Il pensiero critico come antitodo contro l’emergere del nuovo fascismo

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5 Giugno 2021

“Siamo figli delle stelle e pronipoti di sua maestà il denaro”

Viviamo in un’epoca in cui i rituali collettivi e le commemorazioni degli eventi della storia vengono preferiti all’analisi e alla riflessione, alimentando così una “religione civile” che ci rassicura e ci consola, nell’illusione di opporre il presente al passato, la vita alla morte, il bene redentore alla barbarie. Si assiste a un moltiplicarsi di leggi sulla memoria che impongono come dovere istituzionale la commemorazione di fatti della storia nazionale cui lo Stato attribuisce riconoscimento giuridico di memoria ufficiale o legittima.
Si è celebrato, qualche giorno fa, la nascita della Repubblica Italiana; figura divenuta emblema della nascita dell’Italia democratica dopo il ventennio fascista è il volto sorridente di Anna Iberti che campeggia sulla prima pagina de “ Il Corriere della Sera”.
Tra un po’ gli studenti italiani si appresteranno ad affrontare l’agognata e temuta maturità, verrà loro richiesta l’acquisizione di contenuti e i metodi propri delle singole discipline, di essere capace di utilizzare le conoscenze acquisite e di metterle in relazione tra loro per argomentare in maniera critica e personale.
Se uno di questi studenti avrà sfogliato un quotidiano, o attinto informazioni attraverso il web, nell’ultima settimana, la tragedia della Funivia dello Stresa Mottarone, il caso Ilva, l’aggressione della coppia gay in vacanza a Palermo, la scarcerazione di Brusca erano tra le notizie nazionali che avevano maggiore rilevanza. Avrebbe il nostro studente, leggendole, utilizzato le conoscenze acquisite per argomentare in modo critico sui fatti?
In primo luogo, bisogna definire cosa si intende per pensiero critico e come si può educare al suo esercizio. Certamente, esso non è identificabile con un modello di pensiero determinato, un protocollo, un algoritmo, come se fosse possibile identificare una serie di passaggi logici da insegnare. Dewey parla di apprendimento collaterale che è un processo parallelo, contemporaneo all’apprendimento superficiale degli argomenti, un processo di formazione di abiti mentali che sono il prodotto più duraturo della formazione scolastica perché sono pervicaci, rimangono e condizionano il modo di pensare e affrontare la realtà.
Ritornando al maturando che si imbatte nelle notizie più rilevanti dell’ultima settimana, egli potrebbe scorgere nel comportamento criminale dei proprietari dell’impianto di Stresa un azzardo morale sulla vita delle persone in base all’applicazione di una semplicissima logica: garantire i propri profitti. Logica che sottende il caso Ilva dove a essere svenduto non è solo l’ambiente, ma la vita di tanti bambini. Potrebbe scorgere nell’abbrutimento dell’essere umano a mezzo di produzione di ricchezza, nella sopraffazione dell’altro, nella caduta dell’umanità nella barbarie, nell’uso improprio della ragione, gli indicatori di un fascismo latente, in continua evoluzione di cui si rinvengono tracce anche se sotto mentite spoglie.
Adorno, uno dei rappresentanti più brillanti della scuola di Francoforte, lasciata la Germania nel 1938, mette in guardia i contemporanei contro i pericoli della ragione strumentale e della fine dello spirito critico. Per il filosofo tedesco, gli orrori nazisti rappresentano un evento drammatico della storia dell’umanità da cui è necessario trarre un insegnamento storico. Con lui nasce l’idea che il nazismo non è stata un crollo della civiltà nella barbarie ma, al contrario, la conseguenza di una certa forma di civiltà basata sul principio della ragione strumentale. È per questo che insiste sulla necessità di prendere posizione in favore dell’umanesimo in un mondo sempre più inumano in cui la regola da seguire sembra essere quella del perseguimento del profitto individuale.
Adorno definisce ragione strumentale, la conoscenza oggettiva che riduce il comportamento umano a un certo numero di leggi, e che imbriglia l’individuo nei fatti considerati nella loro immediatezza e allo stato grezzo. Suo limite è la ricerca di ciò che è utile e funzionale. Denuncia i pericoli della mercificazione della società che nel disprezzo per il pensiero critico è assoggettata alla legge dello scambio. Che si tratti di esattezza matematica o di utilità commerciale, quando la ragione è semplicemente strumentale, il pensiero risulta diminuito. Il ruolo dell’intellettuale, secondo Adorno, perciò, è quello di cercare e analizzare il senso nascosto delle cose, denunciare l’emergere del conformismo e la fine dello spirito critico che ha permesso al fascismo di manifestarsi.
Le riflessioni di Pasolini riecheggiano le analisi di Adorno.
Pasolini vedeva il fascismo come una forma di abbandono morale, una complicità con il potere che tocca le persone in ciò che hanno di più intimo, il suo apogeo viene raggiunto quando non ci si oppone più al processo di mercificazione dell’essere umano, quando si considera normale che i rapporti fra le persone si riducono a un rapporto di consumo. Condanna la violenza di quel che chiamava il vero fascismo: la violenza del conformismo, dell’omologazione sociale, della deculturazione. Sebbene considera il fascismo storico scomparso, gli pare che la società dei consumi imponga una dittatura di gusti, di preferenze, e produca al tempo stesso sia il conformismo che le merci. Il “poeta dei ragazzi di vita”, l’araldo della povera gente, disprezzato da chi non tollera che si offra dell’Itala un’immagine diversa da quella della prosperità economica e borghese, sottolinea come la febbre del consumo sia febbre di obbedienza. Non esiste più controllo poliziesco dei comportamenti; ciascuno si sottomette alla dittatura della maggioranza: bisogna consumare, essere felici, essere liberi.
Quando Adorno in “Minima Moralia”, analizza la frenesia del consumo che sembra ossessionare le persone nel dopoguerra, anticipa le critiche di Pasolini:
“Ogni programma deve essere ingoiato fino in fondo, ogni best seller deve essere letto, ogni film visto durante il periodo del suo maggior successo. La massa di quel che si consuma senza discernimento raggiunge proporzioni inquietanti”.
Appare lampante, allora, che ci siano nel presente tracce di un nuovo fascismo che si traduce nell’assenza di qualunque forma di pietà, nella connessione fra cancellazione della sensibilità ed economia del profitto.
Se si pensa che nel disegno di riforma La Buona Scuola del governo Renzi si auspicava all’istituzione di un corso obbligatorio di economia in ogni tipo di scuola, si comprende come soffocare ogni tentativo di sviluppo di pensiero critico, comprimendo l’alunno nella dimensione del piccolo ragioniere, sia strumentale alla docilità del cittadino nei confronti dell’estabilishment politico.
Sempre più necessaria, perciò, appare la formazione di un pensiero critico che non sia feticcio da sovrapporre ai vari insegnamenti, ma accorto alla realtà e che si nutra di un atteggiamento democratico. Formare allo spirito critico e formare allo spirito democratico devono essere facce di una stessa medaglia e ciò può avvenire solo in una scuola pensata come comunità di liberi dubitanti.

TAG: economia
CAT: scuola, società

Un commento

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  1. pasquale-hamel 3 settimane fa

    Antidoto e non antitodo

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