Una scuola superiore unica per tutti i ragazzi italiani

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16 Dicembre 2022

Nell’intervista a Libero del 13 dicembre scorso, l’attuale Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha promesso la riforma delle scuole tecniche e professionali: “Noi abbiamo svalutato la formazione tecnica, ritenendola di seconda categoria, quando invece è il pilastro del sistema produttivo”. L’obiettivo dichiarato di Valditara è dare nuovo lustro a quel tipo di formazione: “Bisogna farla diventare un canale formativo di serie A!” così da fornire alle aziende italiane il milione e duecentomila lavoratori – leggi “operai e impiegati tecnici ed esecutivi” – che oggi mancherebbero al nostro sistema produttivo.

Un problema, in effetti, c’è. Gli iscritti agli istituti tecnici ma soprattutto a quelli professionali sono ormai perennemente in calo, mentre aumentano quelli ai licei (circa il 57% degli studenti italiani), per motivi di comprensibile buon senso. Le scuole tecniche e professionali vengono correttamente percepite dagli stessi ragazzi come scuole di serie B, perché lo sbocco lavorativo è principalmente quello dell’operaio e dell’impiegato esecutivo. Solo il 10% di chi ha frequentato un istituto professionale e il 30% di chi ha scelto un tecnico si iscrive all’università, contro il 73% dei liceali (un dato sul quale ritornerò).

Difficile quindi convincere un ragazzo di tredici/quattordici anni a iscriversi agli istituti tecnici e professionali che tanto piacciono al Ministro Valditara, perchè le aziende italiane vogliono operai da mandare in fabbrica il prima possibile, poco importa se non hanno studiato la costituzione e non sono diventati “cittadini sovrani”, come amava definire don Milani gli studenti formati al punto di saper esercitare i loro diritti civili, oltre che a lavorare su una macchina (o un computer, nel 2022).

Gli istituti tecnici e professionali possono quindi essere tranquillamente definiti le scuole della diseguaglianza, perché il destino di chi li frequenta è in gran parte scritto in partenza, il giorno stesso in cui vi si iscrive. I licei, invece, sono le VERE scuole che aprono le porte a una mobilità sociale ascensionale, perché chi li frequenta ha ottime probabilità di iscriversi all’università e proseguire verso una buona carriera professionale.

C’è quindi poco da sproloquiare sull’importanza del “Merito” – inodore e incolore, ma soprattutto senza nessun profumo della classe sociale di provenienza – che permetterebbe a chiunque si impegni con profitto di imbarcarsi sull’ascensore sociale della scuola, perché i dati (ce ne sono tanti, li illustrerò nei prossimi articoli) dicono che l’attuale scuola italiana si limita ancora a replicare per i suoi allievi il titolo di studio dei loro genitori. Se sei figlio di un laureato, andrai al liceo, ti iscriverai all’università e otterrai (molto probabilmente) la laurea. Se sei figlio della classe esecutiva, sceglierai un istituto tecnico o professionale e (se riuscirai a ottenere il diploma, senza essere bocciato o abbandonare la scuola) finirai per fare il lavoro di tuo padre (e tua madre): l’operaio o l’impiegato esecutivo.

Per sostenere onestamente la teoria del Merito, non viziato dalle origini sociali e culturali della famiglia di provenienza,  bisognerebbe fare la stessa operazione del 1962, quando furono abolite le scuole di avviamento (destinate a chi sarebbe andato subito dopo a lavorare, a quattordici anni) e venne istituita la scuola media unica. Tutti i ragazzi italiani potevano finalmente ricevere la stessa istruzione per otto anni, uguale per tutti, e nessuno sarebbe più stato costretto a seguire a soli dieci anni di età il suo fato (scritto dalla classe sociale di provenienza): studiare ancora tre anni per poi finire subito dopo a lavorare, oppure iscriversi alle scuole medie così da seguire un percorso che gli avrebbe offerto sbocchi migliori: il diploma di maturità, l’università e quindi la carriera professionale.

Per parlare onestamente di Merito, l’unica strada da percorrere dovrebbe essere quella di unificare le scuole superiori italiane  –  licei, tecnici e professionali – in un unico indirizzo, che per semplicità chiamerò “liceo unificato”, accorciato magari di un anno, perchè tutti gli studenti italiani possano per davvero ricevere le stesse opportunità relativamente all’istruzione, per poi decidere, finiti i quattro anni di liceo unico, se iscriversi all’università, oppure proseguire con una formazione tecnica, magari biennale o triennale, o andare invece subito a lavorare – perché no? – per poi rientrare, magari più tardi, in altri percorsi formativi.

Il modello della scuola superiore uguale per tutti non è una fantasia da sinistra estrema e utopistica, ma esiste in molti paesi del mondo, tra cui Canada, USA, Australia e Nuova Zelanda, paesi che non possono certo venire accusati di essere di stampo socialista. Ma non solo, la scuola superiore unica non abbassa il livello dell’istruzione del paese che l’adotta, secondo il paradigma (ma è solo un bias…) secondo cui la “scuola di massa”, o “democratica” come la chiama qualcuno, peggiora il livello generale dell’istruzione, ma vi sono invece le prove che, al contrario, tende ad aumentarlo. Prenderò come esempio, per dimostrare la mia tesi, la scuola superiore canadese e farò un confronto con quella italiana, perché secondo le classifiche OCSE, la scuola canadese è la migliore (ottava al mondo, dopo quella estone, purtroppo poco studiata) fra i paesi occidentali, mentre quella italiana si trova  (in genere) dopo il trentacinquesimo posto delle classifiche OCSE (1).

In Canada esiste per l’appunto un’unica scuola superiore, chiamata semplicemente Secondary School. Dura quattro anni, le materie principali sono obbligatorie, mentre quelle facoltative vengono liberamente scelte dagli allievi. Tutti i ragazzi ottengono lo stesso diploma, chiamato “Diploma”, da leggere con l’accento inglese.

Le scuole superiori italiane durano invece cinque anni e sono divise in trentanove indirizzi: sei per i licei, ventidue per gli istituti tecnici e undici per i professionali. Non solo, nel biennio le materie sono diverse da quelle del triennio, in tutti i trentanove indirizzi. Si potrebbe continuare per pagine e pagine a descrivere la varietà e l’incredibile assortimento di strampalati indirizzi delle scuole superiori italiane, ma vale la pena di farsi prima una domanda: perché il liceo unico canadese produce studenti mediamente molto più bravi di quelli usciti dalla nostra moltitudine di indirizzi scolastici?

Nelle indagini OCSE-PISA che misurano il livello di istruzione dei quindicenni nei paesi industrializzati, gli studenti canadesi ottengono infatti da sempre risultati migliori di quelli italiani in tutte le prove. Nelle rilevazioni del 2018 (1bis), il Canada, insieme all’Estonia, è stato il paese a raggiungere i punteggi più alti del mondo occidentale. L’Italia si colloca invece al di sotto della media OCSE nelle prove di comprensione del testo, come spiega Ilaria Venturi nel suo articolo su Repubblica: “Scuola, rapporto Ocse-Pisa: solo uno studente su venti sa distinguere tra fatti e opinioni”(2). Secondo la Venturi: “Gli studenti italiani che hanno difficoltà con gli aspetti di base della lettura sono uno su quattro: non riescono a identificare, per esempio, l’idea principale di un testo di media lunghezza”. In matematica, gli studenti italiani sono invece allineati con la media degli altri paesi del campione (ma pur sempre meno bravi di quelli canadesi), mentre in scienze risultano sotto la media OCSE. In Italia, vi sono inoltre fortissime differenze fra i risultati del Nord e del Sud, tra i maschi e le femmine, ma soprattutto fra i licei e gli istituti tecnici e professionali.

I risultati delle prove INVALSI del 2019 (3) confermano quest’ultimo dato: “Il punteggio medio a livello nazionale per tipo di scuola è di 224 punti nei licei scientifici e classici, di 206 punti negli altri licei, di 192 punti negli istituti tecnici e di 168 punti negli istituti professionali”. Nessuno può quindi ragionevolmente negare che in Italia esistono scuole superiori di serie A, i licei, dove le competenze acquisite dagli studenti sono in linea con la media dei loro coetanei occidentali, mentre nelle scuole di serie B, gli istituti tecnici e professionali, i ragazzi ottengono risultati peggiori non solo dei liceali italiani, ma persino della media degli studenti occidentali.

In realtà, i ragazzi italiani sono i primi a sapere che i licei sono le scuole migliori d’Italia. I licei sorgono da sempre nel centro delle città, mentre gli istituti tecnici e quelli professionali si trovano in genere in periferia, dove vige la cosiddetta segregazione abitativa – nei sobborghi vivono le famiglie più povere – che si riflette nella segregazione scolastica. I figli delle famiglie meno abbienti finiscono quindi in scuole peggiori, dove imparano di meno dei figli dei benestanti.

Non solo, chi frequenta il liceo avrà difficilmente amici che vanno all’istituto tecnico o a quello professionale, mentre tra questi ultimi sono concesse ibridazioni nelle reti di amicizie, proprio in virtù della consapevolezza di non far parte delle élite studentesche. L’attuale scuola italiana assomiglia ancora incredibilmente a quella aristocratica del Regno d’Italia, divisa tra il ginnasio per le élite che avrebbero fatto l’università e le scuole tecniche per chi sarebbe andato a lavorare.

Oggi i ragazzi italiani sono ancora costretti a scegliere, a quattordici anni, tra il liceo, che apre le porte dell’università, e gli istituti tecnici e professionali per chi è destinato a entrare in fretta nel mondo del lavoro. Come abbiamo già detto, secondo i dati del MIUR (4) sugli immatricolati nell’anno 2015/2016, solo l’11,7% proveniva da un istituto professionale; il 32,3% dagli istituti tecnici e il 73% dai licei.

Nei paesi dove esiste un’unica scuola superiore, il percorso d’ingresso all’università viene invece costruito durante tutto l’arco del liceo. Gli studenti hanno quattro anni in più rispetto ai nostri per capire  qual è la loro disposizione verso lo studio. Durante il liceo possono infatti scegliere le materie che consentono di accumulare i “crediti” necessari per iscriversi  all’università. I voti presi al liceo servono a  determinare il Great Point Average (GPA) (5), una sorta di voto medio ponderato che lo studente riceve al termine delle superiori. Solo un GPA superiore a una certa soglia permette di accedere all’università, ma i ragazzi hanno quattro anni per mettersi alla prova e capire quali sono le loro attitudini verso lo studio. Se si rendono conto di essere poco portati per le materie che bisogna approfondire per iscriversi all’università, possono sceglierne di più facili e alla fine otterranno ugualmente il  Diploma.

Lo studente con un buon GPA verrà premiato da un Diploma con Honors o Great Honors, e il suo sforzo e le sue abilità gli verranno riconosciute anche all’interno di un contesto di scuola superiore unificata. E quando, durante la festa della Graduation,  la nostra Maturità, i ragazzi lanceranno all’aria il loro cappellino, si sentiranno uniti –  ma soprattutto uguali, almeno in quella giornata così celebrata –  sotto lo stesso cielo (canadese, ripeto), anche se poi qualcuno di loro finirà a lavorare in fabbrica e qualcun altro diventerà un medico.

Offrire a tutti la stessa istruzione fino ai diciassette/diciotto anni non basta ugualmente ad annullare gli effetti della disparità economica delle famiglie di provenienza sul rendimento scolastico dei figli, ma sarebbe comunque un passo avanti rispetto all’attuale sistema italiano che discrimina gli studenti, già alla fine della scuola media, tra chi è destinato a continuare gli studi e chi invece riceverà solo la formazione tecnica e professionale necessaria per trovarsi un lavoro il prima possibile, anche a sedici anni, dopo un corso negli E.F.P, gli enti triennali di formazione professionale. Meglio abolire i trentanove indirizzi (e gli E.F.P) e adottare il modello della scuola superiore unica, perché nessuno riceva un’istruzione che sia già in partenza notoriamente peggiore di quella degli altri, per spostare alla fine del quadriennio unificato la formazione tecnica e professionale. Sarà inoltre possibile inserire tra le materie facoltative del liceo quelle più tecniche che possono già interessare  i ragazzi a quattrodici anni.

Una volta preso il diploma unico, i ragazzi potranno iscriversi all’università, superando gli stessi sistemi di test attualmente in vigore. I ragazzi che invece vogliono ricevere una formazione tecnica e professionale, potranno frequentare per uno, due o tre anni un istituto superiore di formazione. La formazione tecnica triennale dovrà ragionevolmente essere associata a un Diploma di Laurea, al contrario di quanto avviene adesso. Bisognerà poi aumentare anche le borse di studio a favore degli studenti meritevoli, per evitare che proseguano gli studi  solo i ragazzi che provengono da famiglie abbienti. Chi invece vorrà andare subito a lavorare, sarà libero di farlo, ma senza la percezione di aver fatto parte della popolazione scolastica più sfortunata, che ha frequentato fin da subito scuole di cattiva qualità, sapendo che il suo destino sarebbe stato peggiore di quello dei colleghi liceali.

Ma per offrire a tutti nostri ragazzi le stesse opportunità nel campo dell’istruzione, bisognerebbe anche adottare un sistema scolastico misto, pubblico e privato, con un modello di finanziamento diverso da quello attuale. In Italia possono iscriversi alle scuole private solo i figli dei ricchi, in grado di pagare la retta scolastica. A peggiorare una simile ingiustizia concorre l’attuale sistema di voucher – la cui entità è definita a livello regionale – offerti alle famiglie che mandano i figli nelle scuole private, per coprire una parte delle spese che hanno sostenuto. Così intesi, i voucher sono un favore ai ricchi e peggiorano la discriminazione tra gli studenti in base al reddito della famiglia da cui provengono.

Meglio introdurre anche in Italia il modello delle Charter school (6), ovvero scuole private alle quali si accede con un voucher pagato interamente dallo stato alle famiglie che desiderano iscrivere il figlio a una scuola indipendente. Le Charter School, finanziate dallo stato, a volte da fondi privati, sono chiamate anche “scuole indipendenti”, perché godono di una maggiore autonomia nella definizione dei programmi scolastici.

Con il sistema del voucher che copre interamente il costo della retta, il sistema pubblico viene messo in concorrenza con quello indipendente. In Italia, purtroppo, usare la parola concorrenza in riferimento alla scuola evoca scenari di capitalismo selvaggio, quando invece la presenza di scuole indipendenti è solo il riflesso di una maggiore libertà nel campo dell’istruzione, non più gestita centralmente solo dallo stato.

Le scuole indipendenti che riescono ad attrarre più iscritti, prospereranno, mentre quelle che non ci riescono, chiuderanno. Naturalmente, per adottare un simile modello, è necessario poter misurare i risultati raggiunti dagli allievi delle scuole indipendenti. Si possono per esempio utilizzare strumenti come i test INVALSI: se gli studenti di una scuola indipendente ottengono dei buoni punteggi, comparati con quelli di zone simili per condizioni socioeconomiche delle famiglie, allora le scuole potranno continuare a essere finanziate. Se invece gli studenti iscritti alle scuole indipendenti ottengono cattivi risultati, la scuola perderà il diritto a ricevere i finanziamenti statali sotto forma di voucher alle famiglie.

Lo stesso principio dovrebbe essere adottato anche nel caso delle scuole pubbliche: nel caso in cui i risultati dei test INVALSI siano particolarmente negativi, il Ministero dell’Istruzione dovrebbe indagare sulle ragioni per cui ciò avviene, anche utilizzando una rete di ispettori. Andrebbero quindi effettuati degli interventi correttivi sulla scuola e sulla didattica impiegata, fino a quando i risultati non migliorino.

Nei prossimi articoli, elencherò dieci proposte per la scuola superiore unica, pensate con un obiettivo audace: far ottenere a tutti i ragazzi italiani il diploma di maturità, dopo averli anche dotati delle competenze digitali necessarie per entrare subito sul mercato del lavoro e strapparli al destino che attende uno su quattro dei nostri ragazzi: diventare un NEET, Neither in employment education or training, ovvero giovani che non studiano, non lavorano e non seguono programmi di formazione, di cui siamo purtroppo i campioni d’Europa (7).

 

LEGGI LE PROPOSTE SULLA SCUOLA

UNO. Dopo la scuola media unica, il liceo unico

DUE. Scuola a “tempo lungo” fino a diciassette/diciotto anni

TRE. Togliamo agli studenti il cellulare ma diamogli il computer

QUATTRO. Una nuova pedagogia per la scuola italiana

CINQUE. Supereroi della scrittura e del public speaking

SEI. Test nazionali durante l’anno e voti espressi in lettere

SETTE. Troppe bocciature negli istituti tecnici e professionali

OTTO. Aboliamo la maturità e gli esami a settembre

NOVE. Un nuovo sistema di valutazione per scuole e docenti

DIECI. Un nuovo contratto di lavoro per i docenti italiani

 

 

(1 e 1bis) PISA, Results, Combined Executive Summary, Volume I, II & II, OECD 2019. Per una lettura di sintesi dei risultati ho usato una mappa costruita sulla base della media tra i tre indici in lettura, matematica e scienze calcolati per ciascun paese: “Worldwide ranking, PISA 2018, Factsmap, https://i2.wp.com/factsmaps.com/wp-content/uploads/2019/12/pisa-2018.png.

(2) Ilaria Venturi, Scuola, rapporto Ocse-Pisa: solo uno studente su 20 sa distinguere tra fatti e opinioni, Repubblica, 3 dicembre 2019, https://www.repubblica.it/scuola/2019/12/03/news/ocse-pisa-242483497/.

(3) INVALSI, Rapporto Nazionale Prove Invalsi, 2019.

(4) Sevizio Statistico del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Focus Gli immatricolati nell’a.a. 2015/2016, il passaggio dalla scuola all’università dei diplomati nel 2015, marzo 2016.

(5) Great Point Average, GPA, utilizzato nei paesi anglosassoni come indicatore della valutazione scolastica. È fondato sulla media dei punteggi conseguiti dall’allievo in un periodo (o corso di studi) dato, https://en.wiktionary.org/wiki/grade_point_average#English.

(6) Charter School, scuole private che ricevono finanziamenti dal governo ma operano in modo indipendente dal sistema scolastico, https://en.wikipedia.org/wiki/Charter_school.

(7) Rapporto EURISPES NEET 2022 https://eurispes.eu/news/risultati-del-rapporto-italia-2022/

TAG: charter school, Giuseppe Valditara, Merito, merito a scuola, neet, OCSE, riforma della scuola, scuola, scuola media unica, scuola superiore unica, scuole indipendenti, voucher scuola
CAT: scuola

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