Costume
Una bella vita da cani
Esplosione dei servizi per cani, sempre più forzati ad abitudini e comportamenti da Sapiens. L’autore immagina di reincarnarsi in un quattrozampe fedele, ma vorrebbe continuare a leggere.
Mi sono convertito a una colazione salutista. All’imbrunire in tazza grande. Vaschetta di yogurt magro, un cucchiaio di semi di chia, uno di semi di zucca, qualche gheriglio di noce frantumato, una manciata di mandorle, un tuffo di mirtilli (con i cornflakes ho smesso: hanno perso la mia stima calorica). Ed ecco pronto il mio bel pastrugno da cagnone. Nel caso il buddhismo dovesse funzionare, è la mia reincarnazione preferita.
Non mi sono ancora convertito ad avere un quattrozampe fedele, ma immagino di esserlo: questa è la mia manifestazione d’amore.
Mentre mastico leggo un bel resoconto sull’esplosione degli animali domestici, e di conseguenza di tutta una serie di servizi non essenziali dedicati, ai cani soprattutto. Il non essenziale è un godimento, e chiama l’immedesimazione.
A Roma c’è un ristorante dal nome perfetto: Fiuto. Una cucina per i cani e una per i bipedi, con tanto di addestratore che sorveglia gli animali, li guida al loro tavolo, ma soprattutto suggerisce canzoni e luci che non li disturbino. Io, che sono allergico alle luci invadenti e alla musica ignorante, prenoterei: quasi tutti i luoghi destinati agli umani ignorano la mia sensibilità.
Poi la spesa da Arcaplanet: ce ne sono talmente tante (solo negli ultimi due anni, aperte 100 sedi) che una a due passi è sicura. Oltre allo sgagnare e agli accessori più disparati, offre lavaggio e consulenze nutrizionali: già mi vedo pulito, tonico, e con gli esami del sangue senza asterischi.
Ma l’elenco dei vizi è ampio, e in continuo divenire: quando un comportamento sociale si impone, il business fa la voce grossa. E noi pronti allo scodinzolar festante. A proposito. un signore qualificato, vicesegretario del sindacato italiano dei veterinari di medicina pubblica, ammonisce che il problema arriva quando si tratta il cane come un essere umano, forzandolo ad abitudini e comportamenti da sapiens.
Un esempio: i profumi dedicati al quattrozampe. Al suo olfatto superbo non può piacere il cosmetico artificio, che regala benefici. Lui ben altri odori setaccia, per poi ricoprirli, orgoglioso e sfidante, con il suo. Si tratta solo di un pippone del padrone. E più persone vivono con un cane, più lievita il rischio di costringerlo a diventarci specchio, e ridurlo a una immedesimazione forzata e in qualche modo violenta. Penso ai cappottini, alle sgambate tenuti in braccio o dentro una borsetta. Ai bacioni sulla bocca, pardon, sul muso, di chi comunque discende da un lupo: lo spirito degli antenati si rivolta ringhiando nell’Ade.
A sostenere la mia candidatura aggiungo che non uso profumi, se non lo stick per le ascelle, che hanno vita autonoma e ribelle. E che mi piace parecchio urinare all’aperto.
L’invadenza umana arriva anche con l’inevitabile saluto. Oggi al caro estinto, di taglia minima o enorme che sia, viene data la possibilità di essere accompagnato all’aldilà esattamente come faremmo per un nostro caro.
Mi concedo stavolta all’AI, tagliuzzandola un poco: “Le onoranze funebri gestiscono la dipartita degli animali domestici con rispetto e dignità, occupandosi di pratiche burocratiche, trasporto, cremazione o sepoltura. Inclusi la gestione del microchip, fornitura di urne, cerimonie di commiato e, talvolta, supporto psicologico per il lutto”.
Me cojoni!
Possibile anche trasformare le ceneri del quadrupede defunto in un diamante. Che è per sempre. E più di questo, non si può.
Nel mio piccolo, ancora uomo, desidero solo essere soffiato in mare. E se proprio ai miei congiunti servisse una tomba, la vorrei come quella dei soldati americani: una croce spoglia in un rettangolo di prato. Buono anche per pisciarci sopra.
Al Buddha che mi concederà la grazia di riportarmi a correre su questa terra nelle vesti di cagnone chiederei una sola cosa: di scegliere il mio Pet mate, o Umano di riferimento: padrone, nel mio caso, è parola oscena. Si chiama Stefano. È un bibliotecario. Il suo lavoro è maneggiare, scoprire e suggerire libri. Per farlo la naturale premessa è leggere. Un verbo che nel suo caso arriva subito dopo il respirare. Ha una sessantina d’anni, una moglie, tre figli maschi, una grande casa in Brianza, con le pareti ricoperte di librerie stracolme, anche qui. E ha un cane, Klea. Nome di origine greca, derivato da kléos, che sta per gloria, fama; una dea, in sostanza. Anche se lo ha scelto soprattutto per il suono, che gli si era infilato sotto la copertina della memoria dopo averlo visto come titolo di un romanzo, di Lawrence Durrell, richiesto in prestito da un’anziana signora in biblioteca.
In Klea non riversa compensi da solitudine, bisogno di obbedienza, moine da fidanzati. Ma, senza sentirsi ingrato agli amori di sangue e alle mura, non vede l’ora di ritagliarsi il tempo con Lei e un libro. Insieme. Fuori.
Ecco, io vorrei essere l’altro cane, il maschio. Con loro.
Ogni uscita dura almeno una mezz’ora. Stefano si porta un libro leggero. Per tenerlo su a schiena dritta. Un Sellerio, spesso: di scarso metraggio e contenuti a prova di distrazione.
Gli occhiali sulla punta del naso, che quando alza lo sguardo lo punta bene sui dintorni. E su Klea, ovviamente. Col tempo ha sviluppato la visione alle parole mantenendo l’attenzione al circostante. Il cervello ha imparato a gestire le due funzioni, come fa naturalmente quando riconosce un bisogno. Quando ci sarò anch’io, certo, il circostante sarà più ampio: ma cercherò di stare incollato a Klea, per dargli solo un’inquadratura mobile.
Il mio nuovo nome? Va già bene Mauri: rapido, canino. Forse però meglio la sintesi massima: Mau, che con un rapido cambio d’iniziale diventa già una voce.
Stefano legge anche trenta/quaranta pagine per uscita. E io troverei un modo per chiedergli di leggere a voce alta, se non sapessi che lo fa comunque. Lo guarderei fisso, con quella supplica che solo un cane sa lanciare; salterei con le zampe sulle pagine, abbaierei contro il suo silenzio di lettore assorto… Sono certo che mi capirebbe. Del resto ci siamo sempre capiti, da umani e diversi. Mi basterebbe anche che le soffiasse appena, le parole, visto che avrei un udito quattro volte più sensibile di quello che mi ritrovo adesso. E poi, Stefano, veterano obbligato dei reading, legge facendotele comparire davanti, come coriandoli.
Considerando che i bisogni primari del gioco, del cibo e del sesso (Klea non potrà sfuggirmi) non mi mancherebbero, quella del leggere sarebbe l’unica mancanza, e con Stefano la compenserei. Lo scrivere? Sto già dando a sufficienza in questa vita. Nella prossima annuserei, ascolterei, osserverei, senza doveri di testimonianza.
Nel suo paese, che è piccolo quanto basta, è diventato una specie di celebrità: l’uomo col cane che legge. Gli ha detto proprio così, un tizio incrociato dal panettiere: “Ma lei è l’uomo col cane che legge!”. Lui ha risposto di sì, evitando di disquisire sui soggetti e magari aggiungere che in realtà Klea non legge, anche se il suo nome divino glielo consentirebbe. E poi, in fondo, chi ti accompagna sta facendo il tuo stesso percorso.
La sua passeggiata inizia da una piccola circonvallazione, strada principale sulla quale può vedere in buon anticipo chi arriva dalla parte opposta, come in una tavola rotonda, quando hai lo sguardo di tutti i commensali. Tiene Klea col guinzaglio infilato nel braccio, in modo di avere entrambe le mani libere. Ma anche per alternarle nella minuscola fatica del tenere sollevato il libro, che quando si accumula, è come la leggera discesa che monta il rotolare.
Quando incrociano una persona nella direzione opposta Stefano chiede a Klea di fermarsi. Non c’è bisogno di punti esclamativi o grassetto: lei sa già la procedura standard: si accuccia per lasciar passare il soggetto. È capitato che una signora gli chiedesse: “Ma è così pericolosa?” “No”, ha risposto lui. “È bravissima, ma non sai mai chi è la persona che incroci”. Il classico Lei non sa chi sono io! diventato un Io non so chi è lei, molto più inclusivo.
L’altra pausa obbligata è quella fisiologica. Argomento dolente, perché quella dei cani on the road azzanna l’ironia e si piega alla polemica. Ma proviamo a resistere, e a intuirne pure un lato artistico: insieme agli animali si moltiplicano i cartelli. Appesi fuori da porte, cancelli e negozi, scritti da chi è esasperato dal trovare ai suoi piedi, oltre alla chiazze d’urina che dal muro scivolano e sfociano sul marciapiede, le piccole sculture di cacche secche o ancora fumanti. Alcuni si costringono all’educazione, col tono da amministratore di condominio, altri senti che impugnano il pennarello e intanto sognano un cannone. Quelli sbagliati, in stampatello claudicante e sintassi ballerina, sono i più divertenti. E gli faccio una foto.
Grazie al pastrugno da cagnone le mie feci le depongo subito dopo, soddisfacenti, tutte le mattine. Una volta al giorno, come Klea. La faremmo in sintonia.
Finito l’asfalto, Klea viene slegata, e proseguono in duo spaiato nella campagna che si apre subito dopo: lei può odorare il mondo e rincorrere imprendibili corvi, mentre lui deve soltanto monitorare qualche buca nel terreno. La lettura si accorda alla gioia ansimante di Klea.
Anche perché Stefano lascia sempre lo smartphone a casa: con lui non rischi di appassire vicino al divano, maturando la nostalgia del tempo in cui fosti Lupus. Selvatico. E già mi vedo inseguire ombre, godermi l’odore dell’erba umida, insieme agli ormoni di un’animale femmina.
Ma anche Stefano ha le sue paturnie. Quando esce la sera deve esserci per forza qualcuno a casa con Klea. Non riesce a pensarla sola, concentrata nel dubbio istintivo dell’abbandono. Di solito qualcuno in famiglia che resti si trova, ma nel caso estremo, rinuncia lui ad uscire. Da uomo, non lo condivido per niente. Da cane, Klea ringrazia intimamente.
Se dovessi però arrivare a farle compagnia, so che un paio d’ore senza esseri umani ce le concederebbe. E dentro uno di quei rari momenti con Klea mi accoppierei: mi piace farlo quando so che non c’è attorno anima viva. Soli. Una parola che nella mia testa risuona sempre cantata da Battisti, nel suo brano omonimo, con le vocali lunghe, dolcissima e inquieta.
Tolta la fase di gioco e del corteggiare, la penetrazione avrebbe una durata media di 30-40 minuti, e solo per questo varrebbe la pena farsi cane. Certo, nel Nodo i due amanti saldati si danno le spalle, “quasi due estranei”. Ma forse è molto meglio del nostro darsi le spalle nel lettone, subito dopo, al termine di ben più rapidi amplessi.
E poi, dulcis in fundo, avrei un sacco di figli. Maschi e femmine assortiti. Io, comune mortale, da Klea, la dea.
Lasciatemi sognare.
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