, l’appello di Renzi funziona perché non chiede di fidarsi di Renzi.

Chiede di fidarsi di un perimetro. Un perimetro europeista, anti-sovranista, incompatibile con la destra di Salvini e con le tentazioni trumpiane.

Resta la domanda di fondo: basta un perimetro ben disegnato a disinnescare anni di diffidenza? Probabilmente no. Ma se il centrosinistra vuole davvero giocarsi la partita, deve partire da qui: non dall’amore per Renzi — che nessuno gli chiede — ma dalla consapevolezza che senza un contratto chiaro e senza veti incrociati, l’alternativa è già scritta.

 

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