Famiglia

Perché interveniamo sui ragazzi invece che sugli adulti?

Quando un adolescente diventa violento o problematico, tutto lo sguardo si concentra su di lui. Molto meno sul mondo adulto che lo ha cresciuto. Ma cosa succede quando interveniamo solo dove abbiamo potere e non dove il problema prende forma?

15 Maggio 2026

Negli ultimi anni, ogni volta che un adolescente compie un atto violento, il dibattito pubblico si attiva con una certa prevedibilità. Le domande si concentrano rapidamente su ciò che accade dentro quel ragazzo: quali fragilità lo attraversano, quali meccanismi psicologici si sono attivati, quali carenze emotive o relazionali possono aver contribuito al gesto.

È uno sguardo necessario, perché prova a sottrarre la violenza a letture superficiali o puramente punitive. Ma è uno sguardo che, se resta da solo, rischia di diventare parziale.

Perché, accanto a queste domande, ce n’è un’altra che fatica a trovare spazio, che raramente viene posta con la stessa forza e la stessa sistematicità: cosa è successo intorno a quel ragazzo?

Nel lavoro educativo e nei servizi della giustizia minorile questa asimmetria non è un’astrazione teorica, ma una realtà quotidiana. I minori diventano il centro di percorsi, valutazioni e interventi spesso articolati, intensivi, talvolta obbligati. Sono convocati, seguiti, accompagnati dentro dispositivi strutturati che hanno l’obiettivo di comprenderli e, quando possibile, trasformare le loro traiettorie.

Il mondo adulto, invece, resta più sfuggente. Più difficile da ingaggiare, meno vincolato, meno esposto a percorsi altrettanto strutturati. Non perché sia irrilevante, ma perché è più complesso trasformarlo in oggetto di intervento.

In questo scarto si gioca una parte importante del problema.

Negli spazi di confronto pubblico e professionale, la violenza adolescenziale viene sempre più spesso letta come un fenomeno complesso, articolato, che non può essere ridotto a una sola causa. Si analizzano le funzioni della violenza, la sua dimensione regolativa, difensiva o comunicativa. Si parla di disregolazione emotiva, di difficoltà nel controllo degli impulsi, di traiettorie individuali segnate da vulnerabilità specifiche.

Questo sforzo di complessificazione è prezioso, perché evita semplificazioni e restituisce profondità al fenomeno.

Tuttavia, proprio mentre si amplia lo sguardo sul minore, il rischio è che continui a restare sullo sfondo il sistema di relazioni, di modelli educativi e di contesti che rendono possibile quella violenza.

Non si tratta di negare la responsabilità individuale del ragazzo, né di dissolverla dentro una lettura puramente contestuale. Si tratta piuttosto di riconoscere che ciò che osserviamo non nasce mai nel vuoto, ma prende forma dentro relazioni, dentro ambienti, dentro storie educative che precedono e accompagnano il gesto.

Eppure, nella pratica dei servizi, accade qualcosa di molto concreto e difficilmente aggirabile: interveniamo dove abbiamo potere, non necessariamente dove nasce il problema.

Il minore può essere convocato, inserito in un percorso, vincolato a una presa in carico. Può essere collocato in comunità, seguito con continuità, accompagnato dentro un lavoro educativo strutturato.

L’adulto, molto meno.

E così, progressivamente, ciò che è più trattabile diventa anche ciò che è più centrale nello sguardo. Non perché sia più importante, ma perché è più accessibile all’intervento.

Chi ha lavorato nelle comunità educative conosce bene una differenza che raramente trova spazio nel dibattito pubblico, ma che dice molto di questo squilibrio.

I ragazzi inseriti per provvedimenti civili o amministrativi spesso faticano a comprendere fino in fondo il senso della loro presenza lì. Si percepiscono come destinatari diretti di una misura che li riguarda, mentre le condizioni che hanno contribuito al loro malessere — le dinamiche familiari, le fragilità educative, le fatiche degli adulti di riferimento — restano fuori, altrove, sostanzialmente immutate.

In molti casi, questa percezione si traduce in una domanda tanto semplice quanto destabilizzante:
perché io sono qui e chi mi ha cresciuto no?

È una domanda che non sempre viene formulata apertamente, ma che attraversa il lavoro educativo in modo sotterraneo, influenzando il modo in cui i ragazzi leggono la propria situazione e il senso degli interventi proposti.

Per rendere più concreto questo passaggio, basta pensare a situazioni ricorrenti nella pratica dei servizi: ragazzi inseriti in comunità per trascuratezza educativa, conflittualità familiare o difficoltà genitoriali persistenti, che si trovano a vivere un percorso strutturato, con regole, verifiche e obiettivi, mentre i genitori restano ai margini del lavoro, coinvolti in modo intermittente o non vincolante. In questi casi il dispositivo educativo agisce in modo intensivo sul minore, ma fatica a incidere con la stessa forza sul contesto che ha contribuito a generare quella situazione. È dentro questo scarto che la domanda del ragazzo — anche quando non viene detta — prende forma e consistenza.

Diversa è la postura dei minori inseriti in ambito penale. In quel caso il reato introduce un elemento chiaro: la responsabilità personale. Il motivo per cui si trovano lì è esplicito, nominabile, difficilmente aggirabile. Questo non rende il lavoro più semplice, ma lo rende, in qualche modo, più leggibile.

Nel contesto civile, invece, questa chiarezza manca. Il rischio è che il ragazzo percepisca l’intervento come qualcosa che lo riguarda in modo esclusivo, senza che il sistema adulto venga altrettanto esposto e coinvolto.

E qui si apre anche una questione che riguarda il piano giuridico. I dispositivi che regolano la presa in carico dei minori prevedono, giustamente, forme di vincolo e obbligatorietà pensate a tutela del ragazzo e del suo percorso di crescita. Ma questa stessa logica raramente si estende con la stessa forza al mondo adulto di riferimento. Ci si potrebbe allora chiedere se, almeno in alcune situazioni, non sia necessario immaginare forme più vincolanti di coinvolgimento anche per gli adulti, proprio in nome della stessa tutela che giustifica l’intervento sul minore. Soprattutto se si considera che, nella maggior parte dei casi, al termine del percorso il ragazzo tornerà — in forme diverse — a vivere dentro quei contesti relazionali da cui proviene.

Ed è proprio in questo passaggio che si apre una questione più ampia, che non riguarda solo l’efficacia degli interventi, ma anche il modo in cui si costruisce la relazione tra mondo adulto e mondo giovanile.

Quando continuiamo a concentrare lo sguardo quasi esclusivamente sul minore, il messaggio che rischia di passare — anche involontariamente — è che il problema sia lui. Che sia lui il luogo in cui qualcosa non funziona, il punto su cui intervenire, il soggetto da correggere, contenere, riorientare.

Questo produce effetti che vanno oltre il singolo intervento.

Produce, nel tempo, una distanza crescente tra adulti e ragazzi. Una distanza che non è solo generazionale, ma relazionale e simbolica. Il mondo adulto si colloca come osservatore, analista, correttore. Il mondo giovanile, dall’altra parte, rischia di sentirsi osservato, valutato, spesso etichettato.

Quando un ragazzo percepisce di essere guardato prevalentemente come problema, la possibilità di sentirsi compreso si riduce. E quando la comprensione percepita diminuisce, aumentano la diffidenza, la chiusura, la fatica ad affidarsi.

In questo spazio si alimentano dinamiche che conosciamo bene: il rifiuto dell’intervento, la difficoltà a riconoscere l’utilità dei percorsi proposti, una rabbia che non sempre si esprime in modo esplicito ma che si traduce in resistenza, disinvestimento, distanza.

Paradossalmente, un approccio che nasce con l’intenzione di comprendere e aiutare rischia, se non è accompagnato da uno sguardo altrettanto forte sul contesto adulto, di rafforzare proprio quel divario che vorrebbe colmare.

In questo senso, il rischio non è solo quello di costruire interventi parziali, ma di contribuire — anche involontariamente — a consolidare una frattura già esistente. Un mondo adulto che osserva, interpreta e interviene, e un mondo giovanile che si sente letto dall’esterno, raramente coinvolto in una comprensione che includa davvero anche chi lo ha cresciuto. È dentro questa distanza che si indebolisce la possibilità di alleanza educativa.

Nel frattempo, la narrazione pubblica e politica continua a oscillare tra alcune risposte ricorrenti. Da un lato la patologizzazione del minore, dall’altro la sua assoluzione come vittima del contesto. Sempre più spesso, inoltre, queste letture si accompagnano a una tendenza alla medicalizzazione del fenomeno: si cercano spiegazioni e soluzioni prevalentemente in chiave clinica, come se la risposta più adeguata fosse necessariamente di tipo terapeutico o sanitario. Questo non perché tali dimensioni non siano rilevanti, ma perché risultano più nominabili e trattabili dentro il discorso pubblico. Diversamente, un’attenzione più esplicita alla dimensione socio-educativa implicherebbe inevitabilmente una messa in discussione del mondo adulto, delle sue responsabilità e dei modelli relazionali e culturali che produce. Ed è forse anche per questo che questa dimensione fatica a trovare spazio con la stessa forza.

Non si tratta di spostare la responsabilità dai ragazzi agli adulti, né di costruire una contrapposizione semplificata tra colpe e innocenze.

Si tratta di riconoscere che la responsabilità, nei percorsi di crescita, è sempre distribuita. Che i comportamenti dei ragazzi, anche quando diventano problematici o devianti, sono inscritti dentro relazioni che li precedono e li accompagnano.

Intervenire solo sul minore significa spesso arrivare quando il problema è già visibile, quando ha già preso forma, quando è già diventato comportamento, talvolta reato.

Intervenire anche sull’adulto significa provare a lavorare sulle condizioni che rendono possibile quel comportamento, non solo sulle sue manifestazioni.

Questo passaggio, però, richiede qualcosa di più complesso di una semplice riorganizzazione degli interventi. Richiede una disponibilità del mondo adulto a diventare oggetto di lavoro, a mettersi in discussione, a esporsi in modo più vincolante e continuativo.

Ed è proprio qui che emergono le resistenze più profonde.

Perché è più semplice analizzare il funzionamento emotivo di un adolescente che interrogare le responsabilità educative, relazionali e culturali che attraversano il mondo adulto. È più semplice costruire percorsi per i ragazzi che chiedere agli adulti di entrare in percorsi altrettanto impegnativi.

Ma forse è proprio questo il punto che andrebbe ripensato.

Perché la violenza adolescenziale non è mai solo un fatto individuale. È sempre anche un fatto relazionale, educativo, sociale. È un fenomeno che prende forma dentro traiettorie di crescita, dentro contesti, dentro legami.

E se questi contesti non diventano parte attiva del lavoro, il rischio è quello di continuare a intervenire sugli effetti, lasciando relativamente intatte le condizioni che li generano.

Forse il punto non è capire meglio i ragazzi.

Forse il punto è accettare che, per capirli davvero, dobbiamo iniziare a guardare con più radicalità il mondo adulto che li circonda. Non come sfondo, ma come parte integrante del problema e, soprattutto, della possibile soluzione. Perché è lì che la violenza, prima ancora di diventare gesto, prende forma come possibilità.

Questo implica, anche sul piano operativo, alcune conseguenze non secondarie per il lavoro nei servizi. Significa interrogarsi su quanto i dispositivi di presa in carico riescano davvero a coinvolgere il contesto adulto in modo continuativo e vincolante, e non solo occasionale. Significa chiedersi se gli spazi di lavoro con i genitori siano pensati come parte strutturale dell’intervento o come elementi accessori. Significa, ancora, riconoscere che senza un investimento più forte sul sistema adulto, il rischio è quello di chiedere ai ragazzi cambiamenti che difficilmente possono sostenersi nel tempo dentro contesti che restano invariati.

Non si tratta di costruire modelli irrealistici o di negare i limiti operativi dei servizi, ma di tenere aperta una tensione: quella tra ciò che è più facilmente trattabile e ciò che è realmente trasformativo. È dentro questa tensione che si gioca, in larga parte, la possibilità di rendere gli interventi educativi non solo efficaci nell’immediato, ma anche generativi nel lungo periodo.

 

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